C’è chi, davanti a un problema, chiede di cambiare le regole.
E poi c’è chi, come Emma Severini, capitana della Fiorentina femminile, preferisce cambiare la mentalità.
È lei, giovane ma già leader riconosciuta, la voce più lucida e coraggiosa di un dibattito che, negli ultimi giorni, ha scosso il movimento del calcio femminile italiano: quello sulle presunte “modifiche” da introdurre per adattare il gioco delle donne a una misura più “adatta” a loro.

Una miccia accesa dalle parole di Eleonora Goldoni, attaccante della Lazio Women, che in un’intervista aveva auspicato “porte più basse e campi leggermente ridotti” per favorire il ritmo e lo spettacolo.
Una frase che, nel giro di poche ore, è diventata il simbolo di un cortocircuito culturale: perché ogni volta che si parla di calcio femminile, c’è sempre qualcuno pronto a dire che andrebbe “corretto”.
Severini: “Il calcio è uno solo, uomini o donne non cambia”
In mezzo al clamore, la risposta più elegante ma più netta è arrivata da Emma Severini, classe 2003, faro del centrocampo viola e capitana con un carisma che va oltre il campo.
Intervistata da Viola News, ha detto parole che suonano come una dichiarazione d’identità:
“Non sono d’accordo con chi propone di ridurre le dimensioni del campo: è una questione mentale e culturale.”
Una frase secca, scolpita.
Un manifesto di parità sportiva che rimette al centro non la biologia, ma la visione.
Perché, come sottolinea la stessa Severini, il calcio non ha bisogno di regole diverse per essere compreso o amato:
“Il calcio, uomini o donne, è uguale per tutti.”
E in quelle parole c’è la dignità di un movimento che non vuole concessioni, ma rispetto.
Che non chiede scorciatoie, ma fiducia.
Che non ha bisogno di porte più basse, ma di orizzonti più alti.
Il problema non è il campo: è la cultura
La riflessione di Severini affonda in un terreno ben più profondo di quello di un rettangolo verde.
“È una questione mentale e culturale”, ha ribadito.
E come darle torto?
Da anni, il calcio femminile lotta non per cambiare le regole, ma per essere riconosciuto come parte dello stesso gioco.
Le stesse porte, gli stessi palloni, gli stessi minuti.
Perché la differenza, quando c’è, la fanno le risorse, gli investimenti, la formazione, non certo la misura delle traverse.
Ridurre le dimensioni delle porte o dei campi, come ha suggerito Goldoni, equivarrebbe a dire che le donne “non sono abbastanza”.
Un messaggio pericoloso, soprattutto oggi, quando migliaia di ragazze stanno riscrivendo la storia del calcio italiano con talento e professionalità.
Altre voci contrarie: il fronte di chi dice “No, il calcio è uguale”
Non è un caso che accanto a Severini si siano schierate altre protagoniste del movimento.
La portiera azzurra Laura Giuliani, ad esempio, ha definito l’idea di cambiare le regole “sbagliata e offensiva”, ribadendo che “il calcio, uomini o donne, è uguale per tutti”.
Anche riviste specializzate come L Football hanno bollato la proposta delle “porte più piccole” come una “cavolata”, spiegando che non serve abbassare la traversa, ma alzare il livello delle strutture, dei campi, dei contratti e della visibilità.
La vera disuguaglianza, insomma, non è fisica. È sistemica.
E se si continua a guardare il calcio femminile come qualcosa da “aggiustare”, non si farà mai quel passo avanti culturale che atlete come Severini incarnano con naturalezza e orgoglio.
Emma Severini, simbolo di un calcio che non chiede sconti
Dietro le parole della capitana viola c’è l’eco di un movimento che non vuole più essere “il calcio delle donne”, ma semplicemente calcio.
Un movimento che sa farsi rispettare sul campo, nelle conferenze stampa, nei numeri crescenti di tesserate e di pubblico.
E soprattutto nelle parole di chi, come Emma, a soli ventidue anni parla con la maturità di chi ha capito che la battaglia più importante si gioca fuori dal campo:
quella contro il pregiudizio, contro la tentazione di “semplificare” il femminile per farlo stare dentro schemi pensati da altri.
Non abbassate le porte, alzate lo sguardo
In fondo, il calcio femminile non ha bisogno di porte più basse: ha bisogno di porte più aperte.
A nuove generazioni, a nuove visioni, a nuovi investimenti.
Emma Severini lo ha detto con semplicità e forza: non si cambia il regolamento di un sogno.
Si cambia la cultura che, ancora oggi, fatica a riconoscerlo come tale.
Danilo Billi
