Intervista a Michela D’Apollo, difensore dell’Enjoy Calcio a 8 Femminile Bologna
Ci sono storie che parlano di vittorie. E poi ci sono storie che parlano di rinascita. Quella di Michela D’Apollo appartiene a entrambe le categorie.

Difensore dell’Enjoy Calcio a 8 Femminile Bologna, Michela è una ragazza che il calcio non lo ha semplicemente giocato: lo ha respirato fin da bambina, lo ha amato, perso, rincorso e infine ritrovato. Nel suo racconto ci sono le estati al mare nelle Marche, i pomeriggi nei campetti pugliesi, l’ansia, la crescita, il coraggio di fermarsi e quello ancora più difficile di ricominciare.
Perché a volte il calcio non è soltanto uno sport. È una casa a cui si torna quando il mondo fuori diventa troppo rumoroso.
Michela, partiamo dall’inizio: come nasce il tuo amore per il calcio?
«Sono cresciuta in una famiglia piena di maschi: fratello e cugini. Da piccola i giochi erano quasi tutti col pallone tra i piedi. Giocavo con i miei cugini d’estate, al mare, e poi con gli amici al parco. Era naturale per me. Il calcio mi piaceva davvero tanto.»
Un amore nato quasi spontaneamente, ma alimentato anche dalla famiglia.
«La cosa buffa è che a seguire il calcio in casa sono sempre state le donne: mia nonna, mia mamma e poi io. Mio padre guarda le partite perché le guardiamo noi. Siamo juventini e quando perde la Juve il clima in casa non è dei migliori…»
Sorride Michela mentre lo racconta. E in quel sorriso c’è tutta la semplicità di una passione tramandata di generazione in generazione.
Sei nata a Bologna ma hai radici marchigiane e pugliesi. Quanto contano le tue origini?
«Mio papà è pugliese e mia mamma è marchigiana, di San Benedetto del Tronto. D’estate passavo tantissimo tempo tra mare e campetti. In Puglia c’era questo campo sotto al Belvedere dove giocavamo ogni pomeriggio. Pioggia o sole non cambiava nulla: si giocava sempre.»
È il calcio più autentico. Quello che non ha bisogno di spalti, sponsor o telecamere. Basta una palla e qualcuno con cui condividerla.

Hai mai subito pregiudizi perché eri una bambina che giocava a calcio?
«Qualche presa in giro sì, ma niente di particolarmente pesante. Molti erano stupiti dal fatto che una bambina giocasse e seguisse il calcio. Nella mia classe ero praticamente l’unica.»
E poi c’era il piccolo “problema” di essere juventina in una città rossoblù.
«Alle elementari non sempre è stato semplice essere juventina in mezzo a tanti tifosi del Bologna…»
Lo racconta ridendo. Perché il calcio, quando è vissuto bene, sa essere anche questo: ironia, sfottò e appartenenza.
La tua prima squadra ufficiale?
«Il Bologna femminile Under 15 nella stagione 2019-2020. Poi arrivò il Covid e si fermò tutto.»
Una generazione spezzata dalla pandemia. Ragazze che avevano appena iniziato a inseguire un sogno e si sono ritrovate improvvisamente senza campo.
Ma Michela non ha mai smesso davvero.
«In estate continuavo a giocare in Puglia. Organizzavamo partite ogni giorno. Era il mio modo per sentirmi viva.»
Poi il passaggio alla Real Sala Bolognese.
«Lì ho vissuto quattro anni bellissimi. Una vera favola. Per noi giocare i campionati federali era qualcosa di enorme. Ci sentivamo importanti.»
Il calcio come sogno condiviso.
Allenamenti, ritiri, amicizie.
Anni che restano dentro.
Poi, però, qualcosa cambia.

A un certo punto il campo non è stato più un posto sicuro. Cosa è successo?
Michela si ferma un attimo prima di rispondere.
«Sono stati problemi legati soprattutto all’ansia. Sentivo molta pressione: la scuola, la crescita, il calcio. Era come se il mondo si aspettasse qualcosa da me senza spiegarmi cosa.»
Una frase che pesa come un macigno.
Perché racconta perfettamente quella terra di mezzo chiamata adolescenza, quando tutti si aspettano che tu diventi grande ma nessuno ti consegna davvero una mappa.
«Avevo difficoltà a gestire l’emotività. Alla fine ho scelto, con tanta sofferenza, di fermarmi.»
Un anno e mezzo lontana dal calcio.
Una distanza che faceva male.
«Per mesi non riuscivo nemmeno a guardare una partita. Vedere un pallone mi faceva soffrire.»
E poi è arrivata l’Enjoy.
Quasi per caso.
O forse no.
Perché certe storie sembrano scritte dal destino.
«Mia mamma incontrò al supermercato il padre di un bambino che conosceva la mia storia. Mi parlò dell’Enjoy. Io cercavo il calcio femminile, ma per errore mi proposero il calcio a 8. Ho deciso di provare.»
Una prova.
Solo una prova.
E invece è diventata una nuova vita.
«Dal primo allenamento ho capito subito che volevo restare.»
Che cos’ha di speciale l’Enjoy?
La risposta arriva senza esitazioni.
«Il gruppo.»
Una parola semplice.
Ma enorme.
«Mi sento come se conoscessi le mie compagne da sempre. Un gruppo così non l’avevo mai trovato.»
Ed è forse questo il vero segreto dell’Enjoy: prima ancora delle vittorie, la capacità di creare appartenenza.
Il tuo rapporto con l’ansia esiste ancora?
«Sì. Ho molta paura del giudizio e in campo si vede. A volte entro in panico e faccio errori che normalmente non farei.»
Una confessione sincera.
Coraggiosa.
Perché nel calcio si parla spesso di tattica e poco di emozioni.
«Il mio obiettivo oggi non è tanto giocare bene. È riuscire a sbloccarmi e godermi il campo.»
Parole che valgono molto più di un gol.
Sei passata dall’attacco alla difesa. Come ti trovi nel nuovo ruolo?
«Quest’anno gioco difensore e devo dire che mi piace molto. Ho fatto anche l’attaccante, ma credo che la difesa mi rappresenti.»
E forse non è un caso.
Perché chi ha imparato a difendere se stesso dalla paura, spesso sa difendere anche una squadra.
Quanto è importante mister Nick (Nicola Mosca) nel tuo percorso?
«Tantissimo. È un allenatore molto aperto al dialogo. Ascolta le giocatrici e c’è sempre, dentro e fuori dal campo.»
E poi c’è il famoso terzo tempo.
Quello che all’Enjoy non è una formalità.
È cultura.
È famiglia.
«Cerco di non perdermene nemmeno uno. Sono momenti bellissimi.»

Una stagione da campionesse: che voto dai a te stessa?
L’Enjoy ha conquistato campionato e trofei, con riconoscimenti individuali che raccontano la forza del collettivo.
Michela riflette.
«All’inizio avevo paura di non sentire mio quel titolo perché ero arrivata a stagione in corso. Poi al fischio finale ho iniziato a correre e abbracciare tutte. E ho capito che quel trofeo era anche mio.»
Le squadre vere fanno questo.
Trasformano il “loro” in “nostro”.
La finale contro il Fossolo è stata diversa da tutte le altre.
«Sì. C’era un dolore più grande del calcio. In certi momenti capisci che il risultato passa in secondo piano.»
Parole mature.
Parole che raccontano come lo sport possa diventare memoria, rispetto e vicinanza umana.
Perché ci sono partite che non si giocano per vincere.
Si giocano per onorare.
Fuori dal campo chi è Michela D’Apollo?
Una ragazza piena di passioni.
«Leggo tantissimo. Amo cucinare e spesso organizzo pranzi o cene per le amiche. Mi piace anche lavorare a maglia, fare uncinetto. Mi innamoro facilmente delle cose che faccio.»
E poi c’è un sogno.
Quello più grande.
«Vorrei entrare a Ostetricia. Amo il mondo dei bambini e della maternità.»
Parole che raccontano una sensibilità rara.
La stessa che emerge in ogni risposta.
La stessa che si percepisce quando parla di calcio.

Michela, cos’è oggi il calcio per te?
«Casa.»
Una parola sola.
Ma dentro c’è tutto.
Le paure.
Le cadute.
Le ripartenze.
I campetti d’estate.
Le compagne.
Le vittorie.
Le lacrime.
E quella bambina che correva dietro a un pallone senza sapere che un giorno quel pallone le avrebbe insegnato anche a rialzarsi.
Perché il calcio, a volte, non salva il mondo.
Ma può aiutarti a ritrovare te stessa.
E la storia di Michela D’Apollo, difensore dell’Enjoy Calcio a 8 Femminile Bologna, è la dimostrazione più bella che esistano ancora storie vere da raccontare.
Storie di campo.
Storie di cuore.
Storie che meritano di essere ascoltate.
Danilo Billi

