Quando la vera distanza non è nei numeri, ma nello sguardo di chi guarda
Eleonora Goldoni, centrocampista della Lazio Women e della Nazionale italiana, ha affidato a Fanpage.it un racconto lucido e profondo che va ben oltre il calcio giocato. Parole che non cercano clamore, ma verità. Parole che parlano di muri invisibili, di disparità che non si misurano soltanto in busta paga, ma nel modo in cui il calcio femminile viene ancora percepito, raccontato, considerato.

E da lì in poi il discorso si allarga, si fa sistema, diventa specchio di un movimento intero.
Ci sono muri che non fanno rumore quando li colpisci.
Non crollano, non sanguinano, non finiscono sui titoli dei giornali.
Eppure esistono. Eccome se esistono.
Goldoni li chiama muri invisibili. E nel farlo non cerca compassione, né applausi facili. Li nomina per quello che sono: ostacoli culturali, prima ancora che economici, che il calcio femminile continua a dover scavalcare ogni santo giorno.
Non è una denuncia urlata. È peggio — o meglio.
È una verità detta con lucidità, con la voce di chi in campo ci sta davvero, di chi quel sistema lo vive sulla pelle, nei muscoli, nella testa.
Il divario che non si misura in busta paga
Nel dibattito sul calcio femminile si parla sempre di soldi.
Ed è giusto. Ma è riduttivo.
Goldoni lo dice chiaramente: “Lo stipendio è solo una parte del problema”.
Il vero divario sta nel riconoscimento, nella percezione, nella considerazione quotidiana di ciò che una calciatrice rappresenta dentro e fuori dal campo.
Allenamenti, strutture, staff, comunicazione, progettualità.
Il calcio femminile non chiede favoritismi, chiede normalità.
Di essere trattato come sport professionistico non a parole, ma nei fatti.
E allora quei muri invisibili diventano chiari:
– quando devi dimostrare il doppio per essere considerata la metà
– quando il tuo lavoro è visto come passione
– quando la tua carriera è sempre “in costruzione”, mai compiuta
Resistere, ogni giorno, senza indurirsi
La forza di Eleonora Goldoni non è la rabbia.
È la resilienza consapevole.
Lei parla di pazienza, di educazione, di lavoro costante.
Non perché sia facile. Ma perché è l’unica strada che non snatura.
“Dimostriamo chi siamo attraverso quello che facciamo”, è il senso profondo del suo messaggio.
Il campo come tribunale. Il gioco come argomento definitivo.
E in questa rivoluzione silenziosa — fatta di allenamenti sotto la pioggia, di stadi che iniziano a riempirsi, di bambine che oggi possono scegliere — Goldoni non si sente un’eccezione. Si sente parte di una generazione ponte.
Quelle che aprono. Quelle che pagano il prezzo. Quelle che preparano il terreno.
Il corpo, l’identità, la libertà
C’è un altro aspetto, più intimo, che rende le parole di Goldoni ancora più potenti.
Il rapporto con il corpo. Con l’immagine. Con il giudizio.
Parlare apertamente di fragilità, di disturbi alimentari, di percorsi difficili in uno sport che chiede prestazione continua non è scontato. È un atto politico.
Perché nel calcio femminile il corpo è sempre sotto osservazione:
troppo forte, troppo poco femminile, troppo visibile, troppo giudicato.
Goldoni ribalta tutto: il corpo non è un problema da correggere, ma uno strumento da abitare.
E lo sport, quando è sano, diventa salvezza, non gabbia.

Una maglia che pesa, ma non schiaccia
Quando indossa l’azzurro, Eleonora Goldoni non parla di pressione.
Parla di responsabilità felice.
La Nazionale come punto d’arrivo e punto di ripartenza.
Come simbolo di un percorso possibile, non di un privilegio irraggiungibile.
Il suo messaggio è semplice, ma potente:
se una bambina oggi può immaginarsi calciatrice senza dover chiedere il permesso, allora qualcosa sta funzionando.
Ma il lavoro non è finito.
I muri invisibili sono ancora lì.
Solo che ora qualcuno li vede. E li nomina.
Oltre il rumore, resta la verità
Eleonora Goldoni non cerca slogan.
Cerca spazio. Tempo. Continuità.
Il calcio femminile non ha bisogno di essere difeso: ha bisogno di essere preso sul serio.
E le sue parole, più che una denuncia, suonano come una linea tracciata a terra.
Da una parte il vecchio mondo.
Dall’altra, quello che sta arrivando.
In mezzo, donne che continuano a giocare.
Nonostante tutto.
Proprio per questo.
Danilo Billi
