Ci sono calciatrici che lasciano un segno con i gol, e altre che lo fanno con l’anima. Greta Adami appartiene a questa seconda categoria: un simbolo di equilibrio e di cuore, una donna che ha attraversato tutte le fasi del calcio femminile italiano — dai campi pionieristici della Serie A fino ai sogni europei, per poi ritrovare se stessa sotto il sole di Viareggio, tra sabbia, mare e libertà.
L’ho raggiunta al telefono per parlare di ricordi, ma anche di un presente che profuma ancora di sport, passione e vita vera.

Greta, dopo un lungo percorso… quanti anni hai giocato a undici, considerando anche gli inizi da bambina?
“Ho iniziato a otto anni, e ora ne ho trentatré… quindi venticinque anni di calcio a undici”.
Venticinque anni sono una vita. Nella tua memoria, quali sono i momenti più belli?
“Sicuramente lo Scudetto con la Fiorentina. È stato bellissimo, perché è arrivato dopo anni di crescita. Io sono arrivata a Firenze nel 2011 quando ancora non era la Fiorentina di adesso: il primo anno ci siamo salvate quasi all’ultimo, ma poi abbiamo sempre migliorato i risultati fino al 2017, quando abbiamo vinto lo Scudetto. Quell’anno abbiamo giocato l’ultima partita al Franchi, davanti a diecimila persone. È stata un’emozione enorme, una crescita non solo mia, ma di tutta la squadra e del movimento in generale”.

Alla Fiorentina sei stata anche capitana, giusto?
“Diciamo di sì, anche se non in senso ufficiale. L’ultimo anno, quando alcune compagne erano andate via, non era stato deciso un capitano unico: lo spogliatoio ne aveva scelti quattro, e io ero tra questi, insieme a Ohrstrom, Tortelli e Sabatino. C’era un ordine simbolico, ma eravamo tutte sullo stesso piano”.
E quella Fiorentina ti ha portato anche in Nazionale.
“Sì, nel 2016 ho iniziato con l’Under 23, poi dopo lo Scudetto sono stata convocata nella Nazionale maggiore. Sono rimasta per due anni, facendo tutte le convocazioni tranne una. Credo di avere 11 o 12 presenze, considerano il torneo di Cipro, dove invece ho giocato e anche segnato un gol contro il Galles”.

Che cosa ti ha dato la Nazionale, personalmente?
“Penso sia il sogno di ogni bambino che inizia a fare sport. Indossare la maglia azzurra è un’emozione unica. Mi è dispiaciuto non essere andata al Mondiale, perché in quel momento mi sentivo bene, ma non mi piace dirlo di me stessa: preferisco che lo dicano gli altri. Dopo due anni che facevo parte del gruppo, restare fuori mi è dispiaciuto, ma ogni volta che senti suonare l’inno d’Italia e sei in campo… è qualcosa di indescrivibile. Ti dà una carica incredibile, un orgoglio e una responsabilità enorme”.
Io mi sono innamorato del tuo modo di giocare per due motivi: la visione di gioco e il tocco diprima. Hai sempre saputo leggere le linee, anticipare la giocata, trovare il filtrante o l’assist giusto. Ti assicuro che molte giocatrici — e anche allenatori — ti prendono come esempio.
“Davvero? Ti ringrazio! Non lo sapevo. Sono sempre stata consapevole dei miei limiti, forse anche troppo. Ma è proprio quello che mi haspinta a migliorare. Non essendo rapidissima, cercavo di sopperire con l’intelligenza tattica e con la velocità di pensiero. Per me era fondamentale osservare e scegliere la giocata giusta”.
Poi è arrivato il Milan, e con lui anche l’esperienza in Champions League. Com’è stato quel passaggio?
“La Champions è arrivata subito dopo lo Scudetto, nel 2017, con la Fiorentina. È stata un’esperienza bellissima, anche se allora era una competizione diversa: poche partite, andata e ritorno. Abbiamo giocato contro squadre molto forti come il Wolfsburg. Era emozionante confrontarsi con realtà straniere, più fisiche e vedere quanto il livello stesse crescendo anche all’estero. Poi nel 2021 mi sono trasferita al Milan. Anche lì abbiamo fatto molte esperienze internazionali, amichevoli in America, in Spagna, in Francia. In America il calcio femminile è davvero lo sport nazionale: un’altra mentalità, un altro mondo.

Passare da Firenze al Milan per te cosa ha significato?
“Era un momento particolare. Avevo bisogno di cambiare, nonostante avessi sempre pensato che sarei rimasta a Firenze per sempre. Dopo dieci anni sentivo la necessità di nuove motivazioni. È stato difficile, ma necessario. E ho trovato due realtà diverse: non una migliore dell’altra, ma due modi differenti di vivere il calcio”.
Dopo il Milan sei andata alla Lazio, poi al Sassuolo. Raccontaci.
“Sì, sono andata prima alla Lazio, poi al Sassuolo. A Roma ho avuto subito un problema alla schiena e non ho potuto giocare con continuità. Inoltre, il gioco di Grassadonia è molto schematico: arrivando a stagione in corso è difficile integrarsi. La Serie B è diversa dalla Serie A: più aggressiva, più corsa, ma meno tattica. Comunque un’esperienza positiva, abbiamo vinto il campionato e siamo salite in A.A Sassuolo invece non mi sono trovata bene, né in campo né fuori. A febbraio ho deciso di lasciare tutto e tornare a casa: era la scelta migliore per me”.
E poi è arrivato lo Spezia. Ti ho vista di nuovo felice, con la bandiera, con il sorriso.
“Sì, lo Spezia è stata una bellissima parentesi. Quando ho lasciato Sassuolo volevo smettere, mamio marito Daniele mi ha detto: “Non mi piace che tu smetta così, ti voglio vedere ancora giocare.” Ha contattato lui lo Spezia, e io ho accettato. Lì ho trovato persone meravigliose, un ambiente sereno. Io volevo solo divertirmi, e così è stato. Ho ritrovato il piacere di giocare”.
E poi è arrivato anche il beach soccer, con tanto di convocazione in Nazionale. Com’è nata questa nuova avventura?
“A Viareggio il beach soccer è molto sentito, ho sempre seguito le squadre locali. Quando ho smesso con la Serie A, mi sono informata: volevo provarci da tempo. A Viareggio non c’era una squadra femminile, così ho contattato il Genoa e ho giocato con loro. È un campionato corto, sette-nove partite tra Coppa e Serie A. All’inizio mi sentivo un pesce fuor d’acqua: la sabbia era il mio nemico! La tecnica lì è completamente diversa: devi imparare ad alzare la palla, a muoverti con equilibrio, agestire i rimbalzi. Ma poi mi sono appassionata. Mi sono allenata con i ragazzi di Viareggio e conalcuni della Nazionale, e quando è arrivato l’Europeo — proprio a Viareggio — mi sentivo pronta. È stata un’esperienza bellissima. Mi sono divertita tantissimo. E sì, spero di rifarla anche il prossimo anno, soprattutto perché si gioca nella mia città”.
Hai detto addio definitivo al calcio a undici?
“Non del tutto. Se lo Spezia fosse rimasto, avrei continuato: era a mezz’ora da casa. Ma tra fallimenti e difficoltà economiche, nella zona non è rimasto molto. Ho avuto anche proposte da squadre di Serie A e B, ma erano troppo lontane, e dopo tanti anni in giro avevo bisogno di tornare a casa”.

E il futuro? Ti piacerebbe allenare?
“Sto frequentando il corso UEFA B con altre ragazze con cui ho giocato. Per ora non mi vedo allenatrice di squadra: mi piacerebbe lavorare sulla tecnica, magari individualmente o con piccoli gruppi. Al momento insegno educazione fisica in una scuola elementare: una cosa completamente diversa, ma sempre legata allo sport”.
Mentre la voce di Greta si spegne piano dall’altra parte del telefono, resta la sensazione di aver parlato con una delle ultime romantiche del nostro calcio: una calciatrice che ha saputo vincere restando se stessa, senza mai inseguire mode o palcoscenici.
Oggi, tra un pallone che rimbalza sulla sabbia e i sorrisi dei bambini che la chiamano “maestra Greta”, Adami continua a insegnare che il calcio, in fondo, è solo un pretesto per imparare a vivere.
Danilo Billi
