Nel calcio ci sono percorsi che sembrano scritti fin dall’inizio. Strade che si allontanano, attraversano città, squadre, stagioni diverse, ma che prima o poi riportano a casa.
Per Emanuela Conventi, attaccante del Gordige impegnato nell’Eccellenza veneta di calcio femminile, il ritorno nel club che l’ha cresciuta non è stato un caso: era quasi una promessa fatta a sé stessa.
Una carriera costruita tra Veneto ed Emilia, l’esperienza a Padova e Venezia, la fascia di capitano indossata più volte e oggi una nuova maturità calcistica. Ma soprattutto la consapevolezza di chi sa che il calcio non è soltanto uno sport: è un modo di vivere le emozioni.

Emanuela, partiamo dal tuo percorso calcistico. Quali sono state le tappe principali della tua carriera?
«Ho iniziato a giocare a Goro, nella squadra del mio paese, la E la squadra del mio paese è Asd F.Ricci Goro. Sono rimasta lì fino all’ultimo anno possibile con i ragazzi, poi durante un torneo estivo a Bosco Mesola sono stata notata e mi hanno chiesto di venire a giocare al Gordige.
Da lì è iniziato il mio percorso vero: sono rimasta al Gordige per circa tredici o quattordici anni, dal settore giovanile fino alla prima squadra.
Poi ho fatto un anno al Padova Calcio Femminile e successivamente quattro stagioni al Venezia 1985.»
Una carriera lunga, e spesso con la fascia di capitano.
«Sì, è vero. Sono stata capitano al Goro, poi nelle giovanili del Gordige e anche al Venezia 1985. È una responsabilità che ho sempre sentito molto.»
Il tuo ritorno al Gordige sembra quasi la chiusura di un cerchio.
«Sì, assolutamente. Non è una cosa che ho immaginato a un certo punto della carriera: io l’ho sempre saputo.
Quando sono andata via ero convinta che prima o poi sarei tornata. In qualche modo dovevo tornare.»

E come ti hanno accolta?
«Benissimo. La cosa più bella è stata ritrovare tante delle persone che avevo lasciato. Ci siamo riabbracciate tutte.
È stato un ritorno molto naturale.»
Il destino ha voluto anche un’altra coincidenza: insieme a lei è tornata anche Sara Polonio, portiere con cui aveva condiviso l’esperienza a Padova e Venezia 1985 e Elena Pivetta mia compagna di squadra nel Venezia 1985.
«Sì, è stato bello anche per questo. Ritrovarci qui ha reso tutto ancora più speciale.»
Oggi giochi da attaccante, ma non è sempre stato il tuo ruolo.
«No, infatti. Io sono partita come difensore centrale.
Poi negli ultimi sette anni sono stata spostata in attacco.»
Una trasformazione che ha portato risultati concreti: 57 gol negli ultimi sette anni più 4-5 nelle giovanili.
«Sì, guardando le statistiche su Tuttocampo si vedono tutte le annate ed è anche bello ripercorrere certi momenti.»
«Oggi sono una giocatrice più consapevole»
Che giocatrice è oggi Emanuela Conventi rispetto agli inizi?
«Una giocatrice più consapevole e più sicura di sé.
Ma con la stessa voglia di mettersi in gioco e migliorarsi.»
La maturità, dice, aiuta anche nella lettura delle situazioni.
«Con l’esperienza impari a gestire meglio gli spazi.
Sono migliorata molto nel controllo della palla e nel difendere il pallone dagli avversari. Ma soprattutto nella capacità di guardarmi intorno, capire dove attaccare lo spazio.»
Un ruolo difficile: unica vera punta della squadra
Nel Gordige attuale il suo compito non è semplice.
«Nella nostra rosa, di ruolo, come attaccante ci sono solo io.
Abbiamo esterni e trequartiste, ma non vere punte.»
Questo la obbliga a un lavoro doppio.
«Devo essere sia un attaccante d’area di rigore sia una giocatrice che viene incontro, fa sponda e aiuta la squadra a salire.
Non è facile, perché al Venezia 1985 giocavamo con tre punte e il mio compito era più semplice: dovevo smistare il pallone e attaccare l’area.»

L’Eccellenza veneta: un campionato durissimo
Il campionato in cui gioca il Gordige è tutt’altro che semplice.
«È molto competitivo. Ci sono due squadre forse più attrezzate, ma poi le altre dodici sono tutte sullo stesso livello.
Se abbassi la guardia rischi di perdere con chiunque.»
La classifica lo dimostra.
«Siamo quattro squadre racchiuse in due punti per l’ottava posizione. L’ultima partita sarà decisiva.»
Entrare tra le prime otto significa accedere alla seconda fase che può portare alla promozione in Serie C.
«Il nostro obiettivo è entrare nelle otto e giocarci qualcosa.»
«Indossare di nuovo questa maglia è stata un’emozione»
Se c’è un momento simbolico di questa stagione, Emanuela lo ricorda con precisione.
«Il presidente mi ha dato una maglia senza numero e mi ha detto: “Vai a stamparti il tuo”.
È stato come dire: sei tornata a casa, questa è la tua maglia.»
La scelta non è stata casuale.
«Ho scelto il numero 45.»

Tra calcio e mare: la vita fuori dal campo
Nella vita di tutti i giorni Emanuela continua a lavorare nel mondo della pesca.
«Sì, lavoro ancora con la barca. In questo periodo però siamo un po’ fermi e sto sfruttando il tempo per altri progetti.»
Uno di questi riguarda il futuro nel calcio.
«Ho iniziato il corso UEFA C a Ferrara.
Le lezioni sono una settimana sì e una no: dal lunedì al venerdì la sera e il sabato mattina facciamo pratica al centro SPAL.»
Un impegno che richiede sacrificio.
«Nella settimana di corso salto qualche allenamento, ma con il mister siamo organizzati: mi manda i programmi e mi alleno al mattino.»
Perché il calcio è così importante per te?
«Perché mi fa sentire viva.
Durante una partita provo emozioni che nella vita quotidiana magari capitano due volte in un anno.»
Novanta minuti che racchiudono tutto.
«Adrenalina, felicità, tristezza, entusiasmo.
È un insieme di emozioni concentrate in una partita.»

Niente discoteche: meglio la bici e il mare
Quando deve staccare dal calcio, Emanuela ha gusti semplici.
«Non sono mai stata una da discoteca. Nemmeno quando avevo diciotto anni.»
Preferisce stare all’aria aperta.
«Quest’estate ho iniziato ad andare in bici e mi piace molto.
Oppure una passeggiata al mare. Il mio modo di stare bene è stare fuori, all’aperto.»
Danilo Billi
