C’è chi vive il calcio come rincorsa.
E chi, come Elena Pivetta, lo vive come una casa in cui tornare.
Difensore centrale del Gordige Calcio Femminile, Elena è una di quelle calciatrici che non fanno rumore, ma tengono in piedi l’equilibrio: della squadra, della partita, spesso anche della propria vita. Tra Eccellenza, Serie C e Serie B, un ritorno consapevole alle origini e un piano A che oggi si chiama scuola primaria, il suo racconto è quello di una generazione che ha amato il calcio femminile senza illusioni, ma con una passione incrollabile.

Elena, come nasce il tuo rapporto con il calcio?
«Io vengo da un paesino molto piccolo, una frazione di Chioggia. Qui, a livello sportivo, non c’era tantissimo.
Vedevo però mio fratello, che ha due anni più di me, giocare a calcio con la squadra del paese, il Ca’ Bianca, e quella cosa mi affascinava.»
«All’epoca non c’erano ragazze. Ho trovato il coraggio di provare un allenamento, ma mi sentivo un po’ sola.
Così ho convinto due compagne di scuola a venire con me. Da lì siamo partite insieme… e io non ho più smesso.»

Aveva sei o sette anni. Da allora il pallone non l’ha più lasciata.
Quando arriva il Gordige?
«Ho giocato con il Ca’ Bianca fino ai Pulcini, poi alla fine delle elementari sono passata al Gordige, avevo undici anni.»
Un quarto d’ora di strada, il pulmino condiviso con altre ragazze di Chioggia, la possibilità concreta di crescere davvero nel calcio femminile.
«Da lì il Gordige è diventato casa.»
Il tuo ruolo è sempre stato quello di difensore centrale?
«Sono partita come difensore.
Ho fatto qualche anno anche a centrocampo, soprattutto in Serie B e Serie C, ma mi sono sempre sentita più a mio agio dietro.»
E non è un caso.
«La mia caratteristica principale è l’anticipo. Riesco a leggere prima le situazioni, a muovermi prima che arrivi la palla all’attaccante.
Nell’uno contro uno non mi tiro indietro.»
Visione, timing, determinazione: il mestiere sporco fatto bene.
La tua carriera ti ha portato anche lontano dal Gordige
«Sono rimasta al Gordige fino a circa vent’anni, poi ho fatto tre anni al Villorba e due stagioni al Venezia 1985.»
Esperienze importanti, campionati impegnativi, ritmi alti.
«A Venezia mi sono trovata benissimo, come in una famiglia. Ma quest’anno ho cambiato lavoro e non riuscivo più a reggere tutto.»

Ed è così che sei tornata a casa
«È stata una scelta di serenità.
Il campionato era molto dispendioso a livello di tempo, facevo 45 minuti di strada, tre allenamenti a settimana più la partita.»
«Volevo smettere di vivere tutto di corsa. Abbassarmi di categoria non significa rinunciare, ma scegliere meglio.»
Il Gordige oggi è in Eccellenza, stabilmente nelle prime 8-9 posizioni.
«Il nostro obiettivo è restare tra le prime otto in modo da affrontare la fase play off. Poi si vedrà.»
Fuori dal campo, Elena è insegnante
«Insegno in una scuola primaria nella provincia di Venezia.
Mi sono laureata l’anno scorso in Scienze della Formazione Primaria e quest’anno sto facendo l’anno di prova.»
Un altro campo, altre responsabilità.
«La parte più difficile è passata. Ora devo solo fare bene il mio lavoro.»
Sei scaramantica?
«No, non credo molto nei riti.
Ma c’è una cosa che mi carica sempre: il grido di squadra prima di uscire dallo spogliatoio. Quello sì.»
Il calcio oggi che spazio occupa nella tua vita?
«È una grande passione, uno sfogo.
So che nel calcio femminile, a parte la Serie A, non ci sono grandi sbocchi. L’ho capito presto.»
«Per me è sempre stato qualcosa da affiancare alla vita vera.
Quando gioco mi libero, mi rilasso. Non riuscirei a immaginare la mia vita senza questa passione.»
Fuori dal calcio, chi è Elena?
Ama camminare, viaggiare, ascoltare podcast – dal crime alla storia, dall’attualità alla divulgazione – e guardare serie TV.
«Mi piace spaziare, seguire quello che mi incuriosisce.»

E sì, cura il suo look.
«Giocare a calcio non significa rinunciare a essere donna.
Sono parti diverse della mia vita che stanno benissimo insieme.»
L’ultima soddisfazione di un difensore
«Quando anticipi un’avversaria in uno contro uno, quando eviti un gol che sembrava già fatto…
quella è una sensazione bellissima.»
Un gol salvato vale quanto uno segnato.
«È il lavoro di reparto, è il “ce l’abbiamo fatta”.»
Elena Pivetta non è solo un difensore centrale.
È il simbolo di un calcio femminile lucido, consapevole, resistente.
Di chi ha amato questo sport senza aspettarsi promesse, ma costruendo futuro.
In campo come nella vita, difende ciò che conta davvero.
Danilo Billi
