Intervista integrale – “Personaggi allo Specchio”
Ci sono incontri che non si limitano a raccontarti una storia. Ti ci portano dentro. Ti fanno sedere accanto a una vita che scorre, con le sue contraddizioni, le sue fatiche, le sue ossessioni e quella fame silenziosa che non si spegne mai.
Silvia Alibrandi è così: una voce che non si accontenta di cantare, ma che cerca continuamente un senso. E quando parla, lo fa con la stessa intensità con cui scrive

“Sono cresciuta nella musica. Non ho avuto scelta”
«Sì, sono di Roma. E sì, vengo da una famiglia di romanisti sfegatati, quindi lì non c’era margine di trattativa. Ma la musica… la musica è stata ancora più totalizzante».
Silvia non ricorda un inizio, perché per lei non c’è stato. «La musica c’è sempre stata. Mio padre insegna chitarra classica al conservatorio. Ma dentro è un bluesman. E questa cosa mi ha segnata completamente».
Le sue mattine hanno un suono preciso. «Dalle sei. Tutti i giorni. Lui che suona chitarra classica. Poi il pomeriggio cambia tutto: amplificatore acceso, blues. È stato così per tutta la mia infanzia. Una casa piena di musica».
Una casa che ti obbliga a scegliere. «O la ami o la odi. Io l’ho amata subito. Mio fratello invece l’ha rifiutata completamente. Io invece cantavo sempre. Era inevitabile».
“Voce e chitarra: è lì che sono nata davvero”
«Il mio primo approccio è stato quello più semplice e più vero: voce e chitarra. Le mie prime canzoni nascevano così. Io con una melodia e un accompagnamento acustico».
Quel linguaggio non l’ha mai abbandonata. «Poi ho sperimentato, certo. Ho iniziato a lavorare su beat, su sonorità diverse, improvvisazioni. Ma quella matrice lì è rimasta dentro».
E dentro c’è anche un’eredità precisa. «Il blues. Tantissimo blues. Grazie a mio padre. Io sono cresciuta ascoltando solo Eric Clapton in macchina. Solo quello. E quella roba lì ti resta nelle ossa».
“Scrivo perché ne ho bisogno. Non per scelta”
Silvia non cerca le canzoni. Le subisce. «Io scrivo tantissimo. Ho quaderni pieni. Alcune cose restano mie, altre diventano canzoni».
Non c’è costruzione a tavolino. «Nascono quando arriva quell’urgenza. Quando hai qualcosa dentro che devi tirare fuori. Non puoi farne a meno».
E quando le ascolti, lo capisci. «C’è tanto di me, sì. Per forza. Anche quando inventi, sto comunque pescando dentro di te».

“Non potevo scegliere tra musica e teatro”
«Durante il liceo ho capito che non mi bastava più. Studiavo tanto, ero anche molto sportiva, giocavo a tennis a livello agonistico tutti i giorni. Ma sentivo che mancava qualcosa».
Quel qualcosa aveva una forma precisa. «Ho iniziato a guardare tanti film musical. E lì è nata un’urgenza nuova: il teatro».
La decisione è stata netta. «Ho parlato con i miei genitori e ho detto: io farò l’università, ma devo fare anche accademia, musica, teatro. Perché senza non sarei felice».
E non è stata una frase detta per caso. «Era impossibile fare altro».
“Ho studiato tutto. E non è mai abbastanza”
Silvia costruisce il suo percorso su più livelli. «Mi sono laureata in lettere ed editoria. Ma parallelamente studiavo in conservatorio. E poi tre anni di accademia teatrale, chiusa in sala prove dalla mattina alla sera».
Un’immersione totale. «Era quello che volevo. E lo è ancora».
Poi arriva lo stop. «Il Covid ha bloccato tutto proprio nel momento in cui stavo facendo più gavetta. È stato difficile».
Ma non si è fermata. «Ho continuato a studiare. Ancora di più. Ho approfondito. Ho lavorato su me stessa».
“Fare l’artista oggi significa resistere”
«Adesso insegno canto. Lavoro anche al Teatro Brancaccio. Ma la verità è che oggi non puoi permetterti di fare una sola cosa».
Non fa sconti alla realtà. «È un mestiere bellissimo, ma difficilissimo. Devi avere tanti progetti. Devi reinventarti continuamente».
E soprattutto, devi accettare il prezzo. «Molto spesso è più quello che spendi di quello che guadagni. Lo dico con estrema onestà».
Lei ha fatto una scelta. «Ho 29 anni. Tutto quello che guadagno lo investo nella musica. Non ho fatto altri passi, come comprare casa, o fare progetti per il futuro. Ma va bene così. Sto costruendo altro».
“I momenti di crisi esistono. Sempre”
Silvia non si nasconde dietro una narrazione romantica. «Ci sono momenti in cui ti chiedi: ma che sto facendo? Dove sto andando?».
E non sono episodi isolati. «Succede spesso. Prendi tanti no. Ti esponi continuamente al giudizio degli altri. È inevitabile che questa cosa, a volte, faccia male».
Ma c’è una linea che non si spezza. «Se non ci credi tu, è finita. Devi trovare dentro di te qualcosa che ti spinge ad andare avanti».
E non basta da soli. «Devi anche circondarti di persone giuste. Di stimoli. Di cose che ti nutrono. Libri, film, luoghi. Tutto contribuisce alla tua creatività»

“Ho deciso di uscire allo scoperto”
«A un certo punto ho preso tutte le mie canzoni e ho detto: adesso basta, le metto in ordine».
Da lì parte tutto. «Le ho fatte ascoltare a insegnanti, amici musicisti. Poi sono arrivate alle orecchie giuste. E ho iniziato questo percorso con un’etichetta la Joseba Label, di cui Gianni Testa ne è il direttore ».
Ma chiarisce subito un punto. «Oggi non è più come una volta. Non è il produttore che investe su di te. Sei tu che investi su te stessa».
E non è semplice. «Ci sono costi anche importanti. Non lo nego».
Un aiuto concreto è arrivato. «Ho vinto un bando per nuove produzioni che ha contribuito a finanziare il mio EP. È stato fondamentale».
“Se ti piace quello che fai, perché tenerlo per te?”
«All’inizio fa paura. Pubblicare la prima canzone è stato destabilizzante».
Poi cambia tutto. «Se sei soddisfatto di quello che hai creato, devi condividerlo. Non puoi tenerlo chiuso».
Non rincorre numeri. «Basta una persona che mi dice: ho ascoltato il tuo brano, mi è arrivato. Io sono contentissima così».
“Spotify è una possibilità, ma anche un gioco complesso”
«Oggi è tutto digitale. Spotify ti dà una visibilità enorme. Puoi arrivare ovunque».
Ma il rovescio della medaglia è evidente. «C’è una concorrenza infinita. Escono tantissime canzoni ogni giorno».
E poi c’è il sistema. «L’algoritmo. Devi sapere quando pubblicare, come caricare i brani, quanto tempo prima. Tutto influisce».
È un equilibrio delicato. «Ci sono tanti pro, ma anche tanti contro. È il mondo in cui viviamo e dobbiamo imparare a starci dentro».

“Il CD resta magia”
Nonostante tutto, Silvia resta legata alla materia. «Tenere un CD in mano è un’altra cosa. È emozione pura».
E lo ha fatto davvero. «Per il bando ho dovuto stampare delle copie fisiche. Ed è stato bellissimo».
“L’immagine non è solo estetica. È identità”
«Sì, curo molto la mia immagine. È una cosa che mi piace».
Ma quando diventa progetto, cambia prospettiva. «Non è solo questione di gusto. Devi costruire qualcosa che sia coerente con te».
Silvia si osserva e si riconosce. «Ho un viso molto antico. Spesso faccio provini per ruoli d’epoca. Forse sono nata nel tempo sbagliato».
Da qui nasce una scelta estetica precisa. «Ho lavorato molto sul pizzo. È antico ma anche sensuale. Mi rappresenta».
“Casper è nato prima nella mia testa”
Il videoclip non è stato un’aggiunta. «Dal momento in cui ho scritto la canzone, avevo già in mente tutto».
Un’immagine chiara. «Una stanza bianca. Io che vado da una medium. Era tutto lì».
La realizzazione è stata artigianale. «Abbiamo comprato tessuti al mercato, li abbiamo legati addosso con degli spaghi. Tutto fatto con amici, colleghi, persone che stimo».
E il risultato la rappresenta. «Sono molto orgogliosa di quel lavoro. È esattamente quello che volevo».
“C’è un grande amore nella mia vita”
Non lo nasconde. «Sì, c’è».
Ma non è solo ispirazione romantica. «È scambio. È confronto. È crescita».
Un linguaggio condiviso. «Ci mandiamo canzoni, le ascoltiamo insieme, le commentiamo. È un modo di comunicare».
E questo si riflette nella sua musica. «C’è una parte dedicata anche a questo. Perché fa parte della mia vita».
“I social? Sono un altro palco”
«Fare contenuti è parte del lavoro. Devi imparare a usarli».
Ma non devono diventare un peso. «Devi divertirti. Altrimenti si perde tutto».
Silvia li vive così. «È come raccontare storie. Anche la clip più semplice ha un senso».
Il problema è il tempo. «Devi girare, montare, programmare. E con tutto il resto non è facile».
“Il live è tutto”
Qui non ci sono dubbi. «Io farei solo live. È la cosa più bella del mondo».
Il palco è libertà. «Puoi dire quello che vuoi. Puoi raccontare. Puoi giocare».
E soprattutto, è verità. «Se fai questo mestiere e non suoni dal vivo, manca qualcosa».
Ma anche qui la realtà pesa. «A Roma ci sono sempre meno locali che fanno musica live. È sempre più difficile».
E allora si lotta. «Scrivo, mando mail, cerco occasioni. Sempre».
“Sul palco porto anche mio padre”
Un dettaglio che diventa simbolo. «Ho una band multigenerazionale. Ci sono ragazzi giovanissimi del conservatorio… e poi c’è mio padre».
E la motivazione è semplice. «Perché nessuno suona la chitarra come lui».
“La prima volta su Spotify non la dimentico”
«Per il primo brano ho organizzato una serata. A mezzanotte, in un locale, con gli amici».
Un rito. «Quando è partita la canzone… è stato fortissimo».
Un momento che resta. «È lì che capisci che quello che hai fatto esiste davvero».

“Io continuo. Nonostante tutto”
Silvia non si racconta come un’arrivata. Anzi.
«I momenti difficili ci sono. I dubbi anche. Ma io continuo».
Perché alla fine tutto si riduce a questo. «La musica non è solo quello che faccio. È quello che sono».
E la chiusura è netta, quasi definitiva.
«Senza… non sarei felice».
Danilo Billi
