Intervista a una calciatrice, madre, scrittrice e protagonista di una rivoluzione culturale
Alice, partiamo dal presente: autrice del libro Volevo solo fare la calciatrice, protagonista di un docu‑film… com’è vivere questa nuova avventura?
«È una cosa che non avrei mai immaginato. Io volevo solo fare la calciatrice, poi mi sono ritrovata su un set a interpretare me stessa. È stato bellissimo e faticoso: non immagini quanto lavoro ci sia dietro anche a una scena di pochi secondi. A volte ripeti la stessa azione otto, dieci volte, e magari uno dei miei figli decide che per lui la giornata è finita… e allora stop alle riprese! Però non penso al “fare un film”, penso al perché lo stiamo facendo. Penso alle bambine che hanno il sogno che avevo io e non sono supportate. Voglio parlare a loro, più che alla cinepresa».

Il film nasce dal tuo libro. Quanto è importante per te che la trasposizione resti fedele alla storia?
«Tantissimo, è la cosa che mi fa più paura. Quando ho scritto il libro l’ho fatto in modo quasi incosciente, come un diario: non immaginavo che sarebbe finito davvero nelle mani della gente. È personale, diretto, vero. Il cinema ha le sue esigenze e so che non potrà essere identico al testo. Spero solo che, anche con qualche modifica inevitabile, resti chiara la missione: mostrare che una donna può essere madre e atleta, che non deve scegliere tra sé stessa e i suoi sogni, e che la cultura va cambiata molto più delle leggi».
A proposito di cultura: nel libro racconti episodi che oggi fanno quasi rabbrividire. Come quello della giocatrice a cui regalarono fiori perché si sposava e quindi “non avrebbe più giocato”.
«Sì, quello è stato uno shock. Ero una ragazzina, aggregata alla prima squadra della Reggiana. Vedo questo mazzo enorme e chiedo: “Ma cos’ha fatto?”. Mi rispondono: “Si sposa”. E io: “E quindi?”. E loro, come fosse ovvio: “E quindi smette”. Quella cosa me la porto dietro da allora. Era scontato che una donna, una volta sposata, dovesse stare a casa la sera, occuparsi del marito, rinunciare al campo. Ecco perché oggi voglio raccontare questa storia: per consegnare alle generazioni che vengono dopo di me una narrazione diversa da quella che ho ereditato».

Essere madre e calciatrice. Tema centrale del tuo libro e della tua vita. Quando hai capito che sarebbe diventato una battaglia pubblica?
«Quando mi sono sentita dire: “La tua carriera è finita, ora ti dedichi alla cosa più bella”. Che già detta così… chi l’ha deciso che devo scegliere? Dopo la maternità sono rientrata e ho giocato tutte le partite di Serie B: ero concreta, affidabile, in forma. Non era il fisico il problema, ma la mentalità. Il punto è questo: se non cambia la cultura, le leggi sono carta straccia. Il caso Lucchese lo dimostra: puoi essere protetta sulla carta, ma se l’ambiente non ti accetta vieni comunque messa in un angolo. È lì che ho capito che non era più solo la mia storia: era la storia di tante donne».

Molti ti considerano un faro, un punto di riferimento. Tu come vivi questa responsabilità?
«Spero di esserlo, ma non è che mi sveglio sentendomi un faro… Però sì, quando vado a parlare alla Camera, quando ricevo premi, quando mi chiedono di intervenire, io mi porto dietro tutto il movimento, non solo me stessa. Non solo la Serie A, che è professionistica, ma anche Serie B e Serie C, dove tantissime ragazze si allenano due volte al giorno senza salari minimi. Lo so che ormai per molti sono “quella che denuncia”, “quella che chiama le Iene”. È il prezzo di aver alzato la voce. Ma se il risultato è fare la differenza per qualcuno, va bene così».
La maternità ha cambiato il modo in cui vivi il tuo calcio?
«In parte sì, ma non credo sia solo quello. Il nostro calcio è così indietro che ho sempre sentito la responsabilità di fare squadra, non solo in campo. Quando scendo sul terreno di gioco sono una calciatrice: voglio vincere, gestisco il tempo, faccio quello che serve. Fuori, però, sono anche una voce del movimento. Non posso essere due persone diverse, ma posso essere la stessa persona che lotta per tutte, anche per quelle che magari in campo mi urlano contro!».

Il tuo libro è già arrivato a tante ragazze.
«Fa effetto. Tanto. Perché è lì che voglio arrivare. Alle ragazze che oggi giocano in campi migliori dei nostri, con regole migliori delle nostre, ma che rischiano ancora di ereditare paure, limiti e narrazioni che non appartengono più al presente. Il mio obiettivo è lasciare qualcosa di diverso a loro».
Dopo essere stata calciatrice, scrittrice e ora attrice… cosa ti manca? Chef? DJ? Presidente di una squadra?
«Sicuramente non DJ, che coi miei figli ho già abbastanza rumore! Presidente? Magari un giorno, chissà! La verità è che non mi fermo mai. Ho un carattere che mi spinge sempre a guardare avanti, a pensare al prossimo passo. Però una cosa la so: qualunque ruolo avrò, voglio che serva a costruire qualcosa. Perché questa storia non è mai stata solo mia».

Alice Pignagnoli non è soltanto una calciatrice, una madre, una scrittrice o una donna che ha combattuto per i diritti delle atlete. È una voce che sta cambiando la narrazione del calcio femminile, una storia che diventa testimonianza, un esempio concreto di come la cultura possa evolvere non solo con le parole, ma con scelte coraggiose. Il suo percorso non è lineare né facile, ma è reale, potente, necessario. E forse è proprio per questo che ispira così tante persone: perché racconta ciò che troppe donne vivono in silenzio e lo trasforma in possibilità.
Danilo Billi
