
Certe notti non finiscono all’alba. Alcune notti, semplicemente, non finiscono mai.
Quella del 14 maggio 2025 per il Bologna sarà una di queste. E ancora oggi, mentre vi scrivo, faccio fatica a credere che sia tutto vero. Eppure l’ho visto con i miei occhi, l’ho inciso nella memoria, l’ho registrato nella mente prima di coricarmi… per poi sognarlo di nuovo.
Il Bologna ha vinto la Coppa Italia. Ma definirla semplicemente così è riduttivo.
Per noi tifosi è stato molto di più: un risarcimento emotivo, una liberazione collettiva, una medaglia al valore per chi da troppo tempo aspettava un momento simile. Per chi, come me, a cinquant’anni suonati non aveva mai vinto niente, ma aveva avuto il privilegio – e la dannazione – di tifare Bologna FC in nome dei racconti di nonni e padri. Gente come noi, che ha calcato i campi di Serie C e B, che fino a ieri recitava la favola della provinciale in Serie A.
I tempi d’oro, quelli degli scudetti, erano finiti nel ’64. Una finale di Coppa Italia? Non la giocavamo da cinquantuno anni.
Altro che “la Coppa del Nono”, come si diceva con ironia negli anni bui. Questa, contro un Milan storico e blasonato, è sembrata la Champions, preceduta da una coreografia da urlo. Anzi, qualcosa di ancora più grande. Troppo grande, forse, per noi cinquantenni con il cuore in mano. Un qualcosa che ha superato ogni più rosea aspettativa.
Il fischio finale all’Olimpico ha scatenato l’inferno, in città: clacson, cori, lacrime, caroselli… Bologna è esplosa, di nuovo colorata di rossoblu.
Oltre trentamila cuori a Roma, e chi è rimasto a casa ha semplicemente aperto le finestre… per sentire passare il sogno.
Eppure, la vigilia era stata degna di un romanzo surreale: autobus mai arrivati, ultras rimasti a piedi sin dalle sei del mattino, truffe, biglietti fantasma. Una corsa all’ultimo respiro per trovare un’auto, un treno, qualsiasi cosa. (Nei prossimi giorni, prevedo che voleranno parecchi stracci…)
Per me, ansia e attacchi di panico, notti in bianco, sigarette a raffica. Avrei dovuto smettere, ma come si fa?
È stato un esodo, un pellegrinaggio mai visto prima. Un evento storico per la nostra città. Tanto da rubare a Lucio Dalla le parole per una sciarpa: “Si muove la città”, con la data della finale sotto. E al comando, il nostro “Mosè”: Vincenzo Italiano, che ha portato il suo popolo fino in fondo.
Sul campo, il Bologna ha dimostrato personalità, organizzazione, spirito.
Il Milan parte forte, con ritmo alto. I fantasmi della sconfitta in campionato riaffiorano. Ma i rossoblu non si scompongono. Prendono le misure, costruiscono gioco, alzano il baricentro. Castro sfiora il vantaggio, Skorupski tiene botta con interventi decisivi.

Poi, nella ripresa, l’episodio che cambia tutto: Ndoye dal limite, rasoiata, rete gonfiata. Il VAR controlla, ma è tutto regolare. La curva esplode.
Da lì in poi, Italiano gestisce da maestro. Abbassa la linea, passa a cinque, inserisce forze fresche. Il Bologna si compatta: non passa più nemmeno uno spillo. La partita diventa un incontro di boxe. Ma va bene così. Al Colosseo, un tempo, combattevano i leoni. Noi mettiamo il famoso “pullman”, ma appena possibile proviamo a giocare, a ripartire.
È un capolavoro tattico.
Il Milan prova a reagire, ma si schianta contro un Bologna perfetto: corto, ordinato, solidissimo. Soffriamo, certo. Ci abbracciamo, tremiamo, ma resistiamo. Anche gli ultimi sei minuti di recupero – brodosi, infiniti – passano.
È finita.
Il Bologna alza un trofeo nazionale dopo 51 anni.
E soprattutto… torna in Europa. Là dove i nostri cuori ci hanno sempre immaginato, anche quando sembrava impossibile.
In città si fa festa, come un anno fa per la Champions. I milanisti schiumano rabbia, abbandonano l’Olimpico. Noi restiamo, felici come se non ci fosse un domani.
Italiano vola in aria, lanciato dai suoi ragazzi. Lollo è scatenato, Orso impazzito, Ndoye ritira il premio come migliore in campo con la sciarpa dei Forever.
E poi tutti gli altri, impazziti di gioia.
In primis Joe Saputo, il Presidentissimo, felice come un bambino a Natale.
Anche io scoppio a piangere. Le prime telefonate partono subito. L’abbraccio con Denis Rinaldi delle Bucce Diverse, a petto nudo e in lacrime. Con Alfio Giugniuletti del Fan Club del femminile, anche lui emozionato con il figlio. Con Attilio Benoffi, il mio migliore amico, che urla al telefono. La commozione con Lamberto Bertozzi, il mio mentore di Cronache bolognesi.
La chat dei DMO – Distinti ma Ostici impazzisce. Quelle dei fratelli del Club Franco Battisodo di Pesaro, della Sala Gessi. E festa grande anche per i Forever, nel loro 50° anno di storia. Anche Cri dei Mai Domi, Davide il Criticohanno il magone.
Perché chi non ha mai vinto nulla, ma ha sempre amato, sa cosa significa.

E poi loro, in campo: Morandi, Cremonini, tutto lo staff. Tutti fuori di testa.
Bologna esplode di nuovo. Si prepara al cerimoniale di ogni notte magica: aspettare gli eroi, cantare, piangere, ballare.
Con una dedica particolare…
A chi ci guarda da lassù, (come i campioni di un tempo ricordati dalla coreografia ad inizio partita del popolo bolognese, mentre i milanisti si sono limitate a semplici bandierine).
Guidati da Sinisa.
Perché stanotte, anche il paradiso…
È tinto di rossoblu.
Danilo Billi
