
Non erano sole, le Azzurre, ieri sera a Ginevra. Insieme a loro c’erano migliaia di cuori, milioni di occhi, voci e mani che battevano all’unisono, da ogni angolo d’Italia. Il successo per 2-1 contro la Norvegia ha acceso un’emozione collettiva, un’onda tricolore che ha travolto lo Stade de Genève, stracolmo di passione, ma anche bar, salotti, piazze e gruppi sociali sparsi per la penisola.
È bastato il fischio d’inizio perché si accendesse la scintilla della speranza. Perché, in fondo, quando gioca l’Italia – che sia maschile o femminile – quella maglia azzurra parla a tutti. Ma stavolta c’era qualcosa in più: la sensazione vibrante di vivere un momento storico, autentico, irripetibile. E il pubblico, sensibile come non mai, l’ha capito subito. Ha risposto con entusiasmo crescente, accompagnando una squadra che ha mostrato grinta, talento e determinazione.

Dai cori improvvisati nei locali ai post virali sui social, dalle famiglie strette attorno a una televisione ai bambini con il volto dipinto di azzurro: l’Italia ha tifato con il cuore in mano. E in Svizzera, tra le bandiere e i sorrisi, si è sentita fortissima la voce di una comunità che crede nel calcio femminile e nei suoi valori: spirito di squadra, sacrificio, rispetto, voglia di stupire.
Il boato al primo gol di Cristiana Girelli è stato un abbraccio collettivo. Il raddoppio annullato, un urlo strozzato in gola. Il rigore sbagliato da Hegerberg, un sospiro liberatorio. E quel colpo di testa all’ultimo respiro, che ha siglato la vittoria, un’esplosione di gioia che ha unito intere generazioni, da nord a sud, sotto un’unica bandiera.
Ieri sera non c’erano semplici spettatori. C’erano tifosi veri, innamorati di una maglia che non chiede nulla ma dà tutto. Le ragazze hanno scritto una pagina importante, ma la penna l’hanno tenuta anche gli italiani, sugli spalti e davanti agli schermi, con una partecipazione sincera, commossa, rumorosa.
Ora si attende la semifinale, e il cuore batte più forte. Perché questo Europeo, comunque vada, ci sta regalando più di una partita: ci sta restituendo un’identità, un senso di appartenenza, un motivo per emozionarci ancora.

Da Francia 2019 non si respirava questo clima. Dopo quel sogno mondiale, il movimento era precipitato in un abisso di sconfitte, polemiche, lettere aperte e ferite mai rimarginate. Persino Casa Azzurra era diventata un luogo tossico, privo di armonia.
Poi la svolta. Due anni fa arrivava Andrea Soncin, accolto con scetticismo e dubbi. E invece, passo dopo passo, ha portato orgoglio, empatia, energia. Ha creato un gruppo vero, unito, che oggi si batte e si sostiene dentro e fuori dal campo. Un gruppo che ha saputo fare squadra anche con chi è rimasto fuori, come Rosucci e altre escluse dalla lista, presenti ieri sera in curva – con la stessa maglia, con lo stesso cuore – a tifare con il resto dello staff.
Vicino a loro, Mirko Bastelli, il bolognese che è diventato il simbolo della tifoseria azzurra femminile in questo Europeo, con la voce roca ma mai stanca, con le mani al cielo, a guidare cori senza sosta.
Sul campo ha vinto il coraggio di queste ragazze, ma soprattutto ha brillato il talento eterno di Cristiana Girelli. Una fuoriclasse da custodire sotto vetro, da tirare fuori nelle partite che contano. Quando il gioco si fa duro, Cristiana segna, e lo fa con lo stile da pistolera d’altri tempi. Immortale.
Chi scrive, lo ha sempre sostenuto: il calcio femminile in Italia è da sempre catalizzato dal rendimento della Nazionale. Perché, a differenza del maschile, questa maglia rappresenta tutto. È lei a generare attenzione, rispetto, visibilità. È lei che, con i suoi lampi, ci ha ricordato che anche in Italia il calcio femminile esiste, resiste e sa emozionare.
E ieri sera, vedere Soncin portare le ragazze sotto la curva – come una squadra maschile da stadio vero – è stato il sigillo di un cambiamento. Già in queste partite, gli stadi erano pieni in ogni ordine di posto, il tifo organizzato ha risposto alla grande, grazie al lavoro degli Amici delle Azzurre, che hanno creato un clima unico, travolgente, canoro e affettuoso.
Ieri notte il tifo si è guadagnato la scena. Caruso ha preso il megafono di Bastelli, Girelli e Bonansea hanno abbracciato le escluse presenti in curva. E poi un solo coro, urlato con voce rauca e occhi lucidi: “Ce ne andiamo in semifinale!”. E sì, è tutto vero. È tutto così bello da far brillare gli occhi, da far scendere le lacrime a chi, come noi, vive questo calcio ogni giorno, tra fatica e passione.
Un calcio che, anche quest’estate, ha dovuto affrontare dolorose rinunce, con squadre di Serie B costrette a ritirarsi e club di Serie C che, pur avendo conquistato la promozione sul campo, non hanno potuto affrontare la categoria per mancanza di risorse.
È un copione che conosciamo. Che ci ha ferito e ci ferisce. Settori giovanili svaniti nel nulla, squadre che comprano categorie e altre che muoiono in silenzio. Un calcio malato, invisibile, in parte esclusa la Serie A. Ma oggi, oggi no.

Oggi possiamo dirlo con fierezza: l’Italia femminile è tra le prime quattro d’Europa. Abbiamo rotto le logiche del ranking, siamo entrati dove pochi ci credevano. Questa vittoria è una gemma preziosa, una luce che non va sprecata. È una festa per chi da casa si è commosso, anche senza maxischermi, anche senza piazze piene, ma con la stessa intensità nel cuore.
Perché noi veniamo da lì, dal ventre basso del movimento, da chi lotta ogni giorno per farsi sentire. E ieri sera ci siamo presi una rivincita grande come un grattacielo. Una di quelle che restano negli annali e nei cuori.
Cosa accadrà in semifinale? Non importa. La gioia è talmente grande che nessuno vuole pensarci. Perché le immagini di ieri – in diretta su Rai Uno, in prima serata, nel cuore dell’Italia – restano incise come fotografie dell’anima.
E poi, diciamolo: con questo risultato, il nostro Europeo l’abbiamo già vinto.

Da domani torneremo a confrontarci con le solite criticità, con le fragilità della Serie B e della Serie C. Ma con la consapevolezza che tutto ciò che è stato fatto da Linari – fresca di laurea, con una corona d’alloro simbolo del doppio sacrificio – e dalle sue compagne è un seme prezioso. Un seme di una pianta forte, che va annaffiata, protetta, custodita. Se vogliamo davvero che questo calcio inizi a brillare non solo in Serie A, ma dal primo campetto di provincia in sù.
Danilo Billi
