Ci sono storie che non stanno dentro novanta minuti.
Storie che attraversano decenni, curve, trasferte, scontri, abbracci, sconfitte e ritorni.
Storie che non chiedono il permesso, che crescono da sole, come erba tra il cemento.
Quella dei Distinti Ma Ostici è una di queste.
E per raccontarla davvero, bisogna ascoltare chi quella storia la vive ogni giorno. Senza filtro. Senza diplomazia. Con il cuore in mano.

“Fabrizio, partiamo dall’inizio. Da dove nascono i Distinti Ma Ostici?”
“Guarda, la prima cosa che ci tengo a dire è che non nasce tutto da me. Sarebbe una ricostruzione sbagliata.
I primissimi passi, anche come nome, sono legati tantissimo al mio vicepresidente, Nico Promontorio. Nico è la mia ombra, siamo due facce della stessa medaglia.
Eravamo due gruppi distinti, letteralmente, nei distinti.
Noi da una parte, loro dall’altra. Poi ci siamo trovati, guardati, e ci siamo “presi bene” subito. È nata un’identità ancora prima del nome.
Le prime tracce risalgono addirittura al 1997.
Poi nel tempo siamo cresciuti, ci siamo strutturati e solo nel campionato 2017-2018 siamo diventati ufficialmente un club affiliato al Centro Bologna Club.
Eravamo in 50. I cinquanta della prima ora.
Oggi sfioriamo i 400 iscritti”.
“Un salto enorme. Ma cosa vi ha tenuto insieme?”
“Una cosa sola: la filosofia.
Noi siamo nati nei distinti, è vero. Ma non siamo mai stati “solo” distinti.
Siamo ovunque: curva, tribuna, San Luca. E siamo anche fuori Bologna.
Siamo a Milano, a Pesaro, a Siena, a Latina, in Umbria, in Romagna, a San Marino.
E ti dico una cosa che per me vale tantissimo: a Siena siamo riusciti a fare qualcosa di incredibile.
Nel mondo del Palio di Siena, dove le contrade sono rivali storiche, noi abbiamo dentro persone della Torre e dell’Oca. Acerrimi nemici… e invece con il Bologna si trovano, viaggiano insieme, fanno trasferte europee insieme.
Questa è la forza del calcio, quando è vissuto così”.
“Parli spesso di identità. Ma cosa vuol dire davvero essere ‘Distinti Ma Ostici’?”
“Vuol dire non essere mai tiepidi.
Molti di noi vengono come me dalla curva. Io ho visto la mia prima partita a cinque anni, il primo abbonamento a sette con mio padre.
Mio babbo oggi ha quasi 88 anni ed è ancora abbonato. È il nostro presidente onorario, il nostro decano. Quando il Bologna vince ringiovanisce di quarant’anni.
Essere “ostici” vuol dire questo: avere ancora quella scintilla.
Avere poca tolleranza per chi non capisce cosa vuol dire stare lì.
Non è il calcio del fair play.
E lo dico chiaramente: con certe tifoserie, il fair play non ci interessa, difendiamo i nostri colori e la nostra città, come a guardia di una fede”.

“E quel coro, ‘Distinti Ma Ostici’? Nasce da te, giusto?”
“Sì, quello sì.
È una cosa semplice, ma racchiude tutto.
Serve a dire a chi ci sta vicino chi siamo.
Che abbiamo dei valori… ma anche un limite di sopportazione abbastanza basso.
Dopo cinque minuti, se vediamo cose che non ci piacciono… qualcuno di noi sclera.
Fa parte del gioco”.

“Parliamo del logo: il Nettuno versione DMO è diventato iconico…”
“Quella è stata un’intuizione.
Stavamo cercando un simbolo che fosse distintivo, che non fosse banale.
Avevano appena restaurato il Nettuno. Ho visto una foto frontale e ho pensato: “Questo è perfetto”.
Elegante, con la barba curata… ma con il tridente: il nostro Nettuno hipster.
Distinzione e osticità insieme.
Sono sceso nello studio della mia compagna, che è designer, e le ho detto: fammi una foto così. Camicia bianca, cravatta rossoblù, bretelle.
Da lì è nato tutto.
Poi grazie anche al lavoro del nostro Fausto abbiamo costruito il merchandising.
E c’è anche una scelta precisa: i colori invertiti.
Blu prima del rosso. La testa prima del cuore.
Ma quando parte il rosso… è passione pura”.
“Il merchandising è un altro vostro punto forte…”
“Sì, ci teniamo molto.
Le sciarpe sono tutte double-face, sempre. E spesso fuori standard, più grandi del normale.
E poi c’è una cosa importante: abbiamo sempre pensato all’Europa.
Per questo abbiamo su un lato la scritta in inglese: “Gentleman but tough”.
Perché il Bologna deve stare lì. In Europa.
È nella sua storia”.
“I numeri del club oggi raccontano una crescita impressionante…”
“Sì, siamo arrivati a 393 iscritti.
Abbiamo un database completo, strutturato, in regola con tutte le normative (grazie alla nostra Segretaria Generale, Pamela)
Non è facile gestire numeri così.
Ma abbiamo lavorato per costruire qualcosa che abbia un futuro.
E c’è un dato che mi rende orgoglioso: quasi un terzo dei nostri iscritti sono donne.
E poi c’è la trasmissione generazionale: tessere regalate ai bambini, ai nipoti.
Questo per me vale più di qualsiasi numero”.
“La pandemia vi ha fermato o…?”
“Paradossalmente ci ha fatto crescere.
Mentre non si poteva andare allo stadio, noi ci siamo ritrovati online.
Aperitivi su Zoom, dirette, ospiti.
Abbiamo avuto con noi anche Gaby Mudingayi. Doveva fare un saluto… è rimasto due ore.
Eravamo ognuno a casa propria, con diverse bottiglie sul tavolo.
Alla fine le bottiglie erano vuote… ma tanto non ci si muoveva.
E quella situazione incredibile ha creato ancora più legame”.

“Arriviamo alla famosa chat dei DMO…”
(Ride)
“Sì, la chat è il nostro stadio virtuale. Il nostro bar sport.
Siamo più di 145 attivi.
E ti dico la verità: gestirla non è semplice.
Quando si vince è tutto bellissimo.
Quando si perde… succede di tutto.
Abbiamo tre regole fondamentali:
- rispetto reciproco
- niente politica
- niente basket
Perché altrimenti diventa ingestibile.
Io cerco di moderare, ma non sono equilibrato.
Se lo fossi, non sarei un ostico.
A volte lascio sfogare, a volte devo intervenire.
Ma è una comunità vera. Quando qualcuno ha un problema, ci si muove tutti”.
“Hai parlato di comunità. Quanto è importante questo aspetto?”
“È tutto.
Noi non siamo solo un club.
Siamo una rete.
C’è gente che è spesso all’estero per lavoro e segue la chat per sentirsi a casa.
Persone che magari non scrivono mai, ma leggono tutto.
E poi ci sono storie bellissime.
Come quella del nostro Graziano, importante top manager che magari non interviene, ma ci segue sempre, anche dall’altra parte del mondo.
Questo vuol dire aver costruito qualcosa che va oltre il calcio”.
“L’Europa è stata una conferma di quello che eravate già?”
“Sì.
Per noi era un destino ineluttabile.
Lo abbiamo scritto sulle sciarpe dalla fondazione.
Io purtroppo non ho potuto seguire tutte le trasferte per motivi di salute.
Ma i DMO sono andati ovunque.
Champions, Europa League.
E questo mi rende orgoglioso”.
“Nel calcio di oggi, il tifoso conta ancora?”
“Ti dico la verità: non sempre.
Spesso si dà più valore agli sponsor che ai tifosi.
A chi compra pacchetti di biglietti da regalare ai clienti.
E magari questi non sanno neanche cos’è il Bologna.
È una logica che faccio fatica ad accettare”.














“E Bologna, come città, incide su tutto questo?”
“Tantissimo.
Bologna è una città sportiva, ma dispersiva.
C’è il basket, e non uno solo: Virtus e Fortitudo.
C’è il baseball, il football americano, il tennis (anche grazie a Sinner), tanti seguono anche quello.
E poi c’è il discorso economico: abbonamenti, piattaforme, biglietti.
Non tutti possono permettersi tutto.
Questo incide”.
“Chiudiamo con una fotografia personale. Cosa rappresenta oggi tutto questo per te?”
“Rappresenta la mia vita.
Rappresenta mio padre, che a quasi 88 anni è ancora lì con noi.
Rappresenta le chiacchiere dal terrazzo con Jens Odgaard, che è diventato mio vicino di casa.
Rappresenta la memoria di Ezio Pascutti, che abitava nello stesso palazzo.
E rappresenta il presente, con gente come Riccardo Orsolini che investe in città.
Ma soprattutto rappresenta una cosa:
quel bambino che non smette mai.
Come diceva Pier Paolo Pasolini, il tifo è una malattia giovanile che dura tutta la vita.
E noi… non vogliamo guarire”.
I Distinti Ma Ostici non sono solo un gruppo.
Sono una dichiarazione di identità.
Sono la prova che il calcio, quello vero, esiste ancora.
Tra una chat che esplode, una sciarpa alzata e un coro che non chiede il permesso.
Sono Bologna.
Quella che resiste.
Quella che non si piega.
Quella che resta, sempre, ostinatamente… distinta, ma all’occorrenza ostica.
Danilo Billi

