Intervista a Giovanni, voce della storica tifoseria che ha cambiato il modo di vivere il calcio femminile
Nel panorama del calcio femminile italiano, poche tifoserie possono vantare una storia lunga, coerente, popolare e profondamente identitaria come i BCF Girls Supporters Brescia. Sono nati dal basso, senza una sede, senza una tessera, senza burocrazie: solo amicizia, passione e un megafono che da anni accompagna le Leonesse in ogni campo d’Italia. In questa intervista a cuore aperto, Giovanni, uno dei volti più rappresentativi del gruppo ci racconta la storia, l’evoluzione, i valori e i gemellaggi che hanno reso il tifo bresciano un esempio nazionale.
Un viaggio dentro una delle curve più belle del calcio femminile: autentica, libera, rumorosa.

Una tifoseria antica nel calcio femminile. Come nasce tutto?
«Credo che siamo, se non la più storica in assoluto, certamente una delle prime tifoserie organizzate del calcio femminile italiano. Il gruppo originario nasce intorno al 2014 con il nome Mio BCF. Poi qualcuno se ne va, qualcuno arriva, la passione ruota, si rinnova, si trasforma. È così che siamo diventati i Girls Supporters.
Io ho iniziato a seguire il femminile nel 2013, l’anno del primo scudetto del Brescia. All’epoca il tifo nel calcio femminile era fatto di campanacci delle mucche e urla stile: “Brescia, Brescia”. »

Siete un gruppo, non un club, giusto?
«Assolutamente sì. Niente fan club, niente ragione sociale. Solo amici che tifano. Siamo una decina fissa, con età diversissime. Abbiamo anche il nostro “piccolo ultras”, non ancora maggiorenne, che in casa c’è sempre.
E poi c’è la mitica nÖna Rita (nonna Rita), che noi chiamiamo così: la più storica tifosa del Brescia femminile, mamma della nostra mascotte Elsa.»

Sempre presenti, anche quando siete uno o due. È vero che un vostro ragazzo fece una trasferta da solo a Napoli?
«Sì. Tre anni fa. Gianluca, il nostro storico lanciacori, il cuore del gruppo. Senza patente, pieno di sacrifici, ma con una determinazione che non ho mai visto: aereo, taxi, treni… tutto pur di esserci.
Non esiste partita del Brescia Femminile senza almeno uno di noi con striscione e megafono.»
I vostri gemellaggi nel mondo del tifo femminile?
«Nel senso vero del termine, quelli profondi, sono con i ragazzi di Bologna del Fan Club e con i Ragazzi di Venezia 1985, i “Tifosi non Schifosi”. Con Bologna è nato tutto in modo naturale: un giorno ce li siamo trovati al Rigamonti con tamburi e megafoni.
Eravamo stati gli unici in Serie B a usare tamburi… Vederli ci ha emozionati.
Poi sono partiti ironici sfottò come: “portateci i tortellini”, “portateci i casoncelli”… e da lì grande amicizia.
Con i “Tifosi non Schifosi” del Venezia calcio 1985 ci siamo conosciuti in occasione della prima uscita del gruppo Amici delle Azzurre e con loro lo stesso: amicizia solida, cene insieme, trasferta insieme, un legame vero.»

Gli “Amici delle Azzurre” hanno coinvolto anche voi. Come nasce questo legame?
«Tutto nasce da Mirko Bastelli di Bologna, che ha avuto l’idea di portare un tifo organizzato anche per la Nazionale Femminile. Non esisteva nulla del genere.
E così, grazie all’amicizia con Bologna, siamo entrati anche noi nel progetto Amici delle Azzurre. Un passo naturale: quando ami questo sport, sostenerlo anche in nazionale diventa automatico.»
Il vostro rapporto con società e giocatrici è molto forte. Come si è costruito?
«Negli anni si è creato un legame splendido. Molte ragazze cambiano squadra di stagione in stagione, è normale. Soprattutto le nuove arrivate all’inizio ci guardano un po’ stranite: “ma questi fanno 800 km per vedermi giocare?”. Poi capiscono chi siamo.
La società ci invita ogni anno alla cena di Natale, a tutti gli eventi ufficiali. Dopo le partite, in casa, spesso ci fermiamo a fare un aperitivo insieme.
Per noi è bello essere riconosciuti. Per loro è bello avere qualcuno che ci crede davvero.»

Un modello simile a quello dei tifosi di Venezia 1985, giusto?
«Sì, loro hanno un terzo tempo magnifico. L’anno scorso siamo andati a vederli contro la SPAL: ci siamo ritrovati a bere e ridere con lo staff tecnico come fosse la cosa più naturale del mondo.
La loro mentalità è bellissima. Noi siamo vicini a quel livello, ci stiamo lavorando.»
Come vivete il tifo in un campionato dove spesso non esistono tifoserie organizzate?
«A volte fa male vedere una squadra avversaria che gioca davanti al silenzio, con i genitori che battono le mani. Le ragazze guardano verso il nostro settore, ci ascoltano cantare 90 minuti, e capisci che meriterebbero un sostegno simile anche loro.»

Avete ruoli precisi dentro al gruppo?
«Non esistono ruoli ufficiali. È tutto naturale: Gianluca ha il megafono, Luca i fumogeni, io il tamburo – anche se per colpa degli arbitri ogni tanto si rompe una bacchetta o la tela – altri portano gli striscioni.
L’unico ruolo fisso? Fabio, il nostro piccolo ultras, addetto alla birra. Si impara così!»

Molti di voi arrivano dalla curva maschile. Com’è nata la passione per il femminile?
«Io e Gianluca veniamo dalla curva del Brescia maschile. Invece al mondo femminile io mi ci sono avvicinato per una fotografia su Facebook di una giocatrice che mi aveva colpito. Da lì non ho più mollato.
Gianluca invece è arrivato durante la partita del primo scudetto, 11 maggio 2014. In quella partita una delegazione della curva Nord venne a sostenere le ragazze: quel giorno eravamo in 3.500, non me lo scorderò mai!
Lui ad esempio ha mollato completamente il calcio maschile da quel momento. Altri di noi hanno fatto lo stesso. È un mondo che ti prende e non ti lascia più.»

Rispetto: la vostra regola principale. Giusto?
«Sì. Rispetto totale per le nostre ragazze e per quelle avversarie. Sempre.
Tempo fa pubblicammo un comunicato per difendere Gaia Farina dopo i fatti di Avellino. Prima ancora della società.
Se è sbagliato insultare un calciatore che guadagna milioni, è ancora più vergognoso mancare di rispetto a ragazze che lavorano la mattina e giocano il pomeriggio.
Questo è il nostro Caravaggio: luce, cuore, fatica, rispetto.»

I BCF Girls Supporters Brescia rappresentano una delle anime più autentiche, reali e popolari del calcio femminile italiano. Una tifoseria che non nasce da un organigramma, ma da persone che credono in qualcosa di più grande: il valore sociale, umano e sportivo del calcio femminile.
In un’Italia calcistica che spesso dimentica le sue radici, loro continuano a ricordare cosa significa davvero essere tifosi: esserci sempre, anche quando sei uno solo, con lo striscione in spalla e il megafono acceso.
E se il calcio femminile continua a crescere, è anche grazie a gruppi come questo: romantici, fedeli, irriducibili.
Danilo Billi
