Quando incontri Caterina Roccaro, ti sorprende una cosa prima di tutte: la sua sincerità. Non è un’arbitra che indossa la corazza. È un’arbitra che si sporca le mani, che ammette le paure, che si lascia attraversare dalla fatica e poi ci ride su. Ed è esattamente lì che capisci perché il suo percorso ha qualcosa di speciale.

Il calcio? Un amore da bambina
«Io il calcio l’ho amato da subito» mi racconta, e negli occhi ha ancora la curva del Bentegodi.
«Avevo quattro, cinque anni. Andavo allo stadio a vedere il Verona e pensavo: io voglio giocare. Assolutamente».
Ma la mamma, spaventata dall’idea dello “sport maschile e fisico”, la indirizza altrove. E così Caterina finisce nel baseball, unica femmina in mezzo ai maschi, poi nella ginnastica artistica. Cambiano gli sport, non la nostalgia. «La passione mi rimaneva dentro. Era come una cosa irrisolta.»
La sua storia cambia grazie a un professore di ginnastica delle superiori, che un giorno mostra alla classe una ragazza diventata arbitro di rugby.
Scatta la scintilla: posso farlo anch’io.
L’AIA di Verona pubblica un volantino. Lei ha 17 anni e un permesso da ottenere. La madre dice no.
Allora Caterina fa ciò che chi ama davvero fa sempre: aspetta. Compie 18 anni e si iscrive da sola.
«È iniziato tutto così. In realtà il mio piano era giocare. Poi mi sono arrangiata… e sono diventata arbitro.»

La sezione AIA Verona: una seconda casa
Il corso arbitri dura due mesi, tre sere a settimana. Caterina parte da Pastrengo, sul lago, e attraversa la provincia per arrivare allo stadio di Verona.
«La prima cosa che ho sentito? Un’atmosfera bellissima. Non ci conoscevamo, ma sembrava una famiglia.»
La sezione con a capo Claudio Fidilio come presidente della sezione l’accoglie, letteralmente. Le regole gliele spiegano, ma soprattutto la ascoltano. «Se non riuscivo ad andare a una lezione, loro mi dicevano di studiare da casa e poi avremmo riguardato tutto insieme. Ti fanno sentire importante, non un numero.»
È il tipo di appartenenza che rimane. «Per me è una seconda casa. Se ho un problema, anche non calcistico, posso chiamare un designatore e parlarne. Una cosa rara.»
Donne arbitro? Poche. Ma unite.
Nel suo corso erano in due. In tutta la sezione, una decina.
«Siamo poche, ma tante rispetto a qualche anno fa. E questo ci unisce. Spesso facciamo riunioni solo tra noi: se qualcuna si sente a disagio, le altre la tirano su.»
La sorellanza come strumento tecnico: non è poesia, è necessità.
Il debutto: “Un trauma”
Arriva la prima partita: Under 14.
Per fortuna, c’è il tutor. Il suo si chiama Roberto Vassanelli. «È stato come un secondo papà.»
E serve, perché l’impatto è devastante.
«Io l’unica cosa che sapevo fare era correre. Correvo avanti e indietro. Non fischiavo niente. Avevo paura di sbagliare.»
La partita se la gestiscono praticamente da soli i ragazzi, mentre Caterina prova a capire dove si trova.
Dalla seconda gara inizia a fischiare. Dalla terza, a imporsi.
Poi arriva la prima partita senza osservatore.
«Un altro trauma. È come essere mollata senza qualcuno che ti tenga per mano.»
Ci ride sopra, ma la voce racconta la verità: il campo non è un ambiente neutro. È vivo, imprevedibile, e giudica.
Crescere di categoria… e di coraggio
In tre anni Caterina passa dall’Under 14 alla Seconda Categoria.
Poi uno strappo muscolare la costringe a qualche passo indietro, tra Terza e Juniores. Ora sta tornando su.
«La Seconda Categoria mi mette in difficoltà. Sono uomini adulti e molti proprio non accettano che una donna li arbitri. Mi dicono: potresti essere mia figlia, secondo te ascolto te?»
Non lo dice con rabbia. Lo dice con lucidità. Sa che l’esperienza farà il resto.

Dialogo o polso duro? Lei sceglie la via di mezzo
«Le mie decisioni non si toccano: se ho fischiato, non torno indietro. Però spiego sempre, se serve.
Mi piace creare dialogo, ma nel limite del possibile. Prima della partita, soprattutto: capiscono che sono umana, non un robot.»
L’errore più grande? Una rimessa regalata
Ride quando lo racconta, perché gli errori diventano aneddoti solo quando li superi.
Una palla che le rimbalza addosso in area: panico.
«Dovevo lasciarla al portiere. Invece ho dato rimessa a me. E l’ho data… agli attaccanti. Una punizione in area regalata.»
Per fortuna non segna nessuno.
«Il regolamento non lo conoscevano, quindi non si sono accorti della gravità. Ma io sì. E non l’ho più rifatto.»
Arbitrare il femminile: un calcio diverso, un ruolo diverso
Ha arbitrato il Chievo Under 16 e altre partite femminili provinciali.
«È un calcio totalmente diverso. Corro meno, ma… mi sento una mamma. Hanno 15 o 16 anni e le senti più vicine, più empatiche, più inclini a capire cosa succede.»
L’uomo, anche giovane, ragiona diversamente. «Le ragazze si immedesimano, i maschi molto meno.»
Senza VAR: il vero arbitro
Arriviamo al tema caldo.
Perché Caterina arbitra senza supporti tecnologici, mentre in Serie A si va verso un calcio ipercontrollato, tra VAR, open VAR e challenge.
«Arbitrare senza tecnologia è difficile, ma è l’arbitraggio vero. È prendere decisioni e portarle fino in fondo.
Forse l’unico aiuto utile sarebbe il sensore di porta. Il resto… non so quanto aiuti davvero.»
Quando le chiedo del calcio moderno, sospira appena.
«Il problema è che in A ormai si controlla tutto, si rivede tutto. Le partite finiscono dopo cento minuti. Io capisco l’esigenza, ma arbitrare non è questo. Arbitrare è decidere. Accettare che qualcosa possa non essere perfetto.»

E alla fine? Il filo rosso è uno solo
La storia di Caterina è la storia di una ragazza che ha imparato a trasformare le paure in tappe.
Ogni debutto la fa sentire “non al suo posto”.
Ed è proprio questo il segno che sta crescendo.
«Ogni volta che salgo di categoria sento che non lo merito. Poi capisco che è solo il primo impatto. E che il mio posto, in realtà, è esattamente lì.»
Ed è questo il motivo per cui, ascoltandola, ti viene spontaneo crederci: il suo non è un percorso “minore”.
È un percorso vero.
Fatto di corse, di fischi trattenuti, di errori che bruciano e di coraggio che torna.
Un percorso che inizia da Pastrengo e chissà dove arriva.
Ma ovunque andrà, ci arriverà correndo. Come nella sua prima partita. Ma stavolta con il fischietto sicuro.
Danilo Billi
