
La Nazionale italiana di calcio femminile, ieri notte a Ginevra, ha sfiorato un sogno grande, grandissimo. Un sogno che sembrava lì, a portata di mano. Una partita a tratti perfetta, giocata con cuore, lucidità e una fame feroce che raramente si vede sui campi d’Europa. Il vantaggio? Firmato da Barbara Bonansea, con un gol da antologia, di quelli “alla vecchia maniera”, che riportano alla memoria l’epica del calcio vero, quello senza fronzoli ma col sangue caldo nelle vene.
Poi quella maledetta occasione sotto porta di Severini: un tap-in che sembrava già dentro, un pallone che era più difficile sbagliare che mettere in rete. Se fosse entrato, ora parleremmo di un’altra storia. Di un’altra Italia. Ma il calcio è così: una girandola imprevedibile di emozioni, gioie e crudeltà, e le campionesse in carica – non a caso – hanno trovato il pari allo scadere, portandoci ai supplementari con un attacco stravolto e Girelli costretta ad abbandonare il campo, in lacrime, dopo settimane lontana per infortunio.
Poi la beffa finale, atroce, come una coltellata in pieno petto: il rigore al 119’ ancora su Severini – dubbio, molto dubbio – che ha consegnato alle inglesi il pass per la finale. Ma cosa sto qui a raccontarvi? Chi ama davvero il calcio femminile questa partita l’ha vista. L’ha vissuta. E si è commosso, più volte. Con l’inno. Con il gol. Con le lacrime di Girelli. Con l’uscita a testa alta di una squadra che ha dato tutto, fino all’ultima goccia di sudore.
E sì, alla fine rimane un retrogusto amaro. Di quelli che ti restano addosso come un pugno in faccia, come un labbro spaccato dal colpo. Ma in mezzo a questo dolore, c’è qualcosa che va urlato forte: questo Europeo ha certificato il valore del lavoro di Andrea Soncin, del suo staff e – soprattutto – di questo gruppo straordinario di ragazze. Ragazze immense, infinite, che ci hanno rapito il cuore e gonfiato l’orgoglio nazionale.
Perché oggi, da tifoso della Nazionale italiana di calcio femminile, non posso che essere fiero. Immensamente fiero. E uso con forza la parola che Soncin ha coniato al microfono della Rai: “orgoglio”. Una parola semplice, potente, totale.
Anche ieri sera, ancora una volta, eravamo in prima serata sulla prima rete nazionale. Una visibilità che non va dimenticata. Così come gli stadi pieni, gremiti, entusiasti. Così come va ricordata la rabbia, sacrosanta, per l’infortunio di Girelli, che in campo avrebbe cambiato il destino della gara. Così come va scolpita nella memoria quella maledetta occasione divorata da Severini, che – nel paradosso tragico del calcio – ha poi provocato anche il rigore decisivo per le inglesi.
Pazienza, si dirà. Si volta pagina. Ma attenzione: non voltiamo la faccia. Non voltiamo le spalle. Questa Nazionale ci ha fatto sognare, per quasi un mese. E ci ha resi, ancora una volta, fieri di essere italiani. Ha portato, con merito, l’Italia tra le quattro squadre più forti d’Europa. Un risultato gigantesco.
E allora la riflessione si impone, urgente e bruciante. Per noi che ogni giorno ci battiamo nel calcio femminile italiano. Per noi che viviamo sulla pelle le difficoltà della Serie B, della Serie C, dove trovare squadre per completare i campionati è un’impresa tra mille ostacoli, dove le risorse mancano e la Federazione resta spesso sorda e cieca.
Quello che è successo in Svizzera è stato un bagno ritonificante. Una scossa. Una lucida follia che ha ridato vita e speranza. Ma ora serve coerenza, serve azione. Perché la domanda finale – brutale e necessaria – è questa: quante giocatrici di Serie A, viste le condizioni disastrate di Serie B e C, sarebbero disposte a scendere di categoria? A sporcarsi le mani in quei campi dimenticati?
A mia memoria, l’ha fatto solo Greta Adami la scorsa stagione. Onore a lei. Onore vero.
Danilo Billi
