Nel 1984, mentre il Bologna attraversava una stagione difficile, stretta tra crisi societaria e risultati deludenti, sugli spalti stava nascendo qualcosa di nuovo. Punk e skinhead, mondi fino ad allora distanti, iniziavano a incontrarsi nei negozi di dischi, nei pub e sulle gradinate del Dall’Ara. Da quel fermento prese forma il Total Chaos, gruppo ultras che debuttò con uno striscione blu nella stagione 1984-85, portando in curva un’identità ribelle, musicale e controcorrente.

Tra scontri, diffidenze iniziali e rispetto conquistato sul campo, il gruppo crebbe, unendo sottoculture diverse e diventando un punto di riferimento per nuove generazioni di tifosi. La musica, le trasferte, l’autoproduzione di sciarpe e adesivi, le notti passate in cantina a stampare e progettare, cementavano un senso di appartenenza totale. Con l’arrivo dei ragazzi del Mazzini e un naturale passaggio di testimone interno, il Total Chaos cambiò pelle, ma non spirito.
Oggi resta il ricordo di un’epoca ruvida e autentica, in cui la curva era una comunità e il tifo una scelta di vita: imperfetta, spesso estrema, ma profondamente vera.
Ne parlo, come sempre, con Mastellari, detto lo “Sceriffo”, fondatore e capo del Total Chaos e del negozio Chaos di via della Fondazza.
«All’epoca lo stadio era strutturato in modo diverso: c’era la balaustra, i Forever a sinistra, i Mods in mezzo. Noi stavamo conquistando il nostro spazio a destra, perché all’inizio ci guardavano tutti male. Poi attaccammo uno striscione e, improvvisamente, la gente iniziò a chiedersi chi fossimo. A quel punto si avvicinarono altri giovani, anche se pochi erano davvero costanti.


Io abitavo in zona Mazzini, a Pontevecchio. Quando i ragazzi del quartiere vennero a sapere che vivevo lì vicino e che collezionavo e scambiavo materiale — foto, sciarpe, adesivi — iniziarono a frequentare casa mia portandomi quello che avevano. Quella casa diventò una sorta di sede del Total Chaos. I più giovani avevano 15-16 anni e lì si formò un nucleo nuovo, diverso da quello iniziale: era più una ballotta di quartiere.

Dal Mazzini il movimento si allargò a tutta Bologna. Ogni zona aveva la sua sezione: Borgo, Santo Stefano, Saffi… ognuna con il proprio striscione, e la domenica tutti sotto il nostro. Il nucleo più forte rimase sempre quello del Mazzini. Molti abitavano vicino a me, ci si vedeva al bar, ci si incontrava continuamente. Fu in quegli anni che maturai l’idea di aprire il negozio Chaos».
Il negozio aprì tra settembre e ottobre del 1987.
«Nacque dal fatto che già trattavo materiale in casa, ma anche dalle esperienze fatte a Londra nei primi anni Ottanta, dove avevo visto negozi che vendevano oggetti da stadio. In Italia gli ultras-shop veri e propri non sono mai esistiti, ma c’erano punti vendita pieni di sciarpe, magliette e adesivi di tutte le squadre.

All’epoca ogni gruppo autoproduceva il proprio materiale, ma il merchandising non era sviluppato come oggi. Le società non ci puntavano. Io mi misi in testa di farlo non solo per noi, ma anche per altri gruppi. All’inizio avevo una piccola serigrafia in cantina: stampavo magliette, sciarpe, adesivi, foulard, pezzi unici, anche per le varie sezioni. Facevo tutto lì. Poi arrivarono contatti da tutta Italia e il progetto crebbe».
Parallelamente cresceva anche il Total Chaos, che iniziò le prime grandi trasferte aperte.
«Ricordo Brescia: partimmo in pullman e tirammo fuori per la prima volta lo striscione rosso, immortalato in una foto storica. Poi Trieste, Bergamo… L’anno di Maifredi fu un’esplosione: nuove sezioni, trasferte ovunque. All’epoca ci muovevamo anche in cinquemila.
Ci fu la celebre trasferta di Bergamo, ultima di campionato, con la rissa in curva quando provarono a entrare nel nostro settore. Poi Cesena in Coppa Italia. Eravamo ovunque. Il nostro drappo girava continuamente, fino al 1990, quando la polizia ci sciolse dopo i famosi lanci di seggiolini».

Non ci furono arresti né prove dirette.
«Ma decisero di colpirci sequestrandoci lo striscione a ogni partita. Lo attaccavamo e puntualmente ci facevano andare al commissariato di Santa Viola a ritirarlo. Una punizione mirata. Così decidemmo di cambiare nome».
Nacquero esperimenti come “Molle Cariche”, mentre altri ragazzi fondarono i “Facinorosi”.
«Era un periodo delicato: fratture interne alla curva, cani sciolti, ragazzi del Santo Stefano… molti li conoscevo bene. Oggi quasi nessuno va più allo stadio».

Ci fu anche il periodo europeo, uno dei più intensi.
«Polonia, Edimburgo, Austria… qualcuno arrivò fino a Lisbona. Ma dal ’92-’93 non ci fecero più attaccare il nostro striscione. Il negozio rimase aperto fino al ’98. Continuavamo a produrre materiale anche per altri gruppi».

Il Chaos diventò un porto franco.
«Venivano tantissimi giovani, anche tuo padre — me lo ricordo — e tu arrivavi col motorino. Lì non si litigava: chi faceva il fenomeno veniva cacciato. Era un punto d’incontro per tutti, bolognesi e non. I delegati arrivavano con valigie piene di sciarpe. All’epoca non c’era Internet: serviva un luogo fisico».

Non mancarono i problemi.
«C’era chi stampava di nascosto il materiale e lo vendeva sottocosto, rovinando tutto. Una sciarpa che in curva costava 50mila lire la trovavi a 5mila: era finita. Questo ha fatto danni enormi in tutta Italia».
Il soprannome “Sceriffo” nacque quasi per caso.
«Me lo diede un carabiniere siciliano coi baffoni: “E tu chi sei, lo Sceriffo?”. E da lì mi rimase».

Oggi resta la distanza dal mondo ultras attuale.
«È cambiato tutto. Se attacchi un pullman rischi tu, ma soprattutto chi lavora. Le molotov non sono mentalità ultras, sono fatte per uccidere. Io ho fatto risse, sì, ma a mani nude. Schiaffi presi e dati. E finiva lì. Oggi ci sono le lame. Questo è un altro mondo».
Un altro tempo, un’altra curva. E forse, anche un’altra idea di appartenenza.
Danilo Billi
Se vuoi leggere l’intervista precedente a questa sull’inizio della storia di questo glorioso gruppo:
