Federica Fossi è una voce autorevole del giornalismo sportivo italiano che ha scelto di dedicarsi con profonda determinazione alla diffusione e valorizzazione del calcio femminile. In questa intervista esclusiva, racconta come è nata in lei la missione di raccontare lo sport al femminile, le sfide incontrate, i sogni per il futuro e il ruolo che le nuove generazioni sono chiamate a interpretare per fare il vero salto culturale nel movimento sportivo femminile.

-Federica, quando e come hai capito che raccontare il calcio femminile sarebbe diventata una tua missione?
“La prima volta che ho compreso che questo sarebbe stato il mio percorso è stata quando la società Femminile Juventus (che purtroppo oggi non esiste più) mi invitò alla finale regionale di Coppa Italia Eccellenza Femminile contro l’Alessandria. Scrivevo da pochissimi mesi e, per me, quella sarebbe stata la prima partita in veste di aspirante giornalista. Prima di allora avevo sempre seguito le partite solo come tifosa.
Ricordo ancora l’agitazione mista al freddo invernale: avevo paura di sbagliare e di non essere all’altezza del compito. Alla fine, però, mi sono divertita e ho capito che quell’agitazione, unita all’adrenalina delle interviste post-partita, era una sensazione che avrei voluto provare all’infinito. (Poi mi sono anche accorta di aver lasciato le chiavi della macchina nel bagagliaio, ma quella è un’altra storia!)”
-C’è stato un episodio particolare, magari una partita o un incontro, che ti ha spinta a dire: “questa è la mia strada”?
“Mi collego nuovamente alla prima risposta e dico ancora la finale regionale di Coppa Italia Eccellenza femminile tra Femminile Juventus e Alessandria. Ho un ricordo molto nitido di quel pomeriggio: Sinner aveva appena vinto il suo primo Slam contro Medvedev (sono una grande appassionata di tennis) mentre mi stavo dirigendo al campo. Ricordo persino la mia confusione nel chiedere la distinta, così come gli sguardi dei genitori e delle giocatrici nel post-partita mentre facevo le prime domande. È stata un’esperienza magica, nonostante il freddo, che mi ha fatto capire che quella fosse davvero la mia strada”.

-Cosa ti ha lasciato il primo anno da giornalista sportiva e cosa invece ti manca?
“Il primo anno da giornalista mi ha regalato emozioni impagabili: sono partita da una partita tra dilettanti e sono arrivata a seguire una partita di Champions League, vedendo giocare l’Arsenal che, a fine stagione, avrebbe poi vinto la competizione. Se penso che ho iniziato a scrivere articoli nella cucina di casa mia e ho poi scritto in sala stampa all’Allianz Stadium, non posso che sentirmi orgogliosa.
Sono immensamente grata per tutto ciò che ho potuto vivere, sperimentare e per le persone che ho avuto l’opportunità di incontrare: alcune di loro oggi sono amiche, altre sono figure imprescindibili nella mia vita.
Che cosa mi manca? Sicuramente esperienza. Sento di aver fatto molti passi avanti, ma allo stesso tempo so di dover crescere e imparare giorno per giorno. Non ho fretta di “arrivare”, qualunque sia la meta: voglio godermi il percorso, abbracciando ogni consiglio e suggerimento che venga dall’esterno. Ho imparato che esiste un tempo per ogni cosa e che tutto fa parte di un processo di crescita”.
-Hai scritto articoli molto schietti e coraggiosi, come “Non siamo modelle con i tacchetti”: pensi che l’Italia sia ancora ostaggio di una narrazione sessista sul calcio femminile?
“Assolutamente sì. Una mia amica che vive a Los Angeles spesso si confronta con me su come i nostri Paesi (lei è americana) percepiscano e raccontino lo sport femminile. La sua visione è molto diversa da quella italiana.
Attenzione: il paradiso in terra non esiste, ogni Paese ha i suoi problemi, ma l’Italia è ancora vittima di una mentalità antica e ormai superata anche nella maggior parte dei Paesi europei dove il calcio è lo sport principale. Siamo ancora legati all’idea che il calcio sia solo per uomini “duri, brutti, sporchi e cattivi”, ma questo sport ha molto più da offrire rispetto alla solita narrazione grottesca e ignorante”.
-Secondo te, cosa manca oggi in Italia per far fare il salto culturale definitivo a questo movimento?
“Curiosità e accettazione. Molte persone partono prevenute e considerano il movimento femminile di bassa qualità, non degno di investimenti e frutto del politicamente corretto. Il movimento non deve piacere per forza, ma perché denigrarlo e svalutarlo costantemente? Se una cosa non piace, è legittimo: basta passare oltre.
È una narrazione che riguarda anche altre discipline. Lo abbiamo visto recentemente con la vittoria della nazionale maschile di pallavolo ai Mondiali: un piccolo trafiletto in prima pagina, perché lo spazio era dedicato alla vittoria del Milan sul Napoli.
In questi casi si usa la giustificazione del “mercato”, perché “il popolo vuole il calcio e i giornali devono vendere”. Ma il popolo vuole il calcio perché non vede altro che quello. Se persino un Mondiale non è degno di un grande titolo in prima pagina, come possiamo pensare che il movimento femminile abbia lo spazio che merita?
Il cambiamento culturale deve partire anche dal modo in cui si sceglie di raccontare lo sport. Lo sport è sinonimo di salute mentale e fisica, e una popolazione culturalmente ricca di sport non può che beneficiarne in ogni aspetto della vita. Poi, certo, entrano in gioco scelte e gusti personali”.
-Come valuti il passaggio al professionismo? È reale o solo sulla carta?
“Il professionismo era un passaggio necessario: le calciatrici dedicano intere giornate allo sport, ed è giusto che sia riconosciuto come una professione. Sappiamo tutti, però, che il professionismo ha causato non pochi problemi ai club per via dei costi.
Servono politiche di supporto (soprattutto a favore dei settori giovanili) e un lavoro costante di comunicazione per attirare investitori e sponsor. Sogno che un giorno il professionismo possa estendersi anche alla Serie B, ma è un traguardo ancora lontano”.

-Quale club, tra i professionisti, secondo te ha investito davvero nel progetto femminile con coerenza e visione? E quale invece solo per marketing?
“Non credo che oggi esistano club che abbiano investito nel femminile solo per marketing. All’inizio forse sì: avere una prima squadra femminile serviva a costruire una facciata. Oggi, però, per vincere ed essere competitivi bisogna investire, programmare e organizzare allo stesso modo del calcio maschile.
Fino a pochi anni fa c’era solo la Juventus; oggi invece si lavora bene anche alla Roma, al Milan, all’Inter, al Como Women, al Parma e al Como 1907 (per citare anche esempi di società non ancora in Serie A). Sicuramente qualcosa sta cambiando.
Tuttavia credo che sia necessario fare molto di più alla base della piramide: il dilettantismo femminile soffre ancora troppo per i costi e per la difficoltà a sostenersi. A differenza del professionismo, nelle squadre di paese spesso si è voluto aprire un settore femminile solo per facciata. L’epilogo, poi, è sempre lo stesso.
Per questo ritengo fondamentale sviluppare i settori giovanili: ho visto realtà in cui si puntava tutto sulla prima squadra, ma senza un vivaio solido, con giocatrici pronte a subentrare e con entrate provenienti dalla scuola calcio, diventa impossibile sostenere i costi nel tempo. Per molti il femminile è un “gioco”, ma i costi sono molto elevati se si vuole competere ad alti livelli”.
-Come giornalista, quali difficoltà incontri nel coprire il calcio femminile rispetto al maschile?
“A volte è difficile affermarsi come voce autorevole: una donna che parla di calcio femminile viene subito etichettata come fanatica del famoso “politicamente corretto”, e questo genera una percezione negativa immediata. Devo ammettere che nel mio percorso questi episodi sono stati rari. Quando ci si espone sui social, il rischio che accadano aumenta, ma fa parte del gioco.
Suppongo che capiti a chiunque, indipendentemente dal fatto che si parli di calcio maschile o femminile. Per me gli episodi sono stati forse lievemente più frequenti per motivi di cui parlavo prima, ma non ne ho mai fatto una regola: li ho sempre considerati un’eccezione”.

-Cosa vorresti leggere, ma ancora non trovi, sui giornali o nei media sportivi dedicati alle donne?
“È il discorso di cui parlavamo prima sul cambiamento di mentalità: la narrazione è troppo incentrata sul calcio maschile. A volte, per riempire lo spazio di giornale, lo si fa con il gossip. Io credo che, almeno per i grandi risultati, sia giusto dedicare lo spazio che meritano. Come possiamo dire che al pubblico non interessa, se non gli viene mai mostrato davvero che cos’è il movimento femminile?”.
-Hai mai ricevuto critiche per il tuo taglio schietto e diretto? Se sì, ti hanno mai fatto tentennare o ti hanno fatto capire, come al sottoscritto, che eri sulla strada giusta?
“Più volte ho ricevuto la famosa minaccia di denuncia per le mie parole. Le mie amiche, difatti, spesso scherzano con me dicendo che mi denunceranno.
Sinceramente, non mi hanno mai spaventata queste situazioni: io scrivo per raccontare ciò che accade, nel bene e nel male, e non per accanirmi o elogiare qualcuno. Spesso la gente dimentica che la mia penna è un mezzo per raccontare fatti, non “Federica Fossi che ce l’ha con qualcuno”. Io non ce l’ho con nessuno: racconto le cose nel modo più oggettivo possibile, senza lasciarmi coinvolgere.
Il mondo sportivo in cui vorrei vivere, e di cui vorrei scrivere, è idilliaco, quasi utopico. La realtà, però, è ben diversa e, quando serve, sento il dovere morale di raccontarla. Fin da bambina ho sempre pensato che fosse meglio raccontare le storie per quanto crude fossero: solo così, secondo me, si può davvero migliorare e crescere. Dietro un articolo struggente c’è sempre la speranza che sia l’ultimo episodio e che da esso si possa imparare a non ripetere certi errori. Il mio intento è raccontare anche il “lato oscuro” del calcio femminile per contribuire davvero alla sua crescita. Non mi sento una paladina, ma non ho mai creduto nelle favole Disney (per quanto mi piacciano)”.

-Sei anche sport communication specialist per un club: come cambia il linguaggio tra chi scrive e chi promuove?
“Scrivere per un club annulla inevitabilmente quella “vena polemica” (se così possiamo chiamarla) e la voglia di portare a galla le criticità che un giornalista deve avere.
L’obiettivo è diverso: bisogna promuovere il club, senza però omettere o nascondere gli aspetti negativi. La trasparenza, per me, deve essere alla base. Far parte di un club è stimolante: si possono vivere dinamiche che da giornalista esterna non si percepiscono. Ho sentito discorsi pre-partita, ho assistito ad allenamenti, a momenti di gioia e lacrime, a vittorie e sconfitte. Sono emozioni forti, difficilmente percepibili da una sala stampa, e che mi hanno molto aiutata anche nel mio lavoro giornalistico.
Lavorare per un club e scrivere per un giornale mi permette di avere una duplice visione di questo mondo”.
-Qual è l’errore più comune che fanno i media quando si rivolgono ai giovani e alle giovani sportive?
“Credo che l’errore più comune dei media sia pensare che i giovani non siano ancora pronti a causa dell’età. Personalmente posso dire che non mi sia mai capitato di essere trattata diversamente dai miei colleghi più anziani solo perché fossi giovane. Forse ho avuto fortuna, ma il fatto di essere giovane è sempre stato visto come un punto a favore.
Ricordo una volta che una collega più grande mi diede dei consigli durante l’intervallo di una partita. È stato bello potersi confrontare e ricevere feedback da chi faceva questo lavoro da molti più anni di me”.
-Cosa consiglieresti a una ragazza che oggi sogna di raccontare lo sport da protagonista, come stai facendo tu?
“Consiglierei innanzitutto di essere molto curiosa e di non avere paura di partire dal basso. Conosco colleghi che hanno voluto iniziare subito con Juventus o Torino (e come biasimarli), ma penso sia importante fare la famosa gavetta.
Io sono molto fiera di essere partita dal mio paese, costruendo una piccola squadra di calcio femminile insieme a mio fratello. Quel progetto, iniziato quando avevo solo vent’anni, mi ha fatta notare (negli anni successivi) da Piemonte Sport e da lì è partito tutto. In seguito ho scelto di continuare a raccontare il territorio, perché mi ha dato una visione completa del calcio: ho visto il bello della Champions e il difficile dei campi di provincia”.

-Hai mai pensato di smettere? Se sì, cosa ti ha fatto restare?
“Assolutamente no! Non ho mai pensato di smettere. Sono sempre più convinta che questa sia la mia strada. Come dicevo all’inizio, la sensazione che provo durante una partita è indescrivibile”.
-C’è una frase, una persona o una partita che porti con te come bussola?
“La mia famiglia è sempre stata la mia bussola. Mia mamma mi dà spesso consigli sulla comunicazione e, in più di un’occasione, mi ha corretto i testi!! Oltre a loro, il mio direttore Andrea è sempre stato un punto di riferimento: mi ha “scoperta” e ha sempre creduto in me. Siamo diventati amici nella vita e non potrei essergli più grata.
In generale ho tante persone che mi supportano: il mio ragazzo, i miei amici e le mie amiche in primis. Mi seguono sempre e non potrei essere più felice di vederli orgogliosi di me”.
-Nel tuo futuro cosa bolle in pentola?
“Nel futuro più prossimo inizierà un nuovo progetto con una grande testata giornalistica che stimo e rispetto. No spoiler, ma sono entusiasta.
Per il futuro più lontano, invece, non faccio piani: so cosa voglio, ma al momento è un sogno. Cerco di lavorare giorno per giorno, godendomi il viaggio e imparando il più possibile. Non ho fretta di arrivare”.

-Quanto pensi sia importante che si parli anche tanto degli addetti ai lavori come ho fatto io e come ha fatto Valentina Cristiani che ti ha voluto come profilo nel suo libro dedicato alle quote rosa?
“Molto. La maggior parte delle persone (io stessa all’inizio) non comprende davvero quanto lavoro ci sia dietro il campo: i successi non si limitano solo a chi segna più gol e vince la partita. Una società, i media e la narrazione sono parte di una grande macchina. È come un motore: i pezzi funzionano solo se sono insieme.
Lavorare per un club mi ha fatto comprendere ancora di più quanto ogni elemento, dal magazziniere al giocatore, sia fondamentale per il funzionamento di quel motore. Questo punto di vista mi ha permesso di avere una visione diversa anche del mio lavoro giornalistico”.
-Infine cosa ti senti di dire alle nuove leve che si approcciano o saranno parte integrante del movimento del calcio femminile dall’Europeo di questa estate in poi?
“Anzitutto spero che l’Europeo abbia dato un segnale concreto al movimento e abbia mostrato cosa significhi davvero il calcio per una donna: passione, sacrificio, sudore, emozioni, lacrime.
Alle nuove leve dico che mi auguro possano portare una ventata di freschezza nella mentalità delle persone, abbattendo i tabù ancora presenti. Credo che il lavoro svolto fin qui da leggende come Gama, Girelli, Morace e tante altre non debba andare perduto: deve essere un monito per andare avanti e credere sempre di più nel movimento.
Ora il compito spetta alle nuove generazioni: sono loro a dover portare avanti questa “partita”, per restare in tema”.

Federica Fossi ci ha offerto uno sguardo autentico e deciso su cosa significhi oggi parlare di calcio femminile in Italia: non solo con entusiasmo, ma con la lucidità necessaria per denunciare limiti, stereotipi e ingiustizie. È chiaro che il suo impegno non è soltanto giornalistico, ma parte integrante di una vera missione sociale e culturale.
Se vogliamo che il movimento cresca davvero, serve che storie come la sua diventino non l’eccezione ma la regola. Le nuove leve che si affacciano al mondo dello sport femminile meritano ascolto, sostegno e spazio.
E come dice Federica, non basta guardare il calcio: bisogna raccontarlo con dignità, rigore e visione.
Danilo Billi
