C’era una volta, in una terra piana e testarda come la gente che la abita, una bambina che correva più forte del vento. A Ravenna, la Romagna del mare e dei cuori grandi, nacque Erika Santoro, una di quelle anime rare che non chiedono permesso al mondo per esistere: lo travolgono, lo attraversano, lo sfidano.

La chiamavano Santo, ma in campo sembrava un tamburo.
Ogni passo, un battito.
Ogni scatto, una nota.
Ogni contrasto, una promessa: “Io non mi tiro mai indietro.”
La terra dove tutto è iniziato
Nel piccolo campo di San Zaccaria, la polvere stava sempre in aria. La domenica mattina profumava di erba tagliata e sogni troppo grandi per entrare in un cortile.
Fu lì che, a solo quattordici anni, Erika si prese la sua prima scena: San Zaccaria, Serie B, poi la storica promozione in Serie A. Non lo fece con clamore. Non lo fece cercando applausi.
Lo fece con la naturalezza di chi è nato per stare sulla linea del fuorigioco, con gli occhi sempre avanti, col cuore che non conosce freni.
Gli adulti la guardavano e dicevano:
“Questa ragazzina non ha paura di niente”.
Avevano ragione.

Pink Bari: l’arte della sopravvivenza
Il salto successivo la portò lontano da casa, nel sud caldo e viscerale del Pink Bari, dove il calcio è vita e sacrificio. Le trasferte infinite, le lotte per restare in categoria, i pomeriggi di vento forte al San Nicola.
Lì Erika imparò qualcosa che nessun allenatore insegna:
che si può cadere mille volte, ma la forza sta nel rialzarsi con la bocca impastata di terra e la stessa voglia di lottare.
Non era facile.
Non era comodo.
Ma era vero.
E lei ha sempre preferito l’autenticità alla comodità.

Sassuolo: il posto che diventa casa
Nel 2019 arriva una chiamata che non era solo un trasferimento: era un destino.
Il Sassuolo Femminile, l’abbracciò come si abbraccia qualcuno che si riconosce subito. Erika, a Sassuolo, non era solo una giocatrice: era un pezzo di cuore che trovava il suo incastro.
Anni di battaglie, cinquantotto presenze, due gol, mille interventi che non finiscono nelle statistiche ma restano nelle ossa, nelle ginocchia, nel respiro pesante dopo una corsa di settanta metri.
Sassuolo divenne tatuaggio, radice, pelle.
E ogni volta che la vita la portava altrove, lei tornava lì.
Perché ci sono luoghi che non scegli: ti scelgono loro.
Spagna: la chiamata del mondo
Poi un giorno, la vita bussò con forza.
Un’altra lingua, un altro cielo: Real Betis Féminas.
Siviglia.
Il caldo che ti schiaccia, il tifo che vibra, il calcio che danza.
Erika prese il suo bongo e lo portò anche lì.
Mentre altre sue coetanee brillavano nei club più grandi, lei scelse una strada più selvaggia: quella della crescita vera, del mettersi alla prova, dello scoprire chi sei quando non hai più nulla di familiare intorno.
E fu forte.
E fu intensa.
E fu, come sempre, se stessa.
Napoli: il ritorno in patria e la battaglia continua
Poi l’Italia la richiamò, e lei rispose come farebbe una figlia che ha nostalgia: tornò.
Poi gennaio, e la maglia del Napoli Femminile che la accolse come si accoglie chi arriva con l’anima gonfia d’esperienza.
A Napoli portò la sua energia, la sua corsa, la sua fame.
E mentre giocava per aiutare le partenopee a raggiungere una storica salvezza nella scorsa stagione, una parte del suo cuore continuava a guardare verso nord…
Il ritorno al Sassuolo
Era inevitabile.
Era scritto.
Era un richiamo che non poteva ignorare.
Erika tornò al Sassuolo, e lo fece con lo stesso emozionante istinto di chi rientra a casa dopo un viaggio lungo.
Quando una maglia è pelle, non puoi tenerla lontana troppo a lungo.
Il ritorno fu una promessa sigillata:
“Sono di nuovo qui.
E suonerò il mio ritmo.
Più forte di prima.”

L’infortunio: quando il destino ti sfida
Ma la vita, si sa, mette alla prova soprattutto chi ha il carattere per superarla.
Un contrasto.
Una fitta violenta nel polpaccio.
Un infortunio serio durante un allenamento.
Chiunque avrebbe abbassato lo sguardo, almeno per un istante.
Erika no.
Le sue parole, a caldo, raccontano tutto:
“Ho un infortunio al polpaccio… starò fuori un paio di mesi.
Ma io non mollo mai, anzi.
Lavorerò ancora di più.
Tornerò più forte.”
Non era una frase di circostanza.
Era la verità.
La sua verità.
La guerriera che non smette di correre
Ed eccola qui, oggi.
Fuori dal campo, sì.
Ferma? Mai.
C’è chi può pensare che un’assenza significhi sparire.
Ma quelli non conoscono Erika.
Non sanno cosa vuol dire avere il fuoco dentro.
Non sanno cosa significa vivere ogni partita come fosse l’ultima, ogni allenamento come una promessa, ogni maglia come un giuramento.
Erika tornerà.
Tornerà a spingere sulla fascia.
Tornerà a mordere le caviglie alle avversarie.
Tornerà a suonare il suo sound, quello che riconosci a occhi chiusi.
E quando rientrerà, nessuno potrà dire di essere sorpreso.
Perché le guerriere come lei non scompaiono.
Rallentano, si curano, stringono i denti…
E poi rientrano in campo con una ferocia nuova.

Perché certe storie vanno raccontate
Questo racconto esiste per un motivo:
per ricordare a tutti che Erika Santoro non è mai sparita.
Ha solo cambiato postura per un momento.
Sta preparando il prossimo scatto.
E quando tornerà… il campo lo sentirà.
Gli spalti lo sentiranno.
Il calcio lo sentirà.
Perché la Santo è così:
non chiede permesso.
Non chiede scusa.
Non fa rumore per farsi notare.
Fa rumore perché esiste.
E perché ha ancora moltissimo da dire, e chi conosce davvero il calcio femminile non mi può contraddire.
Danilo Billi
