Quando parliamo di calcio femminile professionistico, spesso dimentichiamo un dettaglio essenziale: professioniste non significa solo stipendi, contratti e telecamere. Professioniste significa mettere le atlete nelle condizioni di fare il loro lavoro in sicurezza.
E invece, nell’ultima giornata di Serie A Femminile, tutto questo è mancato. E in mondovisione.

La gara trasmessa in chiaro sulla Rai, l’unica della giornata non riservata solo a DAZN, si è trasformata in una sceneggiatura quasi grottesca come nei films di Fantozzi: un campo impraticabile, pesante, pericoloso. Un pantano più che un terreno di gioco degno di una categoria che vuole definirsi professionistica.
Ha vinto la Fiorentina Women, sì. Di corto muso. Ma a quale prezzo?
Perché lo spettacolo, quello vero, ieri è stato derubato. Il calcio femminile non è, e non sarà mai così ovvero una “lotta nel fango”.
Noi che amiamo questo sport lo abbiamo sempre difeso, sostenuto, raccontato. Ma come si può promuoverlo sulla televisione di Stato proprio nel giorno in cui viene offerto al pubblico un esempio perfetto di ciò che non deve più accadere?
Il rischio infortuni: il primo, enorme, problema
La domanda più semplice è anche la più inquietante: e se qualcuno si fosse fatto male?
Perché giocare su un campo del genere non è solo uno scempio mediatico. È un insulto alla professionalità delle atlete. È una mancanza di rispetto verso chi vive del proprio corpo, verso chi ogni settimana si allena per dare il massimo e rappresentare la propria squadra, il proprio club, il proprio Paese.
La voce della verità: Emma Severini
A denunciare ciò che tutti abbiamo visto, ma che troppi fingono di ignorare, è stata una delle ragazze che più rappresenta il nuovo volto di questo movimento:
Emma Severini, centrocampista giovane, forte, simbolo della Nazionale e della squadra viola.
Sui social ha scritto parole che bruciano più di qualsiasi commento esterno, perché arrivano da chi ha vissuto quella “guerra” in prima persona:
“Felice per i tre punti! What a war.
Oggi abbiamo giocato una partita di Serie A in condizioni che non rispecchiano gli standard di un campionato professionistico.
Un campo impraticabile non tutela né noi né le calciatrici del AC Milan Women.
Il rispetto per il lavoro, per la salute delle atlete e per la crescita del movimento passa anche (e soprattutto) da qui!”
Parole semplici, dirette, impossibili da fraintendere.
Parole che mettono il dito su una ferita aperta: la distanza enorme tra la retorica del “professionismo” e la realtà vissuta ogni domenica dalle giocatrici.

Il paradosso mediatico
Il calcio femminile ha bisogno di visibilità, lo ripetiamo da anni. Ma la visibilità è un’arma a doppio taglio: se ciò che mostri al grande pubblico è un campo da battaglia invece che un campo da calcio, il messaggio che invii è devastante.
Come possiamo pretendere rispetto quando lo “spettacolo” che va in onda su una rete nazionale è una partita che non si sarebbe dovuta giocare?
Come possiamo parlare di crescita del movimento, se non riusciamo nemmeno a garantire un terreno dignitoso alle nostre atlete?
Il grido che non possiamo ignorare
Il calcio femminile italiano è entrato da poco nell’era professionistica, ma episodi come questo ci ricordano una verità amara:
professionismo non significa solo cambiare lo status su un contratto. Significa cambiare mentalità, strutture, rispetto.
Emma Severini ha fatto ciò che dovremmo fare tutti: alzare la voce.
Non per lamentarsi.
Ma per difendere un movimento che cresce grazie alla passione, al sacrificio e al talento di ragazze che meritano molto di più di un campo di fango.
Ora la palla passa alle istituzioni. E stavolta non possono far finta di niente.
Danilo Billi
