Lo Stadio Renato Dall’Ara di Bologna, con le sue impalcature perenni, i tifosi fradici sotto la pioggia, i colpi di calore senza alcuna protezione e il traffico paralizzato al fischio finale, non è più solo un luogo di sport: è uno scomodo viaggio nell’incongruenza. Un impianto storico che oggi regala più disagi che gloria — e il restyling non è più rimandabile.

Il Dall’Ara: tempio rossoblu o campo di battaglia climatico?
Il Dall’Ara è da sempre la casa del Bologna, fulcro di entusiasmo rossoblu e teatro di emozioni calcistiche. Ma al tempo stesso è l’emblema di un paradosso tutto italiano: si parla da decenni di rinnovamenti, coperture moderne, viabilità potenziata… ma i tifosi continuano a vivere vere e proprie odissee. Tra sole implacabile, acquazzoni e code infinite, l’esperienza dal vivo diventa uno test di resistenza.
Bologna–Genoa, 20 settembre 2025: il vero avversario era il sole
La recente sfida contro il Genoa è stata più una prova di sopravvivenza che una partita di calcio.
Con picchi oltre i 35 °C, il Dall’Ara ha mostrato tutte le sue falle: nessuna protezione nelle zone scoperte, né ombra che mitigasse il caldo feroce. Decine di tifosi — in particolare i più anziani — hanno accusato malesseri, e gli steward sono diventati i paramedici dell’emergenza.
Chi sedeva in curva o tribuna scoperta non ha visto la partita: l’ha sopportata. Gambe molli, bottigliette finite, visiere pronte all’uso ma inutili: il nemico non era il Genoa, ma il sole.
Pioggia e freddo: al Dall’Ara non ti bagni… ti sommergi
L’estate non è il solo cruccio: in autunno e in inverno il Dall’Ara si trasforma in una trappola
d’acqua. Mantelline, poncho, cappucci e ombrelli diventano armi di fortuna, ma spesso non bastano: i tifosi finiscono zuppi dalla testa ai piedi. In curva Andrea Costa, la famosa “pacchiarina” — una melma di pioggia e fango — trasforma il terreno in un pantano.
Non si tifa: si lotta per restare asciutti, vigili e con la voglia di respirare sport, non acquazzoni.
L’impalcatura eterna: da provvisoria a monumento
Come se non bastassero caldo e pioggia, lo stadio offre ai visitatori il suo “capolavoro
architettonico”: l’impalcatura provvisoria che ormai domina l’orizzonte. Un mostro di ferro
giallo-blu — e non certo nei colori rossoblu — che appare come uno scheletro urbano, un ricordo inquietante dei cantieri mai terminati.
Laddove “temporanea” una volta significava “passaggio”, oggi è “elemento strutturale”. Non un simbolo di progresso, ma della stagnazione.
Il terzo tempo del tifoso: la tragedia del rientro
Finita la partita, inizia il vero calvario: il rientro. Ogni gara casalinga è sinonimo di traffico in tilt, code chilometriche e strade bloccate. Le vie intorno allo stadio — Andrea Costa, via Togliatti, zona Certosa — diventano un imbuto senza uscita. Auto ferme, clacson impazziti, tifosi che impiegano più tempo a lasciare il quartiere che a vedere 90 minuti di calcio. Un paradosso moderno: godi (se riesci) 90 minuti di partita, per poi restare imbottigliato 120 minuti nel caos urbano.
Bologna merita di più: promesse non bastano, servono fatti
I tifosi del Bologna meritano uno stadio vero — moderno, coperto, sicuro, accogliente e facilmente raggiungibile. Da anni si parla di restyling, di progetti faraonici, di alternative tra “nuovo stadio” e “mini-restyling”. Ma intanto i cantieri rimangono su carta e i costi volano.
Il risultato? Un impianto amato per la sua storia, ma odiato per i disagi. Un luogo che continua a resistere più per affetto che per efficienza; dove il rosso-blu si mescola al giallo-blu delle impalcature e al grigio del traffico paralizzato.
Un tempio da restaurare, non da sopportare
Il Renato Dall’Ara non è soltanto uno stadio: è un pezzo di cuore bolognese. Ma non può restare prigioniero di progetti rinviati e malfunzionamenti cronici. Il pubblico domenicale, che sfida caldo, pioggia e traffico, merita rispetto e condizioni all’altezza della passione che porta.
Se davvero vogliamo che Bologna giochi nella “classe” delle grandi, serve un impianto che lo testimoni. Perché la passione può resistere a molte cose… ma non per sempre a impalcature infinite, acquazzoni biblici e colpi di sole degni del deserto.
Danilo Billi
