Il destino ha un senso dell’ironia tutto suo: concede un momento di tregua e poi colpisce esattamente dove fa più male.
Io, ormai, ci convivo. Di mestiere faccio il giornalista, con quella faccia da “cartola” che a Bologna strappa sempre una battuta. Ma c’è un dettaglio che piace molto meno: sono disabile.
Non la disabilità da brochure istituzionale. Quella vera. Quella che ingombra, che complica, che mette alla prova gli altri più di quanto metta alla prova te.

Quando l’inclusione vive solo nelle foto patinate
Ottava giornata di Serie A femminile: un’esplosione di iniziative per la Giornata internazionale delle persone con disabilità.
Striscioni, sorrisi, reel emozionanti, parole altisonanti.
Applausi. Anzi, applausissimi.
Peccato che la festa finisca esattamente dove finisce l’inquadratura.
Perché nelle serie inferiori – B, C, Eccellenza, Promozione – la realtà è meno cinematografica: campi fatiscenti, strutture insufficienti e una certezza sola.
L’inclusione lì non esiste.
E non per incompetenza: per semplice disinteresse.
Le mie richieste per assistere a una partita: un catalogo di scuse surreali
Da anni vivo vicino a Pesaro, accanto a mia madre, perché fisicamente ho bisogno di supporto. E l’unica cosa che chiedo, nei weekend, è elementare: vedere una partita.
Non stare chiuso in casa.
Ogni volta, però, parte il rituale delle scuse:
- “Non abbiamo posti attrezzati.”
- “La carrozzina non ci passa.”
- “Non siamo organizzati.”
- “Provi un’altra volta.”
Nel frattempo, negli stessi impianti trovano spazio:
fiere, tornei, amichevoli improvvisate, cani, bambini, coriandoli, caos.
Tutti benvenuti.
Tranne una carrozzina.
Quella rovina l’arredo.
Il capolavoro: diventare “indesiderato” nella squadra della mia città
E poi c’è il caso più grottesco.
La squadra della mia città – quella che dovrebbe rappresentare casa, appartenenza, radici – mi ha negato perfino l’accesso a un allenamento natalizio all’aperto, con accompagnatore certificato.
Motivo?
Un articolo pubblicato a maggio.
Una “persona non gradita”, come nei film, solo con la differenza che qui c’è di mezzo un disabile.
E che un diritto è stato trasformato in ritorsione personale.
Non serviva davvero altro per completare il quadro.
Le parole perfette della FIGC, inchiodate sulla carta
Sul sito FIGC è un tripudio di concetti impeccabili:
“Inclusione.”
“Valorizzazione.”
“Il calcio è di tutti.”
Tutto giusto, tutto condivisibile.
Peccato che mentre le leggo, ho in mano messaggi in cui mi si dice l’esatto contrario: “non venire”, “non presentarti”, “meglio che non vieni ci crei disagi”.
A parole siamo un Paese illuminato.
Nella pratica, molto meno.
La verità: serviamo solo quando facciamo comodo
Nelle foto ufficiali, i disabili diventano testimoni ideali.
Nella realtà quotidiana, un intralcio.
Semplicemente: non conviene occuparsene.
E questo è il dettaglio più sconfortante.
A chi devo consegnare la “merda finta” di Brumotti?
Quando un genitore offende un arbitro, piovono indignazione, editoriali, moralismi.
Quando un disabile viene escluso da un impianto sportivo?
Nulla.
Il silenzio.
Un silenzio pesante, strutturale, comodo.
Brumotti lascia la sua “merda finta” sui parabrezza di chi occupa i posti per invalidi.
Io chi dovrei omaggiare?
Chi mi ha definito persona non gradita?
Chi mi dice “non sappiamo dove metterti”?
Chi usa l’inclusione come sfondo per le fotografie e poi si volta dall’altra parte?
Qualcuno deve pur dirlo, e io lo dico
Scrivo questa lettera per riportare una verità che molti conoscono e pochi osano pronunciare:
nel calcio femminile italiano, l’inclusione non è un valore.
È un accessorio.
Una posa.
Noi disabili non chiediamo celebrazioni.
Chiediamo ciò che è elementare:
rispetto, accesso, normalità.
Chi continua a ripetere che “il calcio è di tutti” può farlo pure all’infinito.
Le parole sono gratuite.
La realtà, purtroppo, è molto più cara.
Danilo Billi
