Introduzione:
C’è un momento, ogni estate, in cui il calcio smette di essere solo sport e diventa appartenenza. È quando i tifosi risalgono le strade di montagna per seguire la propria squadra nel ritiro precampionato. Questo racconto di fantasia ci porta a Valles, dove il Bologna non è solo una maglia ma un’identità condivisa. Tra allenamenti, cori e incontri fugaci ma profondi, si snoda una storia di tifo, amicizia e gratitudine. Perché il calcio vero, a volte, si gioca prima del fischio d’inizio.

«Luca, lo vedi quel cartello? Valles, 4 km. Ce l’abbiamo fatta.»
Il finestrino abbassato lascia entrare un’aria fresca, frizzante, pulita. Dopo ore in auto, tra tornanti e chiacchiere da bar su formazioni e sogni di gloria, eccoci: un paesino incastonato tra le montagne, silenzioso e potente come una promessa mantenuta. È il mio terzo ritiro. Per Luca, il primo.
Io sono quello che conosce tutte le formazioni del Bologna dal ’94 in poi. Lui, quello che al Dall’Ara urla anche quando non capisce il fuorigioco, ma sempre con il cuore in mano.
Siamo arrivati per vedere il nostro Bologna da vicino. Ma non solo. Siamo venuti per sentirlo.
Non ero preparato a questo. Le maglie rossoblu che sbucano ovunque, anche al rifugio. I bambini con la faccia dipinta. Le famiglie intere con sciarpe vecchie di vent’anni. Un signore con la foto di Baggio nel portafoglio. Valles è una colonia rossoblu, ma con l’eleganza di chi ha viaggiato tanto e sa che ogni estate, prima del campionato, serve un punto di partenza.
Il campo si apre davanti a noi come un teatro. I giocatori arrivano a piedi, passano tra la gente. Niente barriere. Nessuna distanza. Solo mani tese, sorrisi, foto. Quando vedo Castro da vicino, mi viene da dirgli «Grazie» senza nemmeno pensarci.
Ci siamo seduti sull’erba, con le gambe incrociate e lo zaino come cuscino. Alle dieci in punto iniziano i richiami. Il mister alza la voce, i ragazzi rispondono. Gli esercizi si alternano: conduzione palla, pressing, triangoli.
Orso è uno che corre anche quando non serve. Ferguson sembra un professore in gita. Lollo sorride a ogni tocco. È poesia.
«Luca, guarda il ragazzo con la maglia senza nome: sarà un Primavera. Guarda come ci mette il cuore.»
Luca annuisce. Io filmo tutto. Non per postare, ma per ricordare. Per quando saremo a novembre, sotto la pioggia a San Siro, e penseremo: «Ti ricordi Valles?»
Alla sera ci troviamo al bar dell’albergo con altri ragazzi. C’è chi è salito da solo da Bologna, chi è in camper con moglie e cane, chi lavora in un’edicola a Cento ma ogni anno prende ferie per venire qui.
Le storie si intrecciano: ognuno ha il suo motivo per amare il Bologna, ma tutti parlano con lo stesso accento. Quello dell’appartenenza.
Giornata di sole alto, campo pieno, cori che iniziano già dal parcheggio. L’amichevole con la Virtus Verona è il primo test, eppure la viviamo come fosse una finale. Ogni pallone toccato da Immobile è un sussulto. Ogni recupero di Lucumì, una certezza. E quando segna Ciro, ci alziamo tutti in piedi come se avesse segnato Baggio.
«Hai visto quel passaggio?» grido a Luca.
«Ho visto te che ti commuovevi…» risponde.
Sorrido. Sì, è vero. Perché qui ogni dettaglio conta. Ogni gesto è un mattone nel muro della nostra passione.
È il nostro ultimo giorno. Raccogliamo le maglie sudate, le foto con i ragazzi, le parole con lo staff. Saluto un gruppo di tifosi di Lugo come se ci conoscessimo da sempre. Valles ha questo potere: ti mette tutti allo stesso livello. Siamo fratelli di sciarpa, sorelle di voce.
Passando davanti al campo vuoto, sento un nodo alla gola. Non per malinconia, ma per gratitudine. Questo ritiro è stato un respiro profondo. Un punto fermo. Un’àncora rossa e blu.
Scendendo verso la valle, la radio passa Com’è profondo il mare. E io penso che il mare di Valles è verde, ha un profumo di pino e sudore, e lo attraversi con la maglia addosso e il cuore pieno.
Alessandra mi guarda.
«Sai che ti dico? Quest’anno ce la giochiamo.»
«Con chi?»
«Con tutti.»
E non servono altri discorsi.
Perché il Bologna non è solo una squadra.
È il viaggio che facciamo per andarlo a vedere.
È la curva anche quando siamo in due.
È il cielo di Valles che ci guarda andare via, ma sa che torneremo.
La mattina dopo la nostra “partenza ufficiale”, siamo ancora lì. Non ce ne andiamo davvero.
Siamo rimasti un giorno in più, senza programmi. Il campo d’allenamento è vuoto, la rete che lo circonda ondeggia piano, spinta da un vento gentile.
Sulle panchine, qualche tifoso sparuto. C’è un signore con il binocolo che guarda le stanze dell’hotel, come se da lì potesse carpire segreti. Io e Luca stiamo in silenzio. Beviamo un caffè al volo, ascoltiamo le voci del bar: si parla dell’amichevole, di chi potrebbe arrivare, ma anche di chi potrebbe ancora partire.
Ma sotto sotto, non è il mercato che interessa. È l’identità. La voglia di vedere un Bologna nostro, riconoscibile, attaccato alla maglia come noi lo siamo.
Nel pomeriggio, arriva una comitiva da Bazzano. Portano un tamburo, uno di quelli piccoli, da spalla. Un ragazzo lo regge come fosse una reliquia. Avrà diciassette anni, ma l’aria di chi la curva ce l’ha nel sangue.
«Siamo i nuovi della sezione», dice. «Abbiamo fatto la colletta per venire sù. Anche se i soldi erano pochi, il Bologna non si salta.»
Io lo guardo e penso a me, a quell’età. Che non avrei mai avuto il coraggio.
Lui invece è lì, a cantare sotto il balcone dove si affacciano i giocatori. A un certo punto passa Posch e si mette a battere le mani a tempo.
Alessandra filma tutto, e per un attimo mi viene da pensare che magari quel video, tra vent’anni, sarà un documento storico.
Nel vialetto che porta al centro sportivo, incrociamo il mister. È da solo, con una tuta scura e il cappuccio tirato su. Cammina a testa bassa, come chi ha mille pensieri.
Quando ci vede, sorride appena. Luca lo saluta:
«Mister, grazie. Questo Bologna ci fa battere il cuore.»
Lui si ferma un secondo, poi risponde:
«Lo deve far battere anche in campo. È lì che si costruisce tutto. Ma sapere che ci siete… cambia le cose.»
E se ne va, lasciando dietro di sé una scia di silenzio potente. Di quelli che restano.
Strada del ritorno. Musica bassa in macchina. Le Dolomiti si allontanano piano dallo specchietto retrovisore.
Non diciamo quasi nulla, ma dentro abbiamo una gran confusione dolce.
A un certo punto Alessandra tira fuori un foglietto. È una lista.
«Questa è la lista delle cose che voglio ricordarmi di Valles» dice.
«Tipo?»
«Il tamburo del ragazzo di Bazzano. Il sorriso di Ferguson. Le grigliate. I cori notturni. Il mister con il cappuccio. Il tuo silenzio dopo il primo allenamento.»
Io la guardo, poi dico:
«Aggiungi una cosa.»
«Cosa?»
«Che il Bologna non è un passatempo. È un rifugio. E tu, lì dentro, ci stai benissimo.»
Danilo Billi
