
In un’Italia sportiva sempre più affamata di riscatto e verità, c’è una medaglia che vale molto più del bronzo. È quella conquistata dalla Nazionale femminile di basket agli Europei 2025, un traguardo che mancava da oltre trent’anni e che oggi porta con sé il sapore intenso della rinascita. Al centro di questo successo c’è lei, Cecilia Zandalasini, capitana senza fascia, volto simbolo di una generazione che ha deciso di non aspettare più.
La Zandalasini vista in questi Europei è stata un faro, un esempio, una leader naturale. Tecnica, grinta, visione di gioco, ma anche parole pesanti come macigni, pronunciate con la fermezza di chi non cerca applausi, ma un cambiamento vero. In un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa, ha espresso con estrema lucidità ciò che troppe volte è rimasto sottotraccia:
“Noi, parlo delle atlete donne, ci siamo sempre state. Probabilmente un po’ più nascoste, perché viviamo in un Paese dove lo sport al femminile è ancora indietro e resistono i pregiudizi. In molti non guardano una partita di calcio o basket femminile proprio perché giocano delle donne. Spero che questi Europei possano aver avvicinato tante persone al basket, ma più in generale allo sport al femminile. Un gruppo di donne che ha più successo di uno di uomini, in questo periodo storico italiano, può lanciare il messaggio che lo sport è sport. E lo sport femminile è bello.”
Il suo sfogo è diventato subito un manifesto. Un grido collettivo che arriva non solo da chi oggi vince, ma da tutte quelle che per anni hanno resistito, giocato, lottato, senza visibilità né riconoscimenti. Zandalasini ha dato voce a un movimento che chiede rispetto, spazio e dignità. E lo fa ora, con una medaglia al collo che non ammette repliche.
Quella vinta dalle Azzurre non è solo una medaglia sportiva. È un punto di svolta, un simbolo, una speranza concreta per il basket femminile italiano. Non era scontato, non era previsto. Ma è arrivato grazie al talento, al sacrificio e a una generazione che ha scelto di non farsi più mettere all’angolo.
Questo bronzo pesa, eccome se pesa. Perché arriva in un momento storico in cui le Nazionali femminili italiane – nel calcio, nella pallavolo, nel basket – ottengono risultati spesso superiori a quelli delle selezioni maschili. Eppure il racconto rimane sbilanciato, i palinsesti continuano a ignorarle, e il pregiudizio resiste.
Cecilia Zandalasini, oggi più che mai, è molto più di una stella del parquet. È una icona culturale dello sport femminile italiano, una testimonial credibile e una voce autorevole. Ha giocato nella WNBA, ha portato la Virtus Bologna ai vertici, e ora ha guidato l’Italia sul podio europeo e il prossimo campionato sarà un faro della Famila Schio.
Non è solo un’atleta: è un simbolo di emancipazione sportiva. Le sue parole, i suoi silenzi, i suoi canestri raccontano una rivoluzione dolce ma implacabile. Una rivoluzione che non si ferma, che non vuole più scuse.
Se questa medaglia sarà l’inizio di qualcosa di grande o solo una parentesi dipende da tutti: dai media, dalle istituzioni, dagli sponsor, ma anche da noi giornalisti, dai tifosi, dai lettori. Perché il basket femminile italiano merita copertura, investimenti, narrazione. Non perché sia donna, ma perché è sport. E come ha detto Zandalasini,
“Lo sport femminile è bello. Punto.”
Un assist lanciato anche alle colleghe professioniste del calcio femminile che nei giorni scorsi hanno aperto il loro Europeo in Svizzera.
Danilo Billi
