Nella tristezza di un calcio “business” fatto sempre più di freddi comunicati, anime “senza arte né parte” che dannatamente inseguono il fruscio ipnotico dei soldi, di belle immagini di copertina ma pochi reali contenuti, il Venezia Calcio 1985 e i suoi tifosi sono un bell’esempio, invece, da raccontare.
Questa storia inizia nel periodo delle restrizioni legate alla pandemia globale (COVID-19), quando i campionati professionistici maschili vennero sospesi e le domeniche di Filippo e di alcuni suoi amici all’improvviso diventarono “vuote”. Un po’ per curiosità di conoscere un mondo fino ad allora completamente sconosciuto, un po’ per gioco e per voglia di divertirsi in compagnia, i ragazzi cominciarono a scoprire il mondo femminile andando a seguire da semplici spettatori le partite dell’allora unica squadra di Venezia: il Venezia Fc, squadra legata al club maschile che gli dava il nome e il brand arancioneroverde.

Il passaggio da spettatori a tifosi, dal vedere la partita seduti sugli spalti ad animarli con colori e cori, nacque dall’interazione (via social, visto il suddetto periodo storico) con le ragazze che si accorsero della presenza di alcuni individui fino ad allora estranei a quel mondo: memorabile in tal senso fu una trasferta in terra friulana alla prima di campionato, dove si fecero notare per un festeggiamento della vittoria abbastanza molesto (si erano bevuti mezzo Piave tra pranzo in ristorante e bar dello stadio!).

Dalle semplici battute di circostanza tramite social al portare concretamente una semplice idea di tifo allo stadio, il passo fu breve: data l’esperienza accumulata negli anni trascorsi a frequentare la curva maschile, i fioi si confrontarono tra di loro e nelle domeniche a seguire cominciarono a tifare progressivamente sempre di più allo stadio (o meglio, nei posti più improbabili nei pressi, perché le partite venivano ufficialmente giocate a porte chiuse), portando in primis qualche coro di sostegno alla squadra e poi pezze (allora quella banda di matti esponeva il drappo che li rappresentava simpaticamente e che tutt’oggi, anche se è rimasto solo Filippo di quel gruppo a fare il tifo, viene esposto nella balconata di striscioni nero-oro: ORGANIZZAZIONE FILINI), bandiere, fumogeni, torce.

La passione e l’entusiasmo crebbero di settimana in settimana e la calorosa atmosfera creata dai tifosi venne portata poi, per iniziativa spontanea, infrasettimanalmente anche all’allenamento del giovedì (sempre a porte chiuse): le ragazze, dopo un primo momento di smarrimento per una cosa che non capita tutti i giorni nel calcio femminile, apprezzarono molto il sostegno dei ragazzi tanto che ad inizio allenamento, a turno, venivano verso le rete del campo per portare un paio di birre ai loro tifosi. Un gesto semplice ma di un’umanità che riempie il cuore.

Con l’allentamento delle misure restrittive, aumentarono poi il legame con la squadra ed i rapporti interpersonali anche con lo staff tecnico e dirigenziale, tanto che Filippo viaggiò per la prima volta in pullman con il team nell’ultima partita in trasferta del campionato (il direttore generale Camilli promise ai ragazzi questo tanti mesi prima, quando ancora non si conoscevano benissimo ed erano in atto le limitazioni per la pandemia, e così alla fine avvenne).
Quella prima stagione fu una bella avventura e di insegnamento per gli anni a venire (che nessuno, tifosi compresi, avrebbe mai immaginato che si evolvesse fino allo stato attuale raggiunto). Sinceramente, quando terminò la stagione, i saluti tra tifosi e team sapevano tanto d’addio, perchè era già nell’aria che non sarebbe continuata la collaborazione in arancioneroverde.

Seguendo le notizie frammentarie che arrivavano dal web sotto l’ombrellone al mare, l’estate che portò alla separazione dal Venezia Fc (che comprò poi la matricola del Vittorio Veneto) e la creazione (non ex novo, la matricola rimase a loro!) del team nero-oro di casa a Marcon (VE), fu di riflessione per i tifosi: quale strada prendere?
I rapporti umani costruiti nella stagione precedente con dirigenti e giocatrici, la storia e le belle emozioni provate con loro fecero scegliere ai supporters senza ombra di dubbio la causa del VFC VENEZIA CALCIO (denominazione cambiata nella stagione successiva nel definitivo VENEZIA CALCIO 1985, per una querelle con il Venezia Fc).
In uno scenario di terremoto per la geografia calcistica femminile del territorio veneziano, in cui bisogna ricostruire sportivamente parlando, anche i ragazzi si ritrovarono a rimboccarsi le maniche per creare da zero una nuova immagine di tifo che poggiasse su solide fondamenta.

Tra lo stupore generale delle giocatrici rimaste in squadra e della dirigenza (confermata invece in toto), i tifosi si ripresentarono a Marcon per la nuova stagione.
Ci volle qualche settimana per riaccendere la magia del tifo al “Nereo Rocco”: sicuramente uno step importante fu l’introduzione del tamburo per accompagnare i cori. Sotto i battiti di quest’ultimo, crebbe in maniera esponenziale l’entusiasmo sugli spalti che tornavano a riempirsi dopo le restrizioni per il Covid e cominciò a balenare l’idea di realizzare una coreografia in vista del derby casalingo contro le cugine arancioneroverdi.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… Ma Filippo, che prese personalmente a cuore questa idea, si fece promotore dell’iniziativa in toto e, pur non avendo mai realizzato in prima persona qualcosa di tali proporzioni, si adoperò affinchè la si realizzasse.
La coreografia pensata era strutturata in maniera “semplice”: uno striscione con un messaggio forte e dietro un gioco di colori con i fumogeni.
Semplice, appunto… Con l’inesperienza di allora, fu quasi un’impresa!
La tela nera dello striscione fu ricavata da dei vecchi striscioni arancioneri, reduci da una precedente esperienza calcistica e recuperati dall’onnipresente magazziniere Franco per la gioia dei tifosi.

“IL CAPITALE UMANO VINCE SUL DIO DENARO” fu quello che si decise di scrivere sullo striscione. Una sintesi perfetta del sentimento che accompagnava la scelta di rimanere a Marcon, tra le persone con cui si erano creati i maggiori legami umani e con cui si condividono tutt’oggi valori e ideali che vanno ben oltre un rettangolo di gioco. Chiaramente, nel suddetto messaggio è racchiusa anche una leggera ma ben assestata stoccata, in punta di fioretto, alla controparte veneziana: lo scopo della critica era quello di favorire una riflessione a chi di dovere su un atto divisivo sotto tutti i punti di vista (due Venezia femminile). Peccato che non venne colta e anzi, l’arroganza dei soldi con cui era stato costruito il Venezia Fc trovò corrispondenza con quella dei loro esponenti dirigenziali, in particolare l’altezzosa e senza vergogna direttrice tecnica che, dopo l’esecuzione della coreografia ad inizio partita, andò a chiedere ai dirigenti nero-oro di far togliere ai loro tifosi lo striscione perchè ritenuto offensivo. Questo episodio rafforzò nei supporters (allora non ancora riuniti sotto il famigerato nome “Tifosi non Schifosi”) ulteriormente l’idea che erano state fatte tutte le scelte più giuste, dal non seguire il progetto femminile arancioneroverde all’espressione pubblica di un pensiero in questa forma massima di tifo.
Per ottenere il risultato migliore, si fece un upgrade anche sull’utilizzo dei fumogeni: vennero portati allo stadio per la prima volta i barattoli e delle luci stroboscopiche flash bianche.
Per realizzare una coreografia del genere, una buona parte del lavoro viene svolto allo stadio: dal preparare il campo di tifo al predisporre tutti gli elementi coreografici negli spazi e nei tempi giusti.
Quello che non si vede e non viene mai raccontato è il lavoro e l’impegno che devono essere messi in campo nelle settimane antecedenti all’avvicinamento della partita: tra mille parole e rinvii, ad una settimana dal match la tela dello striscione doveva ancora essere segnata dalle pennellate color oro.

Per dedizione, perseveranza e voglia di raggiungere l’obiettivo prefissato, Filippo lavorò alacremente in prima persona alla realizzazione effettiva dello striscione, riuscendo a portarlo a termine in tempo utile.
La percezione con cui i tifosi si avvicinarono al match fu quella di essere sul punto di compiere qualcosa di grandioso, che avrebbe lasciato il segno nella storia (del tifo e non) nero-oro. E così fu.
Tutto funzionò meravigliosamente, fu un momento shoccante ed emozionante per tutto l’ambiente: la coreografia toccò profondamente le ragazze che si complimentarono e ringraziarono sentitamente i loro tifosi nell’immediato post-partita e nelle successive settimane (sui profili social personali delle ragazze comparvero foto e stories con caption orgogliose, tipo “ce li abbiamo solo noi”).

E pazienza se poi il risultato sul campo disse 2-0 per il Venezia Fc… Squadra e tifosi si sentivano unitamente comunque vincitori: poveri, scarsi (o meglio, scrausi…)… Ma felici e fieri di aver fatto qualcosa di unico e con la consapevolezza che questo sarebbe stato solo il primo passo di un percorso, ricco di sali e scendi, che avrebbe portato a raccogliere grandi soddisfazioni insieme.
La storia la fanno gli uomini e il risultato delle loro azioni.
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Ci vediamo al campo, con una birra in mano… O qui, al prossimo caffè!
Filippo Pajola
