
L’asfalto tremava. Non per le ruote delle auto, né per i tamburi da stadio, ma per il caldo bastardo di un sabato pomeriggio d’inizio estate. Bologna respirava lenta e grave, come un vecchio che ha appena terminato la salita di San Luca.
«Oh Ale, ma che idea abbiamo avuto?», bonforchiò Luca, sventolandosi una copia sbiadita di Cronache Bolognesi. «Trenta gradi, sudati come i vetri dell’autobus, e andiamo al Madison a vedere le sbarbine del basket…».
«Oh vèz, ma sei proprio un truzzo! C’è la Zandalasini oggi. E non mi rompere, che almeno non sei in radio. Goditela, dài», rispose Alessandra, mordicchiando la cannuccia del suo Estathé.
Si ritrovarono davanti al PalaDozza — il Madison per quelli veri — un impianto che ospitava i gironi del gruppo B dell’EuroBasket femminile 2025, il primo Europeo co-organizzato in quattro città: Bologna, Brno, Amburgo e Atene. Per la Nazionale italiana era un lusso giocare in casa: il pubblico bolognese, le famiglie, le centinaia di tifosi con maglie azzurre, tamburi e un imponente bandierone tricolore facevano capire subito che qui non si veniva solo a giocare, ma a celebrare.
All’ingresso l’atmosfera era già carica. Dentro l’arena, Alessandra e Luca videro la Zandalasini segnare 22 punti e catturare 9 rimbalzi che fecero impallidire la Lituania e portarono l’Italia al primo posto del girone. Ogni sua scivolata nel pitturato sembrava danzare — e non era un caso: il PalaDozza rilasciava una carica emotiva che solo lo sport riesce a dare.
«Te la ricordi Francesca Pasa? Guarda che giocatrice è diventata?», sussurrò Luca proprio quando Cecilia piazzava una tripla con la grazia di una poesia sussurrata. Oggi, con quella prestazione, la Zandalasini ha mostrato perché è la stella di questa squadra.
«Oh sì, me lo ricordo bene. Che annata quella. E poi… puff. Niente più Virtus femminile qui da noi.»
L’aria del PalaDozza, quella sera, era spessa come un sipario prima della prima nota. Bologna bolliva ancora, ma c’era un’energia diversa, più vibrante. Come se il palazzetto stesso sapesse che lì dentro si stava scrivendo un altro frammento di storia.
Luca e Alessandra erano arrivati presto. Questa volta con un altro passo, quello di chi non viene solo a guardare, ma a sentire, assorbire, documentare.
«Oh vèz, c’è il pienone stavolta», disse Luca mentre si faceva largo tra bambini col viso dipinto e papà con le maglie di Villa e Bestagno. «Quelli della FIP c’hanno visto lungo. Portare l’Europeo qui è stato un colpo di genio.»
«Ci hanno ridato la città per qualche giorno», rispose Alessandra, armeggiando con la sua reflex. «E non una città da copertina. Una città vera. Di cuore.»
«Guarda Cecilia, guarda com’è entrata in trance. Non forza, non comanda. Accompagna il gioco. È jazz, non rap», sussurrò lui.
«Jazz bolognese», disse Alessandra, scattando un primo piano in bianco e nero mentre la maglia azzurra della numero 5 svaniva nell’ombra del pitturato.
Intorno, il pubblico era un’onda calda. I tamburi vibravano dal secondo anello, e il grande bandierone di Mirko, si muoveva come un drappo medievale in una piazza di libertà. Non era solo sport. Era senso di appartenenza.
Alessandra, in uno dei pochi momenti di pausa, guardò Luca scrivere freneticamente sul suo taccuino. «Che scrivi, stavolta?»
«Una roba che inizio con: “Quando il basket è una lingua e Cecilia la sua grammatica.”», rispose senza alzare lo sguardo.
Alessandra distolse lo sguardo alla partita: l’Italia macinava gioco, aggressività, tecnica, tutte protagoniste che, insieme a Cecilia, componevano una sinfonia azzurra.
«Oh Luca… questa ha la visione di Totti e il braccio di Bodiroga», mormorò lei, incantata. Luca annuì: «Una prestazione devastante, una partita già scritta nei libri di basket.»
Trascorso il tempo, uscirono nell’afa calante. Si fermarono in via Indipendenza per una pizza da Altero — un rito sotto i portici ombrosi. Assaggiando bocconi e racconti, respiravano quell’aria che Bologna sa dare: un misto di antico e di nuovo, di vicinato e di radicale cambiamento, con maranza e realtà urbana che si mescolano in un crescendo carico di tensione.
Via Marconi puzzava di caldo e benzina, come accade quando Bologna si addormenta tardi ma non spegne mai del tutto la luce. La città era ancora sveglia, tra motorini sgasanti e vetrine spente che riflettevano una gioventù nervosa, smartphone in mano e sguardo perso.
Luca e Alessandra stavano seduti su una panchina mezza rotta accanto alla fermata dell’11. Il bus non arrivava. Ma a loro, per una volta, non importava niente.
Lei accese una sigaretta e gliene porse una.
«Ce la siamo goduta, eh?», disse, soffermandosi sul filtro con lo stesso sguardo con cui osserva le sue foto prima di scegliere quella da pubblicare.
«Ce la siamo bevuta come una birretta fresca a Villa Angeletti. Ma non è solo basket, Ale. È bellezza. È roba che ti resta attaccata alle ossa.»
Alessandra annuì. «Zanda, poi… mamma mia. Un’artista. Più che una cestista. Ha fatto impazzire la Lituania. Ventidue punti, nove rimbalzi, tre recuperi. Sembrava levitasse.»
«La tripla da otto metri sulla sirena… oh, lì m’è venuto un brivido. Come quando vedi Piazza Maggiore deserta all’alba dopo la notte del Cinema Sotto le Stelle. Ti tocca in un punto che non sapevi nemmeno di avere.»
«E martedì, la Turchia. Non sarà come oggi. Quelle ti menano, sono toste, aggressive. Ma se le nostre fanno quadrato…»
«Se Cecilia fa ancora la Zandalasini, siamo a posto»
Si guardarono un attimo. In silenzio, Bologna alle loro spalle scorreva lenta come un documentario su pellicola. Era una città ancora viva, ma diversa. E loro due, anche se giovani, sembravano usciti da un album di Battisti e fotografie in bianco e nero.
«Lo sai che oggi l’ho risentita, quella cosa lì. La voglia di esserci. Non solo per guardare, ma per tifare, per scrivere, per scattare. Perché se non lo facciamo noi, chi lo fa?»
«Siamo pochi, Ale. Ma veri. Quelli che c’erano alla Virtus femminile. Quelli che si ricordano il parquet e il sudore. Non le stories e le lucine finte.»
Lei fece una risata, di quelle piene, con il diaframma. «Vecchi tempi… siamo ancora giovani, Luca.»
«Sì, ma col cuore vintage.»
All’improvviso l’11 arrivò. Si annunciò con un respiro lungo e stanco, come chi sa di arrivare tardi ma ha visto troppo per avere fretta. Salirono.
In fondo al bus, mentre Bologna scivolava dietro il finestrino sporco, Luca prese il cellulare e iniziò a dettare qualcosa nel microfono.
«Sabato 21 giugno, Bologna. Giornata afosa. Zandalasini devastante. L’Italia è viva. Il palazzetto canta, le famiglie applaudono. E noi, due ragazzi col cuore a forma di pallone, ancora lì a raccontare, a resistere. Martedì c’è la Turchia. E noi saremo incollati al tv per tifare a distanza e crederci.»
Alessandra si sistemò contro il vetro e sorrise. La città sfumava via, ma i ricordi rimanevano. Caldi. Veri. Loro.
Danilo Billi
