
Erano passate da poco le 16 quando Ale e Luca si chiamarono. Le emozioni della sera prima, vissute tutte d’un fiato al Madison di Bologna — il palazzetto ribattezzato così in onore dell’atmosfera quasi americana che si respirava durante le partite di basket sia della Virtus che dalla Fortitudo e anche dell’Europeo di basket femminile 2025 — erano ancora vive, palpitanti.
L’Italia femminile era passata come prima del girone a Bologna e poi sul campo greco dove si svolgevano le parti finali della competizione e ce l’aveva fatta. Aveva battuto la Turchia 76 a 74 ai quarti di finale, e aveva tenuto l’intera città col fiato sospeso. Un’impresa epica, perché non accadeva da trent’anni che le azzurre centrassero una semifinale continentale. Ora, all’orizzonte, c’erano le campionesse in carica: quelle del Belgio. Una montagna altissima da scalare.
La partita era fissata per le 19:30, e Alessandra propose subito:
«Perché non la vediamo insieme al Celtic Druid? Sai che là l’atmosfera è magica…»
Quel pub, in via de’ Cefalonia, era più di un semplice locale per loro: era memoria condivisa. Luca accettò subito, nonostante quel maledetto mal di stomaco che da settimane lo tormentava.
«Ale, ti vengo a prendere con la Vespa, se ti va. Arriviamo per le sette, così mi scelgo una bella birra tra quelle d’importazione… magari qualcosa di scozzese. Poi mi faccio fare uno dei loro panini, ma leggero eh… che altrimenti domani mi tocca prendere doppia dose di Gaviscon!»
Risero entrambi.
«Io sono carica a mille — rispose lei —. L’altra sera parlavo con Bianca, la fotografa dei Gardens. Mi ha raccontato che, dopo la vittoria con la Slovenia, tre delle ragazze — Olbis Futo Andrè, Jasmine Keys e Valeria Trucco — sono venute lì, proprio al Celtic. Hanno fatto foto, brindato, postato sui social. E poi quel posto… sai che ci siamo conosciuti lì, vero? Un sabato d’inverno, tra una birra e una canzone dei Pogues.»
Luca annuì, con un sorriso velato di malinconia.
«Come potrei dimenticare? Io venivo con Roberto, lo scrittore di poesie che dava il meglio di sé dopo la terza Guinness. Quindici anni di Celtic. È stato davvero un pezzo di casa.»
Fuori, Bologna ribolliva.
Una bolla di calore africana aveva stretto la città come una morsa. Il sindaco Lepore aveva già dichiarato l’emergenza climatica: si toccavano i 44 gradi all’ombra. Il cielo era lattiginoso, e il sole faceva tremolare l’asfalto, come se lingue di fuoco si sollevassero dal suolo. E quella visione, che sembrava un miraggio, si rivelò presto un presagio di sventura.
Quella sera, sotto gli occhi incollati agli schermi del Celtic, la Nazionale femminile diede tutto. Il Belgio, forte, compatto, organizzato, giocò una delle sue migliori partite. Cecilia Zandalasini fu marcata stretta, annullata quasi. Ma le Azzurre non si arresero. Cubaj lottava su ogni rimbalzo, Verona accendeva la manovra, Keys infilava triple pesanti, e la giovane Fassina si rivelava decisiva.
Arrivarono all’overtime, ancora una volta. L’Italia aveva l’ultimo possesso, un ultimo tiro per continuare a sognare. Ma il ferro fu crudele. Quel maledetto ferro. Il pallone colpì appieno il bordo e schizzò via. Fine.
Al Celtic Druid calò un silenzio strano, quasi irreale. Luca uscì per fumarsi una sigaretta, mentre Alessandra lo seguì, con lo sguardo perso nel vuoto.
«Ora — disse lui rompendo il silenzio — c’è ancora una possibilità. La finale per il terzo posto. Lo sai, Ale… per anni da tifoso Virtus ho visto Milano vincere tutto. Poi, quest’anno, uno scudetto quasi inaspettato, dedicato a Polonara, alla squadra, al gruppo. E questo Europeo femminile… mi ricorda quella strada. Tanta sofferenza, ma poi… la svolta. Oggi il dio del basket ha soffiato contro quel tiro. Ma domenica, sono sicuro, si ricorderà di noi.»
Alessandra non rispose subito. Aveva gli occhi lucidi, lei che della lucidità visiva ne aveva fatto una professione.
«È una vita che fotografo palestre, lacrime, abbracci, esultanze… ma ci sono istanti che non ho mai scattato con la mia reflex. Restano nella testa, come bruciati a fuoco. Stasera… le lacrime di Santucci… quelle non me le dimenticherò mai.»
E Bologna, quella sera, sembrava trattenere il respiro insieme a loro.

Domenica arrivò presto. Ma mai abbastanza presto per chi tifa con la pelle e con il cuore. Per chi sa che ogni partita, anche se “solo” per un terzo posto, può diventare la più importante della storia.
A Bologna il caldo era feroce, una bestia che non mordeva ma ti abbracciava con le mani ruvide del disagio. La città sembrava respirare a fatica. La colonnina toccava i quaranta, e anche gli umarells erano spariti dai cantieri, rifugiati in casa come lucertole stanche.
Ale e Luca, i due amici di sempre, avevano passato la giornata nascosti dal sole. Lei trovava conforto solo alla sera, con la sua balotta ai Gardens, guardando giocare i ragazzi e le ragazze del basket di strada. Quello vero, quello che profuma di magnesio e sogni, quello che fa di Bologna una piccola Harlem sotto i portici.
Luca invece passava le sue serate in radio, in un programma nostalgico e poetico dove rimescolava vecchie tracce Hip Hop: Rapadopa, Sangue Misto, Inoki, Deda, i Camels. Aveva persino ospitato Graff e Rusty, e parlato di writing, di quando Dado e Pinuccio dipingevano muri che sembravano gridare. Bologna era anche questo: basket e beats. B-boy che ancora ballavano alla Lunetta Gamberini, e bambini che restavano incantati a guardarli.
Quel pomeriggio però non era tempo né di streetball né di radio. Era tempo di Nazionale.
Ale non poteva vedere quella partita senza Luca.
«Oh, vieni da me. Col caldo che fa oggi, ci sciogliamo in strada.»
Luca arrivò in anticipo, come sempre. Alle 16 era già davanti al portone e la solita smorfia dovuta al mal di stomaco che non lo lasciava più.
«Ti porto fortuna, oggi. E guarda, mi concedo una birra. Una. Anche se poi la maledirò.»
Ale rise, tirando fuori una Corona ghiacciata.
«Una birra e una medaglia. È tutto quello che chiedo a questa domenica.»
Sedettero sul divano, le tende chiuse, la città fuori che sembrava lontana, muta. Alle 16:30 iniziò la sfida con la Francia. Una finale per il bronzo, sì. Ma con il peso della storia sulle spalle. Da più di trent’anni, la Nazionale femminile non saliva su un podio europeo.
Dopo pochi minuti, si capì che l’Italia era entrata col fuoco negli occhi.
«Zanda è in trance agonistica oggi…» disse Luca, mentre Cecilia metteva la terza tripla con una freddezza da killer.
«E guarda Verona… sembra una macchina da guerra. Non sbaglia mai un passaggio.»
Poi salì di colpi anche Keys, e Madera fece valere i muscoli sotto canestro. Ma erano tutte, tutte davvero, a metterci l’anima.
L’Italia chiuse avanti il primo tempo, e nel terzo quarto diede lo strappo. Zandalasini danzava sul parquet, la difesa francese non riusciva a starle dietro.
Nel quarto quarto, la Francia provò a risalire, ma le azzurre la tennero a distanza, lucide, feroci, mature. Fino all’ultimo secondo.
«È fatta… Ale. Ce l’abbiamo. Il bronzo… il nostro bronzo!»
Le due birre erano ormai calde, ma a nessuno importava. Si abbracciarono forte, Ale con le lacrime agli occhi.
«Abbiamo sofferto. Ma stavolta il dio del basket ha guardato noi.»
Poi rimasero in silenzio a guardare la festa in campo. Le azzurre saltavano, piangevano, si stringevano. La telecamera di Sky andò su Zandalasini. La voce tremava:
«Non ho parole. È stato tutto incredibile. Abbiamo fatto una grande partita. Abbiamo mostrato costanza, voglia di aiutarci. Volevamo questa medaglia più di loro. Sono orgogliosa…»
«Guarda come le brillano gli occhi…» mormorò Ale.
Poi toccò a Laura Spreafico, il capitano:
«Dopo la semifinale persa, l’amaro in bocca era tanto. Ma siamo rimaste lì, unite. È uno spirito di squadra che viene da lontano… e Bologna ci ha dato la spinta.»
«Hai sentito? Ha detto Bologna! Questa città c’è, Luca. Sempre. Quando si tratta di cuore, ci siamo.»
Infine parlò coach Capobianco:
«Tecnica e tattica sono solo linguaggi. Più importante è il cuore. E noi ne abbiamo messo tanto.»
Ma la frase che li fece tacere fu quella di Mariella Santucci, con la voce spezzata:
«Questo bronzo è per te, Mati.»
Un pensiero per Matilde Villa, la compagna rimasta a casa per infortunio.
Ale si passò le mani sul viso, trattenendo un nodo in gola.
«Sai che ti dico? Non c’è medaglia più meritata di questa. Hanno vinto con la testa, col cuore… e con l’amicizia.»
Luca annuì.
«Proprio come noi, Ale. Senza retorica. Ci siamo sempre. E stasera… io un’idea ce l’avrei per festeggiare.»
«Spara.»
«Andiamo al Giardino del Guasto. Birra, musica e magari qualche parola in più sulla partita. »
Ale sorrise.
«Ci sto… Tanto domani si rincomincia a lavorare.»
E Bologna, quella sera, sembrava brillare un po’ di più. Forse per il bronzo, forse per le luci che filtravano dai portici. O forse perché quando vincono le ragazze, e lo fanno insieme, vinciamo un po’ tutti.
Danilo Billi
