Il suo nome vero è Mastellari, ma per tutti – amici, avversari, curiosi – era semplicemente lo Sceriffo.
Lo conoscevi prima ancora di parlargli: quell’aria decisa di chi sa dove mettere i piedi e come tenere le redini di un gruppo, quella voce che non aveva bisogno di urlare per farsi sentire.
Nell’ambiente ultras bolognese il suo nome non era un soprannome, ma un marchio di rispetto.

L’ho cercato per mesi, inseguendo il filo di una storia che in tanti ricordano a brandelli, tra fotografie sbiadite e aneddoti da bar. Perché raccontare la nascita del Total Chaos e del mitico Chaos di via della Fondazza non è solo ricostruire un pezzo di curva: è riportare in vita un’epoca, una Bologna che non c’è più.
Lo Sceriffo ha accettato di parlarmi, e quello che segue è un viaggio indietro nel tempo, tra il rombo dei motorini, la musica sparata dai giradischi, la polvere delle gradinate e la rabbia giovane che sa di birra e Marlboro rosse.

1984: Bologna in apnea
Era il 1984. Il Bologna arrancava, giù in classifica, con problemi societari che sembravano non finire mai.
Eppure, bastava una partita come Bologna–Spal per far esplodere lo stadio: spalti pieni, sciarpe al vento, cori che si alzavano come onde di un mare rosso e blu.
Fu in quel clima sospeso, tra rassegnazione sportiva e febbre di tifo, che due mondi apparentemente opposti cominciarono a parlarsi: Punk e Skinhead.
Il punto d’incontro era il Disco d’Oro di via Marconi, un negozio di dischi che univa un po’ le nostre passioni musicali, e che era diventato anche un punto di confronto, in particolare il sabato, quando era più affollato di clienti. Da lì ci trasferivamo all’Orsa, un pub del centro storico. Luci basse, pareti intrise di fumo, dischi di Clash e Specials che giravano sul piatto. Lì, il sabato notte, tra birre versate e discussioni infinite, si iniziavano a gettare le basi di qualcosa di nuovo.
La domenica, quegli stessi volti si ritrovavano allo stadio. All’inizio sparsi, poi sempre più compatti, fino a decidere che serviva un simbolo, un nome, una bandiera dietro cui stringersi.

Lo striscione blu
La stagione 1984-85 portò la prima svolta. Lo Sceriffo prese carta e matita e disegnò lo striscione.
blu profondo, lettere nette: Total Chaos. A realizzarlo fu Pinotti, che con ago, filo e mano sicura era un vero artista delle pezze dipinte.
Il debutto avvenne in Bologna–Triestina.
Non fu un’entrata trionfale. Loro erano un gruppo nuovo, “strano” per i canoni della curva dell’epoca. A livello sociale, i punk erano guardati male da tutti: troppo fuori dagli schemi per la destra, troppo imprevedibili per la sinistra. Bologna, pur abituata alle sue rivoluzioni culturali, non era pronta a vederli anche in curva.
“Dal ’77 i Punk c’erano già – dice lo Sceriffo – ma allo stadio… per molti era come bestemmiare in chiesa.”

Punk, Mods e Skin: scontri e rispetto
In quegli anni, la città era un mosaico di sottoculture in perenne attrito. Mods e Punk si sfidavano nelle strade, tra motorini ribaltati, scritte sui muri e risse davanti ai licei.
C’era stato persino un attacco a una casa occupata in via Galliera, segno che la tensione non si fermava alla musica o all’abbigliamento.
“Noi Punk giravamo con il giubbotto di pelle, mentre i nostri antagonisti erano i Mods, ballotta fighetta per lo più di Porta San Mammolo, si trovavano in parrocchia ed erano soliti anche loro frequentare il gruppo dello stadio e girare con la vespe. Non eravamo tanti tra gli uni e gli altri, ma quando ci trovavamo… volavano le mani.”
Eppure, il giorno in cui il Total Chaos attaccò per la prima volta lo striscione, qualcosa cambiò. I Mods, da avversari, iniziarono a guardare con rispetto quei ragazzi testardi.
Il ghiaccio si ruppe: le trasferte cominciarono a farsi insieme, le chiacchiere sui treni si mescolavano ai cori. Il Total Chaos diventò persino una sorta di “scuola” per nuovi ultras: molti iniziavano lì e poi passavano ai Mods, portandosi dietro quell’aria di ribellione imparata in mezzo ai punk.

La musica come collante
Se c’era una cosa che teneva insieme il Total Chaos, oltre alla curva, era la musica.
Molti suonavano in Band Punk o Ska, altri vivevano tra concerti, prove e festival. Il legame con i Forever Ultras era stretto: il Baffo, Allah, Lele l’Autonomo (recentemente scomparso e ricordato da uno striscione celebrativo esposto dagli stessi U.R.B.74 nella partita del 30 Agosto 2025 tra Bologna e Como) erano presenze abituali.
Il primo anno di trasferte fu un viaggio continuo: Cesena, Trieste, Campobasso, e la storica Brescia, due pullman di cui uno interamente Total Chaos.

L’arrivo del Mazzini
Fu in quelle trasferte che arrivarono i ragazzi del Mazzini, zona Pontevecchio. Ragazzi duri, sempre presenti, con mentalità “ultras” pura.
Intanto, il gruppo iniziava a produrre i primi cimeli: sciarpe blu, foulard celesti con teschio rosso, adesivi serigrafati a mano.
“All’epoca – ricorda lo Sceriffo – non era come oggi. Stampavi cento pezzi e via. Gli adesivi li facevo io, in cantina, col macchinario. L’odore dell’inchiostro ce l’ho ancora nel naso.”

Dal sottoscala al mito
Quella cantina non era solo un laboratorio: era un punto di ritrovo.
Il Baffo veniva a fare ballotta, altri a chiacchierare o a bere una birra, mentre lo Sceriffo passava le mani sulle setole del telaio serigrafato.
Lì si respirava il vero senso di aggregazione: la curva non era solo novanta minuti di partita, era una vita in comune.
Nel 1987, dalla cantina nacque il Chaos di via della Fondazza: negozio, ritrovo, simbolo. Per molti, quel portone non era un ingresso, ma una porta verso un mondo.

Il cambio di pelle
La convivenza tra Punk e Skin durò poco. Gli Skin iniziarono a voler un gruppo proprio; i Punk, più anarchici, preferivano saltare qualche trasferta per un concerto o un festival.
Fu allora che i ragazzi del Mazzini presero il comando, portando il Total Chaos in una nuova fase.
Il gruppo cambiava volto, ma non smetteva di essere se stesso: ribelle, creativo, orgoglioso.

La poesia amara di una stagione
Oggi, guardando indietro, una malinconia dolce avvolge quei ricordi.
Erano anni duri e belli insieme, fatti di sciarpe che odoravano di lana e fumo, di striscioni cuciti a mano, di cori urlati fino a perdere la voce.
La Bologna di allora aveva un cielo diverso: più basso, più vicino alle teste chine sui motorini e ai sorrisi stanchi dopo una trasferta infinita.
E forse è questo che lo Sceriffo voleva dire quando, alla fine del racconto, mi ha guardato e ha sussurrato:
“Non eravamo perfetti. Ma eravamo veri. E questo non te lo ridà più nessuno.”
Danilo Billi

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