Domenica 11 gennaio 2026, allo stadio “Adriatico – Giovanni Cornacchia” di Pescara, è andata in scena la Supercoppa italiana femminile 2026 tra Juventus e Roma, con diretta in Italia su Rai 2 e Sky Sport e su numerose app ed emittenti estere, per un totale di oltre 150 Paesi collegati nel mondo.
Un evento pubblicizzato in grande dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio, con la presidentessa Federica Cappelletti in prima linea.

La vendita dei biglietti è iniziata circa un mese prima di quello che veniva presentato come un appuntamento imperdibile, l’ennesimo testa a testa tra due grandi del calcio femminile italiano per la conquista di un trofeo.
Ed è proprio da qui che emergono le prime, evidenti criticità, esplose in tutta la loro portata il giorno stesso della gara.
Vendita esigua per lo stadio abruzzese
Lo stadio pescarese ha una capienza di 20.520 spettatori. Se si prende in considerazione l’attuale stagione sportiva, la squadra che utilizza abitualmente l’impianto comunale – il Delfino Pescara, militante in Serie B maschile – ha fatto registrare come massimo afflusso 11.220 presenze nella gara d’esordio contro il Cesena del 22 agosto 2025.
Un dato relativo a un mese estivo, periodo in cui il pubblico è naturalmente più propenso a seguire eventi all’aperto, anche considerando che l’impianto non dispone di una copertura completa delle gradinate.
Organizzare una finale nazionale nel mese di gennaio, in pieno inverno e con condizioni meteorologiche spesso avverse – come la pioggia che ha accompagnato anche questa edizione – appare dunque una scelta poco lungimirante. Lo stesso problema si era già verificato nell’edizione precedente, disputata allo stadio “Alberto Picco” di La Spezia il giorno dell’Epifania.
Alla Supercoppa 2026 erano presenti circa 6.000 spettatori, pari a poco meno del 30% della capienza complessiva dell’impianto. Un numero estremamente ridotto se rapportato all’enorme campagna promozionale, al coinvolgimento delle realtà calcistiche locali e al patrocinio del Comune di Pescara, proprietario dello stadio.
Lo striscione bandito
Nei primi minuti di gara, sugli spalti della Tribuna Adriatica è apparso uno striscione con la scritta “RISPETTO PER IL CALCIO FEMMINILE”, immediatamente fatto rimuovere perché, secondo gli addetti alla sicurezza, avrebbe ostacolato la visibilità degli spettatori.
L’unica fotografia circolata sui social, scattata pochi istanti prima della rimozione, mostra però chiaramente come lo striscione non coprisse in alcun modo il campo di gioco. Sorge quindi spontanea una domanda: perché vietarlo?
Forse perché la FIGC preferisce trasmettere esclusivamente un’immagine patinata e priva di crepe del movimento. Un atteggiamento che stride con la realtà di molte calciatrici di vertice che scelgono sempre più spesso l’estero. Basti citare i trasferimenti di Valentina Giacinti in Turchia, di Lisa Boattin e Sofia Cantore negli Stati Uniti, e quello di Lucia Di Guglielmo all’inizio del nuovo anno. A loro si aggiungono Gloria Marinelli ed Elena Linari, emigrate nell’estate 2025 rispettivamente al Servette Chênois in Svizzera e al London City Lionesses in Inghilterra.
Un semplice, pacifico appello al rispetto per il calcio femminile è stato così silenziato.
La Roma perde sul campo, ma la FIGC perde su tutto
Se sul rettangolo verde a sollevare il trofeo è stata la Juventus, vincitrice per 2-1 sulla Roma, a livello organizzativo e istituzionale la grande sconfitta è sembrata essere quella della FIGC.
La presidentessa Federica Cappelletti ha dichiarato al termine dell’evento:
«I riconoscimenti internazionali delle atlete, i risultati sportivi e la crescente attenzione mediatica dimostrano che il calcio femminile è una realtà consolidata».
Dichiarazioni che, però, faticano a trovare pieno riscontro nei fatti. In Europa i club italiani stentano a costruirsi una reale identità competitiva: Roma e Inter sono già state eliminate rispettivamente dalla Champions League e dall’Europa Cup, mentre la Juventus, pur ancora in corsa, appare sfavorita nel doppio confronto con il Wolfsburg.
A salvare l’immagine del movimento resta soprattutto la Nazionale, che sotto la guida di Andrea Soncin ha sfiorato la finale all’Europeo 2025 in Svizzera, grazie a scelte tecniche coraggiose e a una gestione attenta del gruppo.
Quanto ai riconoscimenti individuali, le italiane continuano a essere raramente protagoniste nelle grandi premiazioni internazionali, e quasi sempre con i soliti nomi, come Cristiana Girelli e Manuela Giugliano. Talenti indiscussi, ma ancora lontani dall’essere colonne riconosciute del panorama mondiale, non per colpa loro, bensì per la fragilità strutturale dell’intero sistema.
Sull’attenzione mediatica, infine, il quadro resta desolante. Al di fuori delle testate specializzate, il calcio femminile fatica a trovare spazio nei media generalisti. Emblematico il silenzio – o, peggio, le critiche – che hanno accompagnato nell’estate 2025 la semifinale europea raggiunta dalla Nazionale, un risultato che avrebbe meritato ben altro racconto e ben altra celebrazione.
FIGC, che cosa vogliamo fare?
La Supercoppa italiana 2026 rischia così di diventare il simbolo di un movimento che, dopo l’esplosione del 2019 e il passaggio al professionismo, sembra aver imboccato una lenta e pericolosa retromarcia.
In Germania, nel 2025, il cammino della Nazionale è stato l’evento televisivo più seguito dell’anno. Quando potrà accadere qualcosa di simile anche in Italia?
Appendice: un’organizzazione che lascia amaro
A completare un quadro già critico, va segnalata anche una gestione logistica poco attenta al pubblico. I cancelli dello stadio sono stati aperti soltanto un’ora prima del calcio d’inizio, creando disagi e lunghe attese sotto la pioggia.
Al termine dell’incontro, infine, le celebrazioni per la vittoria della Juventus sono state organizzate quasi esclusivamente a favore di telecamere e fotografi, con la squadra rivolta verso le postazioni televisive e il pubblico relegato alle spalle, impossibilitato a vivere pienamente il momento. Un dettaglio solo in apparenza marginale, ma che racconta ancora una volta quanto, nel calcio femminile italiano, lo spettacolo venga spesso pensato più per l’immagine che per chi sugli spalti c’era davvero.
Fulvio Buongiorno
