
Sono passati tre lunghissimi anni da quella maledetta sera d’estate che ha distrutto la vita di Davide Ferrerio e infranto per sempre la serenità della sua famiglia.
Era l’11 agosto 2022 quando, durante una vacanza a Crotone, il destino – o forse la crudeltà umana – ha deciso di colpire alla cieca, trasformando un ragazzo buono, sereno e pieno di vita in un prigioniero di un coma irreversibile.
Davide, ventenne dal cuore rossoblu e con il sorriso di chi non porta rancori, si trovava semplicemente sul marciapiede, in attesa di un amico. Indossava una camicia bianca. Un dettaglio banale, eppure fatale. Perché in quell’istante, a causa di un assurdo scambio di persona, quella camicia è diventata un marchio di condanna.
Un errore tragico: il colpo che ha spento un futuro
Quella sera, una spedizione punitiva era stata organizzata per vendicare un presunto torto nato sui social.
La madre di una minorenne, infuriata per il corteggiamento online della figlia, aveva deciso di “smascherare” il presunto colpevole, coinvolgendo altre persone. Il bersaglio, un ragazzo di nome Alessandro Curto, aveva però rinunciato all’incontro, lasciando come unico indizio agli aggressori: “indossa una camicia bianca”.
E lì, sul marciapiede, c’era Davide, che non c’entrava nulla. In pochi secondi, la follia prese forma: un colpo violentissimo sferrato con un tirapugni, la caduta, la testa che batte, il buio. E da quel buio, Davide non è più tornato.
Giustizia a metà
L’aggressore materiale, Nicolò Passalacqua, è stato condannato in via definitiva a 12 anni e 8 mesi per tentato omicidio.
L’istigatrice, Anna Perugino, ha visto confermata in appello la condanna per tentato omicidio, otto anni di carcere.
Chi ha indicato Davide – il cosiddetto “quinto uomo” – invece è stato assolto: secondo la Cassazione, non avrebbe potuto prevedere l’esito tragico. Una decisione che lascia un sapore amaro, come se la giustizia avesse perso un pezzo di strada lungo il cammino.
Il calvario quotidiano di mamma Giusy e papà Massimiliano
Da quel giorno, la stanza d’ospedale di Bologna dove Davide giace immobile è diventata il mondo intero per la sua famiglia.
Sulla parete, i colori rossoblu del Bologna, la musica rock che tanto amava, una maglia regalata dal compianto Sinisa Mihajlović.
Mamma e papà entrano ogni giorno, lo accarezzano, gli parlano. Sperano. Pregano. E restano lì, a metà strada tra l’amore e l’impotenza.
Accanto a loro, il fratello Alessandro, anche lui tifoso appassionato della Curva Andrea Costa, racconta con la voce rotta di quando il Bologna ha vinto la Coppa Italia:
“La Coppa è anche sua… un sogno se la potessimo portare in ospedale.”
Bologna non dimentica
La città non ha mai voltato le spalle. Sugli spalti, negli striscioni e nei cori, il nome di Davide è sempre presente. “Davide Presente” campeggia come un grido di battaglia, come un abbraccio collettivo che cerca di oltrepassare quel muro invisibile che separa Davide dal resto del mondo.
Perché chi lo conosceva lo sa: poteva essere uno di noi. Il compagno di gradone, il fratello, il figlio, l’amico di una vita. Un ragazzo normale, senza grilli per la testa, ma con un cuore capace di legarsi profondamente. Amava il Bologna e il Dall’Ara era la sua seconda casa.
Una ferita che non si chiude
Questa non è solo la storia di un’aggressione. È una ferita aperta per una famiglia, per una città e per chiunque creda ancora nella giustizia. È l’urlo silenzioso di chi ogni giorno guarda un figlio e sa che non potrà più sentire la sua voce.
Un dolore che non si misura, che non si attenua, che non conosce tregua.
Davide Ferrerio oggi non può parlare, ma Bologna intera continua a farlo per lui. E finché ci sarà anche un solo cuore che batterà al suo nome, Davide resterà vivo.
Danilo Billi
