
Il calcio femminile italiano sta vivendo un paradosso inquietante. Sulle ali degli Europei e delle grandi manifestazioni internazionali, migliaia di persone si sono avvicinate a questo sport, attratte dalla sua autenticità, dalla freschezza e da quei valori che lo distinguono da un calcio maschile ormai consumato da interessi e business. Eppure, proprio adesso che servirebbe spalancare le porte, troppe società – dalla Serie A alle categorie minori – stanno alzando muri. Muri contro i tifosi, muri contro la stampa. Un autogol clamoroso, che rischia di strozzare nella culla la crescita di un movimento che ha invece tutto per esplodere.
Dal sogno all’isolamento: il fuoco che si spegne
Un tempo il calcio femminile era un laboratorio di vicinanza: spalti pieni di famiglie, allenamenti aperti, sorrisi, foto, autografi. Quella dimensione di “terzo tempo” che faceva innamorare e che rendeva unica questa realtà.
Oggi invece domina un’altra atmosfera: allenamenti blindati, steward che tengono i tifosi a distanza, contatti ridotti al minimo. La fiamma si affievolisce, lasciando i sostenitori confinati ai soli 90 minuti della partita. Ma il pubblico non è un accessorio: senza empatia, senza sentirsi parte del percorso, con il tempo si allontanerà. E quando i seggiolini torneranno vuoti, sarà troppo tardi per piangere sul latte versato.
Stampa imbavagliata, storie negate
Non si tratta solo di tifosi. Anche la stampa viene imbavagliata. Giornalisti e pubblicisti che da anni sacrificano tempo ed energie per raccontare questo movimento si trovano sempre più spesso davanti a porte chiuse, interviste negate, notizie filtrate.
Così la narrazione si riduce a sterili comunicati ufficiali, mentre le storie vere, quelle che alimentano la passione, restano nell’ombra. Senza una stampa libera e plurale, il calcio femminile perde la sua linfa vitale: il racconto. E senza racconto non c’è crescita, non c’è identità, non c’è futuro.
Aprirsi o morire
Il movimento ha bisogno di tutto tranne che di silenzi. Le società devono tornare a investire in empatia: giornate aperte alle famiglie, incontri nelle scuole, eventi con le calciatrici, momenti di condivisione che riportino i tifosi vicino al campo. E serve un dialogo vero con la stampa: non solo con i grandi network, ma anche con le testate locali e i freelance, spesso i primi a tenere viva la fiamma nei territori. Senza diffusione, senza risonanza mediatica, ogni iniziativa muore sul nascere.
L’esempio che arriva dall’estero
In Spagna, Inghilterra, Stati Uniti, le calciatrici restano accessibili. Selfie, autografi, conferenze stampa trasparenti: non è folklore, è strategia. È costruzione di un rapporto che fa crescere il movimento. Aitana Bonmatí, due volte Pallone d’Oro, dopo una cocente sconfitta europea è uscita a salutare i tifosi: gesto semplice, ma devastante in termini di immagine e fiducia. In Italia, invece, cresce il distacco. Ma senza il popolo, nessuna squadra vive.
Un appello alle società
Questo è un grido diretto a presidenti e dirigenti: non spegnete il fuoco che avete contribuito ad accendere. Non chiudetevi nei bunker, non zittite chi racconta e sostiene. Il calcio femminile non è ancora abbastanza forte da vivere di solo business: ha bisogno di cuore, di affetto, di quel legame che si costruisce solo con porte aperte, non blindate.
Libertà e Costituzione
Chi sceglie la chiusura dimentica che la nostra Costituzione, all’articolo 21, sancisce un principio cardine: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”
È un diritto fondamentale, che vale per ogni cittadino e che riguarda anche chi fa informazione sul calcio femminile. Certo, la stessa norma fissa limiti chiari e imprescindibili: non sono ammesse offese, ingiurie, diffamazioni o minacce. Ma dentro questi confini la libertà deve restare intatta.
Imbavagliare la stampa, ridurre tutto a comunicati ufficiali e a qualche post social significa privare il movimento femminile della linfa vitale del racconto. Un calcio che non si lascia raccontare è un calcio che si condanna all’oblio.
Il primo passo
Riaprire gli allenamenti ai tifosi sarebbe già un segnale. Restituirebbe vicinanza, darebbe ossigeno a una passione che non può vivere solo di domeniche allo stadio o di immagini sgranate su vivoazzurro.tv.
Il calcio femminile ha una chance irripetibile: diventare fenomeno di massa, radicato e sostenibile. Ma per riuscirci ha bisogno del suo pubblico. Senza quell’affetto, senza quella partecipazione, resterà un sogno incompiuto.
Danilo Billi
