
Lo ha fatto con discrezione, con quell’eleganza da capitano vero, senza clamori, ma lasciando un’eco profonda nel cuore di chi ha amato e seguito il calcio femminile negli ultimi due decenni. A 35 anni, la difensora triestina chiude un cerchio iniziato sui campi polverosi del Friuli, passato per esperienze internazionali, scudetti con la Juventus e quel ruolo da leader silenziosa e imprescindibile nella Nazionale Azzurra.
Con lei si congeda non solo un’atleta, ma un simbolo: di forza, cultura, diritti. Laureata in Lingue e Letterature Straniere, multilingue e sempre impegnata nella battaglia per la dignità e la parità delle calciatrici, Gama ha incarnato un modello nuovo di sportiva, a metà tra il campo e le aule delle istituzioni, tra il rigore difensivo e la visione politica.
Sara è stata anche una bandiera della Juventus Women. Nella maglia bianconera ha scritto alcune delle pagine più importanti della sua carriera, diventando punto di riferimento dentro e fuori dal campo. Capitano, guida, sorella maggiore per molte compagne. In otto stagioni ha vinto tutto, ma soprattutto ha costruito un’identità.
L’abbraccio dello Stadium nell’ultima partita è stato il tributo più sincero: uno stadio intero in piedi per lei, per quella numero 3 che ha sempre messo il gruppo davanti al nome sulla maglia, che ha affrontato ogni partita con la stessa intensità, che ha dato al progetto Juventus una credibilità immediata, autorevole, vincente.

Il calcio italiano perde oggi una voce autorevole e un corpo resistente. Dalle partite con la fascia al braccio alla guida dello spogliatoio, Sara ha attraversato le trasformazioni del movimento femminile, contribuendo a renderlo professionistico e finalmente visibile.
Chi l’ha vista giocare ricorderà la grinta nei contrasti, la pulizia nei tackle, l’intelligenza nelle ripartenze. Chi l’ha ascoltata parlare non dimenticherà la lucidità con cui spiegava che “fare sport non è mai solo un gioco”.
Fuori dal campo, è stata molto più di una calciatrice. È stata voce, coscienza, visione. Membro del Consiglio Federale della FIGC, prima donna a rappresentare le calciatrici in quella sede, ha fatto valere idee, diritti, prospettive. Ha portato il calcio femminile dove non era mai arrivato prima: nei luoghi dove si decide, dove si pianifica, dove si cambia. Ha parlato con fermezza, con cultura, con passione. E sempre con uno stile che ha fatto scuola.

Non ha annunciato piani immediati, ma sarà difficile che resti lontana dai riflettori. Forse una carriera da dirigente, forse ancora una voce critica e appassionata, magari in televisione o ancora dentro la FIGC.
Quel che è certo è che il suo addio lascia un vuoto, ma anche un’eredità: quella di una generazione che ha alzato la testa e ha cambiato la storia.
Chi verrà dopo, troverà il terreno un po’ più fertile grazie a lei.
Buon vento, capitana. E grazie.
Danilo Billi
