Un ingresso quasi casuale che diventa destino
Il calcio, a volte, non bussa alla porta: entra in punta di piedi. È così che Arianna Nannini si è ritrovata dentro il mondo della Ternana Women. Senza programmi a lungo termine, senza sogni dichiarati di carriera nel pallone. Solo una proposta, semplice, concreta.

“Cercavano una dirigente accompagnatrice. Mi piaceva lo sport, seguivo il calcio dilettantistico… e ho iniziato così.”
Siamo a Terni, la sua città. Lei è ancora studentessa, frequenta la scuola superiore alla quale farà poi seguito la laurea in economia. Con il lavoro successivamente studierà psicologia. Vive una quotidianità lontana da quello che diventerà il suo presente. Il calcio è una passione laterale, qualcosa che si guarda, che si vive da fuori, tra amici che giocano in Promozione e qualche partita seguita per piacere.
Poi arriva quell’occasione. Piccola, quasi marginale. Accompagnare le ragazze, dare una mano alla team manager dell’epoca, Flaminia Lombardozzi. Un ruolo operativo, senza troppi riflettori.
“Era una cosa semplice… aiutare, accompagnare. Nemmeno pensavo potesse diventare qualcosa di più.”
E invece, da lì, inizia tutto.
La crescita: da una mano alla squadra a diventare il punto di riferimento
Il percorso non è immediato. Non è una scalata costruita a tavolino. È un processo lento, fatto di fiducia guadagnata giorno dopo giorno.
Arianna resta. Impara. Osserva. Si rende indispensabile.
E quando la società cambia assetto, quando arriva una nuova visione, tutto prende una piega diversa.
Il passaggio chiave è legato alla figura di Isabella Cardone, direttrice che segna un prima e un dopo nella struttura del club.
La direttrice è una figura molto importante per Arianna, le ha insegnato e sta insegnando ancora tanto.
“Mi ha detto: ‘Se vuoi continuare, noi crediamo in te. Facciamolo insieme’. È stato un all-in.”
Un momento decisivo. Di quelli che ti obbligano a scegliere davvero.
Arianna decide di provarci. Sul serio.
Lascia il lavoro precedente a tempo pieno, si riorganizza, cambia la sua quotidianità. Non è più un “extra”, non è più un supporto: diventa una figura centrale.
“All’inizio facevo tutto insieme, poi è diventato il mio lavoro principale. Un lavoro che ti prende H24.”

Dalla Serie C alla Serie A: tre anni, tre mondi diversi
La crescita della squadra è parallela alla sua. Dalla Serie C alla Serie B, fino alla Serie A.
Un viaggio scandito da stagioni molto diverse tra loro:
- un primo anno di scoperta, chiuso al quarto posto
- una stagione da protagoniste, fino al secondo posto
- la promozione, con il primo posto
- e poi l’impatto con la Serie A
“Ogni anno è stato diverso. Ogni anno ha avuto le sue difficoltà e le sue soddisfazioni.”
Se nei primi anni c’era leggerezza, entusiasmo, quella sensazione di costruzione continua, la Serie A porta un altro tipo di pressione.
“Quest’anno è più pesante. Perché si soffre. Non siamo più abituate solo a vincere.”
La differenza è tutta lì: nella gestione delle emozioni quando i risultati non arrivano con la stessa continuità.

Il lavoro del team manager: tutto quello che non si vede
Il ruolo del team manager, spesso, è invisibile. Ma è ovunque.
Arianna lo racconta senza filtri, entrando nei dettagli:
“Organizzo le trasferte, gestisco gli orari, gli appuntamenti medici, i rapporti con le altre squadre… e poi ci sono tutte le esigenze quotidiane delle ragazze.”
Un lavoro fatto di incastri, precisione, presenza costante.
Ma non solo.
Perché in una realtà come la Ternana Women, dove le dimensioni sono ancora contenute, il concetto è uno solo:
“Tutti fanno tutto”.
“Se c’è da mettere o togliere i cinesini, lo faccio. Se c’è da andare a prendere la frutta, lo faccio.”
E poi c’è la parte relazionale, forse la più delicata:
“Sono un punto di riferimento. Spesso arrivano da me per qualsiasi problema.”
Un equilibrio continuo tra gestione pratica ed empatia.
Serie A: cosa cambia davvero
Il salto dalla Serie B alla Serie A è reale. Si vede, si sente.
Cambiano le trasferte, più lunghe e complesse. Cambiano gli standard organizzativi. Cambia l’ecosistema intorno.
Entrano in scena realtà come Inter Women e AC Milan Women. Arriva una maggiore esposizione mediatica, con piattaforme come DAZN e la Rai.
“È tutto più grande. Più strutturato. Più bello.”
Eppure, nella sostanza, alcune cose restano:
“Le ragazze sono più o meno le stesse. Le loro esigenze le conoscevo già.”
Il vero cambiamento è nella percezione:
“Dire che lavori in Serie A… ti dà uno status diverso.”

Una giornata tipo: organizzazione maniacale e zero pause
La vita di Arianna è scandita al minuto.
“Ho tutto organizzato nei minimi dettagli. Anche i minuti.”
La sua giornata inizia presto:
- sveglia alle 7
- corsa o palestra
- lavoro al campo
- gestione quotidiana della squadra
- rientro a casa verso le 21
Ma non finisce lì. Perché Arianna non fa solo questo.
Lavora anche in ambito assicurativo, con partita IVA, portando avanti un percorso parallelo iniziato anni prima.
“Ho ridotto un po’, ma continuo. Il calcio purtroppo non dà certezze.”
E poi c’è lo studio.
Tre lauree:
- economia
- psicologia
- scienze della comunicazione
“Quando sono entrata in società, mi hanno dato la possibilità di studiare. È stata una grande opportunità.”
Un impegno enorme, che richiede disciplina totale.
L’ansia, le trasferte e quella notte sul treno
Dietro l’organizzazione, c’è anche una componente emotiva fortissima.
Arianna non lo nasconde:
“Sono una persona ansiosa. Devo controllare tutto.”
Le trasferte sono il momento più delicato.
Tra le più complicate, quella contro l’Inter:
“C’era uno sciopero. Siamo arrivati in ritardo. Riuscire a far salire tutte sul treno è stata una corsa contro il tempo.”
E quando finalmente tutto si sistema:
“Sono salita sul treno e ho pianto. Era tutta tensione.”
Un lavoro che logora, ma che allo stesso tempo dà senso.

Le partite: tra adrenalina e controllo
Durante le gare, Arianna vive tutto con intensità.
“All’inizio non dormivo. Era come se dovessi giocare io.”
Con il tempo, l’esperienza aiuta. Ma l’attenzione resta altissima, soprattutto in trasferta:
“Controllo il navigatore, il traffico… non mi rilasso mai davvero.”
E poi ci sono le partite che restano dentro.
Quella contro la Lazio in questa stagione:
“Una battaglia. Bellissima.”
Quella contro il Chievo, con il goal all’ultimo di Deborah Salvatori Rinaldi, anni fa:
“Vinta all’ultimo minuto. Emozione pura.”
Il rapporto con le giocatrici: tra vicinanza e confini
Essere giovane, condividere età e vissuti con le calciatrici, è un vantaggio ma anche una sfida.
“È un’arma a doppio taglio.”
All’inizio il rapporto era più leggero, quasi amichevole. Oggi è cambiato.
“Per loro farei qualsiasi cosa, ma serve distacco. Siamo tutte dipendenti dello stesso club.”
Eppure il legame resta forte:
Un equilibrio delicato, costruito giorno dopo giorno.
La squadra, lo staff e la famiglia: un sistema che regge tutto
Arianna non è sola. E lo sottolinea più volte.
C’è il supporto della dirigenza, con figure come Paolo Tagliavento e Isabella Cardone. C’è il confronto continuo con lo staff. C’è un gruppo che funziona.
“Siamo una famiglia. Stiamo più insieme che con le nostre famiglie vere.”
E poi c’è casa:
“Mio padre viene in trasferta con i tamburi e mia madre che ci segue sempre.”
Un’immagine che racconta tutto. Passione, appartenenza, orgoglio.
E il compagno:
“Gioca anche lui. Se non ti capisce, è difficile andare avanti.”
Crescita personale: cosa lascia davvero la Serie A
Alla fine, la domanda più difficile è sempre la stessa: cosa resta?
Arianna ci pensa. Poi risponde:
“I rapporti. Le persone. È quello che ti arricchisce davvero.”
E poi lo sguardo al futuro:
Sta studiando inglese, perché il club vuole aprirsi a giocatrici internazionali.
Un altro passo avanti. Un’altra evoluzione.

Il valore nascosto del calcio femminile
La storia di Arianna Nannini è un racconto completo del calcio femminile italiano oggi.
Non solo campo. Non solo risultati.
Ma lavoro quotidiano, organizzazione, relazioni, sacrifici.
Un mondo costruito da figure che raramente finiscono sotto i riflettori, ma che tengono in piedi tutto il sistema.
E dentro questa storia c’è una verità semplice:
il calcio femminile cresce grazie a chi sceglie, ogni giorno, di esserci davvero.
C’è poi un momento, negli ultimi mesi, che racchiude tutto questo percorso. Un riconoscimento che va oltre il ruolo, oltre le mansioni, oltre la quotidianità invisibile.
Dallo scorso anno, la Ternana Women ha istituito il premio “Fabio Melillo”, nato per custodire la memoria di un uomo che ha lasciato un segno profondo e per tramandarne i valori: dedizione, umanità, senso di appartenenza.
Un premio che ogni stagione viene assegnato a chi, tra squadra e staff, riesce a incarnare davvero quello spirito.
“L’anno scorso è stato vinto da Marco Ballerini, il nostro nutrizionista, una figura fondamentale per il gruppo. Quest’anno la società ha deciso di darlo a me.”
Un passaggio che Arianna racconta con una semplicità disarmante, ma che dentro porta un peso enorme.
“È stato un momento bellissimo. Mi ha ripagato di tutti i sacrifici.”
Poi la voce cambia leggermente. Si fa più intima.
“Fabio mi ha insegnato tanto. Credo che da ogni persona si possa prendere qualcosa, e da lui ho preso davvero molto. È stato il mio primo allenatore in Serie B: siamo cresciuti insieme, abbiamo imparato a conoscerci, a costruire un rapporto.”
Un legame che va oltre il campo.
“È stato un grande onore lavorare con lui e poter essere al suo fianco.”
E poi c’è quella parte più difficile da raccontare. Quella che non si allena, non si gestisce, non si programma.
“Non è facile parlare di lui. È stato portato via troppo in fretta. Ma in quel poco tempo si era già creata una sinergia forte, vera.”
Ed è forse proprio lì che si chiude il cerchio.
Perché in una realtà dove tutto corre — allenamenti, trasferte, risultati — restano le persone. Restano i legami. Restano i valori che qualcuno, prima di andarsene, ha avuto il tempo di lasciare.
E Arianna Nannini, oggi, è anche questo:
il riflesso concreto di quei valori.
Danilo Billi

