
C’è una Bologna che si può ascoltare nelle partite del Dall’Ara, una che si respira nei vicoli, e poi ce n’è una che si impasta con amore sopra un tagliere di faggio, lentamente, con le mani piene di farina e gli occhi pieni di memoria.
Quella Bologna ha il volto gentile e deciso di Francesca Grosso, sfoglina bolognese, artigiana della pasta fresca tradizionale, vincitrice da giovanissima del Matterello d’Oro e oggi cuore pulsante di uno dei laboratori più autentici della cucina emiliana.
Ma Francesca non è soltanto una custode della tradizione. È anche una tifosa appassionata del Bologna FC 1909, di quelle vere, di quelle che tra una tagliatella e un tortellino trovano il tempo per guardare gli highlights o andare allo stadio, con lo stesso spirito con cui si affronta una sfida culinaria: con rispetto, con attesa, con amore. E con un tifo indiavolato.
L’abbiamo raggiunta per un’intervista che è diventata un viaggio: dentro il suo mondo, dentro le radici della nostra terra, e dentro un cuore che batte al ritmo del matterello e degli spalti del Dall’Ara.

Francesca, se dovessi raccontarti partendo da un ricordo, quale sarebbe?
“La cucina di mia nonna. L’odore del brodo la domenica mattina, le sue mani rugose che stendevano la sfoglia come fosse una coperta d’oro. Avevo quattro anni quando ho fatto il mio primo tortellino con lei. E da allora non ho più smesso. Non è solo un mestiere, il mio. È un legame. È memoria viva”.
A tredici anni hai già vinto il Matterello d’Oro. Cosa ricordi di quel momento?
“Ricordo il tremore nelle mani, ma anche l’orgoglio. Ero la più piccola in gara, ma avevo già dentro quella forza calma che ti dà l’amore per quello che fai. Quando mi hanno premiata, ho capito che quella sarebbe stata la mia strada. Non avevo bisogno di altro: la farina, il legno, il tempo. Erano i miei strumenti”.

Cosa rende una sfoglia davvero bolognese?
“Il rispetto. Per i tempi, per gli ingredienti, per chi ci ha preceduto. Una sfoglia bolognese non ha fretta: nasce da un impasto fatto con cura, da uova scelte, da farina setacciata, e da un legno che ha assorbito storie. Deve riposare. Deve respirare. Come le cose vere”.

Come vivi il tuo ruolo di giurata al Matterello d’Oro oggi che sei adulta?
“Con gratitudine. E con una responsabilità enorme. Io cerco nei partecipanti non la perfezione, ma l’anima. Valuto come trattano l’impasto, come tengono il matterello, quanto amore mettono nei gesti. Perché la sfoglia non mente. Se sei distratto, se non ci credi, si spezza. Ma se sei presente, se ci metti il cuore, ti ricambia con una poesia”.
E adesso passiamo al tuo grande amore: il Bologna FC 1909. Quando è nata questa passione?
“In famiglia, ovviamente. Da piccola, il suono della radiolina che raccontava la partita era la colonna sonora delle mie domeniche. Crescendo, ho iniziato a seguire il Bologna con occhi diversi, più maturi, più affezionati.
Il primo nome che ho amato? Beppe Signori, ma sarebbe troppo riduttivo, ce ne sono tanti come Baggio, Andersson, L’ultimo? Orso, al quale ho dedicato anche una maglietta che recitava: “Tortellini e Orsolini” poi Castro non lo schifiamo di sicuro, ma io adoro tutti quei ragazzi e la forza di quel gruppo che si è creata.
Anche se lo scorso anno, con la vittoria della Coppa Italia, mi è piaciuto praticamente tutto”.

Il Bologna è come la sfoglia…
“…non vince sempre, ma non tradisce mai. Soprattutto in questi ultimi anni. In città si è creata un’atmosfera davvero bella: non c’è un vicolo, un negozio, una strada che non esponga qualcosa legato al rossoblù. È tutto piacevolmente romantico e bello, quasi come una favola di altri tempi, quando i nostri avi ci raccontavano del famoso Bologna che faceva tremare il mondo. Ora, per fortuna, lo stiamo vivendo sulla nostra pelle. Appartenere a tutto questo è un privilegio”.
Ti capita di tifare anche mentre sei al lavoro?
“(Ride) Sempre! Ho lo smartphone in cucina e, quando gioca il Bologna, una cuffietta è sempre nell’orecchio. È una compagnia, una forma di ispirazione. A volte impasto più veloce se attacchiamo. E quando segniamo… il tagliere diventa un palco”.
Cosa ti accomuna come sfoglina e come tifosa?
“Il senso di appartenenza. In entrambi i casi si lavora con le mani, ma anche con il cuore. Non c’è improvvisazione. C’è pazienza, c’è fiducia, c’è sacrificio. Ogni partita e ogni impasto sono un atto d’amore. E in entrambi i casi ci vuole fede: perché anche quando qualcosa non riesce, sai che se insisti, prima o poi, arriverà la gioia”.

Hai un sogno nel cassetto legato alla sfoglia e al Bologna?
“Sì: un evento che unisca le due cose. Una giornata in cui al Dall’Ara si possa venire a vedere una partita… ma anche imparare a fare i tortellini! Unire le due anime di Bologna: quella della cucina e quella del calcio.
E magari anche una maglia speciale: numero 10, nome Sfoglina”.
Cosa diresti a una giovane ragazza che vuole intraprendere il tuo mestiere?
“Che deve credere nella lentezza. Che non serve diventare famose sui social, ma diventare autentiche nel proprio lavoro. Che una sfoglia ben tirata vale più di mille like. E che la tradizione culinaria bolognese ha ancora tantissimo da insegnare, soprattutto alle nuove generazioni”.
Ora come ora, su cosa sei concentrata?
“Mi piace fare i corsi, in particolare il Team Building: lavorare con turisti o persone che fanno tutt’altro nella vita, ma che vogliono mettersi in gioco nell’arte della pasta fresca. A volte non hanno mai rotto neanche un uovo, ma con la forza di volontà si cimentano con un piatto di tagliatelle. Lo facciamo insieme, poi se lo mangiano… e restano piacevolmente soddisfatti”.
Hai tempo anche per qualche hobby?
“Mi piace tantissimo disegnare. E poi ballare: ballerei di continuo, perché per me il ballo è vita. Partecipo, quando posso, a qualche festival perchè alla fine, il ballo resta la mia vera passione”.

Una parola prima di salutarti: se ti dico “Roma”, cosa mi rispondi?
“Il coronamento di un sogno. Una città che si è mossa davvero, e sono stata felicissima per la vittoria e per la mia presenza alla finale. Perché poi, alla fine, sono quei treni che — se sei giovane e tifi Bologna — non puoi perdere. Anche se, nell’agitazione, ho preso un treno sbagliato, per fortuna anche quello era diretto a Roma ma non era il mio speciale, dunque dopo tante tarantelle sono riuscita a convincere il controllore a farmi pagare solo il supplemento e non farmi scendere perché per una questione di sicurezza non potevo viaggiare in piedi.
Sono stata contenta sia come sfoglina, in rappresentanza della mia categoria (una volta tornata a Bologna siamo state chiamate un po’ ovunque per festeggiare con la nostra pasta fresca la Coppa Italia), sia come ultras: per aver assistito a una vittoria epica della mia squadra del cuore, che porto ogni giorno con me nella vita”.

Francesca Grosso non è solo una sfoglina: è un simbolo vivente della cultura bolognese, un ponte tra passato e futuro, tra cucina e calcio, tra memoria e passione.
E mentre tira la sfoglia con gesti antichi, il suo cuore batte al ritmo dei cori della Curva Bulgarelli. Perché a Bologna, si sa, le vere magie nascono sempre dalle mani e dal cuore.
Danilo Billi
