Il calcio femminile italiano ha perso molto più di un allenatore.
Ha perso una voce.
Uno sguardo.
Un modo di vivere il calcio.
Il 6 marzo, giorno del suo compleanno, il nome di Fabio Melillo torna inevitabilmente a galleggiare nei ricordi di chi lo ha conosciuto, di chi lo ha incrociato anche solo per pochi minuti a bordo campo, di chi ha visto in lui qualcosa che nel calcio moderno sta diventando sempre più raro: l’allenatore che prima di tutto era un uomo.
Perché Melillo era fatto così.

Fuori dal campo sembrava quasi un professore gentile, uno di quelli con cui potresti parlare per ore di calcio davanti a un caffè.
Dentro il campo diventava un’altra cosa.
Un comandante.
Un sergente.
Uno di quelli che pretendevano tutto.
Il doppio volto di Fabio Melillo
Chi lo ha incontrato almeno una volta se lo ricorda bene.
La voce mai troppo alta.
La battuta pronta.
Quel modo pacato di raccontare il calcio come se fosse una cosa semplice.
Poi iniziava l’allenamento.
E lì cambiava tutto.
Le parole diventavano ordini.
Lo sguardo si faceva severo.
La disciplina diventava legge.
Per le sue giocatrici era una figura quasi paterna, ma allo stesso tempo un tecnico esigente fino all’ossessione.
Perché per Fabio Melillo il calcio non era mai una cosa superficiale.
Era un mestiere serio.
Era una responsabilità.
La Res Roma e la costruzione di un sogno
Molti ricordano Melillo per il lavoro straordinario fatto alla Res Roma, una realtà che sotto la sua guida è diventata molto più di una semplice squadra.
Era un laboratorio di calcio.
Un luogo dove si costruivano calciatrici, ma anche persone.
In quegli anni Melillo riuscì a compiere un percorso che ancora oggi viene raccontato come una piccola impresa sportiva: portare la Res Roma dalle categorie inferiori fino alla Serie A.
Ma soprattutto riuscì a costruire un settore giovanile che avrebbe lasciato un segno profondo nel calcio femminile italiano.
Non era solo questione di risultati.
Era questione di identità.
La sua Res Roma aveva qualcosa che molte squadre non hanno mai avuto: un’anima.
Il maestro delle giovani e gli scudetti Primavera
Il talento più grande di Melillo era probabilmente questo: vedere il futuro prima degli altri.
Per questo il suo lavoro nei settori giovanili è stato così importante.
Con la Primavera prima della Res e poi della AS Roma Femminile riuscì a conquistare sei scudetti di categoria, diventando uno dei tecnici più rispettati nel panorama del calcio giovanile femminile.
Ma i trofei non raccontano davvero il suo lavoro.
Lo raccontano le calciatrici cresciute con lui.
Ragazze che ricordano allenamenti durissimi, ma anche un allenatore che sapeva ascoltare, proteggere, guidare.
Uno di quelli che sanno quando essere duri e quando essere semplicemente umani.
Roma nel sangue
Roma per Fabio Melillo non era solo una città.
Era un modo di essere.
Quel calcio vissuto con passione, con appartenenza, con quella cultura sportiva fatta di discussioni infinite, di spogliatoi pieni di parole e di idee.
Chi lo incontrava lo ricorda così: sempre pronto a parlare di calcio.
Non di sé.
Di calcio.
Delle sue ragazze.
Delle partite.
Degli allenamenti.
Di quello che si poteva migliorare il giorno dopo.
Il sogno ternano
Negli ultimi anni della sua carriera Fabio Melillo aveva trovato una nuova casa nella Ternana Women.
Una sfida diversa.
Una città diversa.
Ma la stessa passione.
Con la Ternana aveva iniziato a costruire qualcosa che per lui non era solo un progetto sportivo: un sogno.
Portare quella squadra in Serie A.
Ne parlava spesso.
Con gli amici.
Con i colleghi.
Con chiunque si fermasse a scambiare due parole a bordo campo.
Perché Melillo parlava delle sue squadre come si parla di una famiglia.
Con orgoglio.
Con affetto.
Con quella convinzione ostinata che il lavoro, prima o poi, paga sempre e infatti la società della Ternana Women questa stagione lotta e gioca nella massima serie del nostro campionato ma senza mai averlo dimenticato anzi…
Un ricordo personale
Nella vita capita a volte di incontrare persone che non diventano amici veri, ma che riescono comunque a lasciarti qualcosa.
Con Fabio Melillo è stato così.
Qualche allenamento visto da vicino.
Qualche parola scambiata a bordo campo.
Pochi minuti, in fondo.
Ma abbastanza per capire che tipo di uomo fosse.
Non parlava mai per riempire il silenzio.
Quando parlava di calcio lo faceva con quella luce negli occhi che hanno solo quelli che questo sport lo vivono davvero.
E quasi sempre finiva a parlare delle sue giocatrici.
Dei loro miglioramenti.
Dei loro difetti.
Di quanto potevano ancora crescere.
E poi di quel sogno che tornava sempre, quasi come un ritornello:
portare la Ternana in Serie A.
Il vuoto che resta
Quando nel 2024 Fabio Melillo se n’è andato, il calcio femminile ha perso molto più di un tecnico.
Roma ha perso uno dei suoi uomini di campo più autentici.
Terni ha perso il condottiero del suo progetto più ambizioso.
E il calcio femminile italiano ha perso uno dei suoi costruttori più appassionati.
Non quelli che fanno rumore.
Quelli che costruiscono davvero.
Il compleanno di un uomo che il calcio non dimenticherà
Oggi, nel giorno del suo compleanno, il pensiero torna inevitabilmente a lui.
A quel modo di stare in panchina.
A quel modo di parlare di calcio.
A quella severità che nascondeva sempre un fondo di affetto.
Perché Fabio Melillo è stato esattamente questo.
Un allenatore duro.
Un uomo gentile.
Un maestro di calcio.
E uno di quelli che lasciano dietro di sé un vuoto che non si riempie con i risultati.
Si riempie solo con la memoria.
E nel calcio femminile italiano, tra Roma e Terni, la memoria di Fabio Melillo continuerà a vivere ancora a lungo e tante persone ancora oggi quando parlano di lui si commuovono perché è giusto cosi!
Danilo Billi
