Da anni sentiamo proclami altisonanti da parte dei vertici federali – Fipav, Figc, e chi più ne ha più ne metta – sul fatto che bisognerebbe investire di più nel calcio femminile, che occorre farlo crescere, che il futuro è delle donne. Parole. Solo parole. Perché quando si passa dai discorsi ai fatti, i primi a remare contro il movimento sono proprio loro, i dirigenti in giacca e cravatta che decidono regole, formule e calendari senza un briciolo di buon senso.

Formule assurde che uccidono la passione
Abbiamo già visto esperimenti grotteschi come la Serie A divisa in Pool Scudetto e Pool Retrocessione: una formula che non ha mai convinto né il pubblico né le stesse calciatrici, capace solo di spegnere entusiasmo. Quest’anno, invece, la Serie B viene promossa in A soltanto con la prima classificata: un’idea talmente miope che non ha eguali in Europa, dove quasi sempre le prime due o tre salgono direttamente. Per non parlare della Serie C femminile divisa in 4 gironi: vinci il tuo raggruppamento, fai un campionato straordinario, e poi? Devi comunque passare per dei playoff complicati, cervellotici, che ci vorrebbe un matematico per spiegarli. Così si puniscono le squadre virtuose invece di premiarle.
E questa sarebbe la strada per far crescere il calcio femminile?
Interviste negate, tifosi lontani e campi deserti
Il problema non è solo nella formula dei campionati. C’è un muro culturale che le società, spesso spinte dalle stesse federazioni, alzano giorno dopo giorno.
Allenamenti chiusi ai tifosi. Interviste negate o concesse col contagocce. Partite giocate in campi periferici, lontani dai centri abitati, senza servizi e senza appeal. Così si tengono lontani i tifosi veri, quelli che vorrebbero appassionarsi ma non hanno né i mezzi né le occasioni per seguire le squadre.
Eppure basterebbe poco. Aprire le porte degli allenamenti, avvicinare le calciatrici al pubblico, dare visibilità a un movimento che ha bisogno di radici popolari, non di paletti burocratici.
L’assurdo degli orari: femminile e maschile in contemporanea
Questa è la vera vergogna che nessuno ha il coraggio di sottolineare con la giusta rabbia.
In Italia il calcio femminile viene condannato a giocare negli stessi orari delle squadre maschili, spesso addirittura nello stesso giorno e nella stessa città. È una scelta suicida, che da sola basterebbe a spiegare perché il movimento fatichi a decollare.
Facciamo degli esempi concreti:
- A Bologna può capitare che le BFC Women giochino in casa la domenica pomeriggio, nello stesso momento in cui al Dall’Ara scende in campo la squadra maschile. Risultato? Gli spalti delle ragazze restano deserti, perché la stragrande maggioranza dei tifosi non rinuncerà mai a vedere la Serie A maschile.
- A Roma, in passato, più volte le partite della Roma Femminile sono state sovrapposte a quelle dei giallorossi di Mourinho. E chi credete che vada a vedere le ragazze a Tre Fontane, se nello stesso momento l’Olimpico esplode per la Roma maschile?
- Stesso discorso per Milano, Torino, Firenze: situazioni che si ripetono ciclicamente, quasi fosse un accanimento sistematico.
E qui sorge la domanda: ma davvero nei palazzi federali non si rendono conto di quello che fanno? Davvero pensano che il pubblico sia infinito e possa sdoppiarsi?
Organizzare calendari separati non è un’impresa impossibile. Basta scaglionare le partite, evitare sovrapposizioni, collocare le gare femminili in orari strategici.
In Inghilterra, ad esempio, la Women’s Super League ha capito che l’unico modo per crescere è sfruttare finestre televisive intelligenti: le partite delle donne vanno spesso in onda in orari “liberi”, senza concorrenza diretta con la Premier League maschile. Così la visibilità aumenta, gli stadi si riempiono, gli sponsor investono.
In Spagna la Liga Femenina ha adottato lo stesso approccio, facendo di Barcellona e Real Madrid femminili un fenomeno seguito anche a livello internazionale.
In Italia invece? Niente. Si preferisce la strada più pigra, la più dannosa. Mettere le ragazze a giocare quando giocano i maschi, come se la loro presenza fosse fastidiosa, come se il calcio femminile fosse un riempitivo di calendario e non un movimento con dignità propria.
La conseguenza non è solo sugli spalti vuoti. È un danno culturale e mediatico enorme:
- I giornali scelgono di coprire le partite maschili, relegando il femminile a poche righe.
- Le tv e le radio si concentrano sugli uomini, oscurando le imprese delle ragazze.
- I giovani tifosi crescono senza possibilità di vedere dal vivo entrambe le squadre della propria città, imparando a considerare il calcio femminile come “minore”.
Un disastro pianificato, che si poteva evitare con un minimo di intelligenza.
I veri detrattori del calcio femminile
E allora la domanda è: vogliono davvero far crescere il calcio femminile, o preferiscono tenerlo in gabbia?
Perché il dubbio ormai è legittimo: i primi nemici del movimento sembrano essere proprio coloro che dovrebbero proteggerlo e farlo esplodere.
Dietro ai proclami, dietro alle frasi di circostanza, dietro ai “piani di sviluppo” c’è spesso la realtà di scelte scellerate, cieche, contrarie all’interesse del movimento stesso.
Il calcio femminile ha bisogno di aria, di coraggio, di idee nuove. Ha bisogno di comunicazione vera, di un rapporto diretto con la gente, di investimenti concreti. Non di formule assurde, orari suicidi e decisioni prese senza ascoltare chi vive davvero questo sport.
Se il movimento oggi arranca, la colpa non è delle ragazze che sudano ogni domenica sui campi, né dei tifosi che resistono tra mille difficoltà. La colpa è di chi, dal palazzo, continua a giocare una partita che somiglia più a una condanna che a un progetto di crescita.
Una proposta semplice: il calcio femminile ha bisogno dei suoi spazi
E allora basta con le scuse, basta con la pigrizia organizzativa, basta con la logica del “tanto non interessa a nessuno”. Il calcio femminile interessa eccome, ma va messo nelle condizioni di essere visto, vissuto, raccontato.
La soluzione è semplice, quasi banale:
- Scaglionare gli orari: se il maschile gioca la domenica alle 15, il femminile deve avere spazio al sabato, o in posticipo serale, o comunque in una finestra diversa.
- Anticipi e posticipi dedicati: dare al calcio femminile una collocazione chiara, riconoscibile, stabile. Un appuntamento fisso che il tifoso possa segnare sul calendario.
- No alle sovrapposizioni cittadine: è inconcepibile che Bologna maschile e Bologna Women giochino in contemporanea. Chi ama entrambe le squadre deve avere la possibilità di seguirle entrambe.
- Sfruttare le finestre televisive vuote: in Italia ci sono decine di ore settimanali in cui nessuno gioca. Perché non usarle per il femminile? Perché ostinarsi a schiacciarlo contro il gigante maschile?
Questo non è fantascienza, è solo buon senso. In Inghilterra e in Spagna funziona, e i numeri parlano da soli: stadi pieni, audience televisiva in crescita, sponsor interessati. In Italia invece ci si ostina a calpestare il movimento con scelte autolesioniste.
E allora diciamolo chiaramente: se il calcio femminile non cresce, la colpa non è delle ragazze, non è dei tifosi, ma dei dirigenti ciechi che continuano a trattare questo sport come un fastidio da relegare ai margini.
Il futuro si costruisce con visione e coraggio, non con le sovrapposizioni suicide. Se vogliamo davvero dare dignità al calcio femminile, iniziamo da qui: dargli i suoi orari, i suoi spazi, la sua libertà di esistere senza ombre.
Danilo Billi
