Ci sono passioni che non finiscono quando smetti di giocare. Cambiano forma, trovano nuove strade e continuano a chiederti tempo, energie e cuore. Per Matteo Longoni, pesarese classe 1989, la pallacanestro è molto più di uno sport: è una radice che affonda nei ricordi dell’infanzia, nelle partite vissute al vecchio Hangar, negli anni trascorsi sui campi e in quel legame con la città che soltanto chi è cresciuto respirando basket può comprendere fino in fondo. Oggi Matteo continua a vivere la sua passione da un’altra prospettiva, tra comunicazione, fotografia, organizzazione sportiva e nuovi progetti. Dall’esperienza con il Bramante Basket al recente incarico nella comunicazione della Victoria Libertas Pesaro, passando per il progetto Blu, la sua storia racconta cosa significhi mettersi in gioco ogni giorno. Anche quando la partita più importante non si disputa sul parquet.

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Matteo Longoni e il basket: una passione nata a Pesaro
Matteo, partiamo dalle origini. Da dove nasce il tuo amore per la pallacanestro?
«Da buon pesarese, la mia passione nasce dalle radici della città in cui sono nato. Ho vissuto per circa 25 anni in via Cecchi, nella zona del porto, e sono cresciuto respirando il basket degli anni Novanta, quando si andava ancora al vecchio Hangar.
Un ruolo importante lo ha avuto mio fratello, otto anni più grande di me, che militava nel settore giovanile dell’allora Scavolini e lo seguivo ad ogni partita e torneo. Parallelamente ho iniziato a giocare a minibasket. È stato un percorso naturale: la passione per la pallacanestro si è intrecciata con la mia famiglia e con la città».



Una passione che, a un certo punto, si trasforma anche in un sogno da protagonista sul campo.
«Ho fatto tutto il settore giovanile della Scavolini, dai dieci ai diciannove anni. Successivamente ho giocato a Cagli, in C1, insieme ad altri ragazzi pesaresi. L’anno seguente sono stato richiamato dalla VL e ho avuto l’opportunità di entrare in prima squadra in Serie A, con un contratto professionistico da terzo playmaker, dietro Marcus Green e Giovanni Tomassini».
Un traguardo importante, arrivato dopo anni di sacrifici e allenamenti. Ma lo sport, come la vita, non sempre segue il copione che immaginiamo.
«Purtroppo mi sono rotto il secondo crociato a settembre in ritiro e non sono mai riuscito a entrare in campo, nemmeno per un minuto. È il mio unico dispiacere legato a quell’esperienza. Però essere presentato in campo con la prima squadra della VL ha avuto comunque un significato speciale. Sono ricordi che ti rimangono dentro».


La carriera da giocatore è proseguita poi lontano da Pesaro, con una parentesi a Costa Volpino, in provincia di Bergamo, sul lago d’Iseo, dove ha conquistato il campionato di C1 lombardo. Poi il ritorno a casa, quattro anni al Bramante in Serie C, tre a Urbania e un’ultima esperienza a San Marino e nel frattempo, oltre ad essere giocatore, è stato allenatore per 6 anni nei settori giovanili di Pesaro con il patentino di Allenatore di Base.


Una strada fatta di trasferimenti, spogliatoi e nuove sfide, sempre con la pallacanestro come filo conduttore.

Smettere di giocare non significa smettere di amare il basket
Nel 2019 arriva una scelta importante: appendere le scarpe al chiodo e provare a trasformare quella passione in un lavoro diverso.
«A un certo punto ho scelto di smettere, sia per i continui problemi fisici sia perché giocare non mi permetteva di vivere, trovando un lavoro che mi occupava tutti i weekend. Ho cercato quindi di trasformare in un’altra forma una passione che mi accompagnava da sempre.
Mi sono laureato in Scienze Motorie e ho frequentato un Master Executive in Management Sportivo alla LUISS Business School e al CONI, che mi ha permesso di acquisire le prime competenze manageriali e dirigenziali. Dopo la mia esperienza da giocatore, il Bramante mi ha dato l’opportunità di entrare in società e dare una mano».
Inizialmente l’idea era quella di avvicinarsi alla figura del general manager. Ma il percorso ha preso una direzione diversa, dettata anche dalle esigenze della società.
«Il Bramante otteneva buoni risultati in Serie C, ma se ne parlava poco sui giornali e non c’era una presenza social strutturata. Io ero appassionato di comunicazione e la società aveva bisogno proprio di quello. È stata la mia prima palestra professionale, nel 2019».
Da quel momento Matteo ha cominciato a costruire, passo dopo passo, un mestiere che oggi abbraccia tante competenze diverse.


Fotografia, social e video: il lavoro dietro le quinte dello sport
La comunicazione sportiva, però, non è soltanto pubblicare una fotografia o raccontare il risultato di una partita. Dietro ogni contenuto ci sono organizzazione, progettazione e una quantità di lavoro che spesso sfugge a chi osserva dall’esterno.
«All’inizio facevo tutto con il telefono: i primi contenuti social, le grafiche, le fotografie e il lavoro con Photoshop e Illustrator. Nel 2021 ho acquistato la mia prima macchina fotografica e ho iniziato a sviluppare anche quella parte professionale, passando poi al mondo dei video e alla comunicazione digitale in generale».
La fotografia è stata una porta d’ingresso, ma con il tempo le responsabilità sono aumentate.
«Al Bramante non sono semplicemente il fotografo o il grafico. Seguo tutta la comunicazione e, da quest’anno, anche aspetti organizzativi e logistici, con il ruolo di direttore sportivo junior del settore giovanile. Sono un libero professionista e collaboro anche con altre realtà, ma qui mi occupo di tante cose differenti».
Matteo lo racconta con la consapevolezza di chi conosce bene il valore del lavoro di squadra. Essere trasversali permette di comprendere le difficoltà degli altri e di avere una visione più ampia di una società. Ma c’è anche un prezzo da pagare.
«Sarebbe bellissimo poter fare soltanto fotografia e lasciare il resto ad altre persone, ognuna con il proprio settore e le proprie competenze. Nel mondo dello sport, però, spesso bisogna essere pronti a fare un po’ di tutto. È bello perché capisci meglio le difficoltà di chi lavora accanto a te, ma è anche impegnativo dal punto di vista delle energie. Devi seguire tante cose contemporaneamente».
Una montagna da scalare, insomma, partendo dalla fotografia e aggiungendo lungo il percorso nuove competenze, nuove responsabilità e nuovi orizzonti.

La nuova sfida con la Victoria Libertas Pesaro
Da due settimane Matteo ha iniziato una nuova avventura professionale, entrando nella comunicazione della Victoria Libertas Pesaro come Social Media Manager. Un’opportunità arrivata rapidamente, a stagione già iniziata, e accolta con entusiasmo ma anche con la necessità di fare i conti con tutti gli impegni già presi.
«Ringrazio la società per avermi proposto questa opportunità. È successo tutto molto velocemente ed è stata anche una sorpresa, perché la stagione era già partita. Entrare in una realtà professionistica con una comunicazione già avviata è una situazione particolare, ma quando ho ricevuto la proposta ho capito che non potevo dire di no, sempre che fosse compatibile con gli altri impegni».
Il suo compito è gestire i canali Instagram, Facebook, LinkedIn e YouTube, lavorando sui contenuti e contribuendo, quando necessario, alla produzione di materiale fotografico e video.
Una realtà diversa per dimensioni e dinamiche, nella quale inserirsi con rispetto per il lavoro già svolto e con la volontà di portare anche le proprie idee.
«C’è un’identità visiva ben definita, ben sviluppata dalla società insieme a un’agenzia di comunicazione specializzata nel settore della comunicazione sportiva. Il mio ruolo è gestire al meglio questi canali, pubblicare e gestire i contenuti sulle pagine ufficiali del Club e produrre foto o video quando necessario secondo il momento e il piano editoriale».
Il principio, però, rimane lo stesso che accompagna Matteo fin dai primi passi con il Bramante: valorizzare il club.
«L’obiettivo deve essere sempre quello. Che si tratti di una fotografia, di un video, di una grafica, di un’attività o di un evento, tutto deve contribuire a valorizzare la società. Con Giovanni Bruscia, che segue la comunicazione, Michela Di Marco, della direzione operativa della VL, Enrico Franci, Marketing & Sponsorship, lavoriamo come una squadra per capire quale sia la soluzione migliore per raccontare il brand e tutto quello che fa».
Dalle tribune e dai campi dei settori giovanili al mondo della comunicazione di una società storica della sua città: per Matteo è un nuovo capitolo di un percorso che, pur cambiando forma, continua a ruotare intorno alla stessa passione.

Progetto Blu: quando lo sport diventa uno strumento per la comunità
Tra i progetti ai quali Matteo tiene particolarmente c’è Blu, nato dall’incontro tra Bramante Basket e Olimpia Pesaro, insieme a Gianluca Bellucci. Un’iniziativa che va oltre il campo e prova a dare una forma concreta ai valori che lo sport può trasmettere.
L’idea nasce da una domanda apparentemente semplice: che cosa rappresenta davvero una società sportiva, al di là dei risultati?
«A fine giugno, tra la stagione passata e quella nuova, mi sono messo a riflettere su cosa fosse il Bramante, sulla sua storia, sui suoi valori e sulla sua identità. Volevo mettere nero su bianco ciò che rappresenta la società, prima di tutto per noi, per capire quale direzione seguire, ma anche per essere compresi meglio da chi ci guarda dall’esterno».
Da questa riflessione è nata la volontà di sviluppare attività che non si fermassero al parquet.
«Per noi i valori sono importanti. Siamo una piccola comunità: non siamo la VL, il Milan o la Juventus, ma abbiamo comunque delle persone intorno a noi per le quali possiamo fare qualcosa. Lo sport è un veicolo molto importante e non può limitarsi al risultato di una partita. Può essere uno strumento per trasmettere messaggi, creare relazioni e aiutare le persone».
È qui che entra in gioco l’incontro con Olimpia Pesaro, una realtà con una storia diversa e un legame particolare con il basket femminile, ma con la quale condividere una visione comune.
«Ho pensato che l’Olimpia, per la sua storia e per le persone che la compongono, potesse sposare questi valori. Ho chiamato Gianluca e sono bastati trenta secondi per capire che eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. La difficoltà, quando lavori da solo, è riuscire a trovare le risorse, anche semplicemente umane non per forza solo economiche, e dare continuità alle idee. Se condividi il progetto con altre persone, invece, puoi allargarlo e svilupparlo meglio».
Il punto centrale è proprio questo: trasformare le parole in fatti.
«Non vogliamo che sia uno specchietto per le allodole, pieno di frasi fatte. Vogliamo fare piccole cose, perché sono quelle che possiamo concretamente realizzare. Blu nasce da Bramante e Olimpia, ma non deve appartenere soltanto a loro. Deve poter coinvolgere chiunque condivida questi valori e proponga qualcosa di utile per la comunità».
Tra le realtà e le iniziative che possono trovare spazio in questo percorso ci sono, per esempio, AVIS, progetti legati al carcere insieme all’Associazione ISAIA, l’ippoterapia con il centro di Villa Fastiggi e altre collaborazioni in fase di sviluppo.
Un progetto ancora da costruire, dunque, ma con un punto di partenza preciso: mettere in rete persone e associazioni, affinché lo sport diventi un’occasione per fare qualcosa di buono anche fuori dal campo.

La vita da libero professionista e le giornate che cominciano alle quattro del mattino
Il lavoro di Matteo non si esaurisce con gli impegni del Bramante e della VL. Da circa un anno è ufficialmente un lavoratore autonomo con partita IVA e porta avanti collaborazioni in diversi ambiti: fotografia, video, grafica, social media, siti web ed eventi.
Tra le realtà con cui lavora c’è anche il mondo sportivo pesarese, ma le sue esperienze lo hanno portato a occuparsi anche di ristorazione, strutture ricettive e progetti fuori dal territorio.
Una libertà professionale che offre possibilità, ma richiede anche una capacità costante di organizzarsi.
E quando gli si chiede come riesca a trovare spazio per gli hobby, arriva una risposta che apre una finestra sulla sua vita personale.
«Non so se in questo momento ho davvero tempo per gli hobby. Tra una ventina di giorni diventerò papà e questo cambierà sicuramente la mia vita e tante dinamiche. Essere in partita IVA ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi: puoi organizzarti, decidere quando lavorare, ma devi comunque riuscire a far stare tutto dentro le ventiquattro ore».
Per riuscirci, Matteo ha cominciato a modificare anche il ritmo delle sue giornate. Si sveglia prestissimo, spesso alle quattro, e si mette al lavoro quando tutto intorno è ancora silenzioso.
«Alle quattro e un quarto sono già davanti al computer. Fino alle otto o alle otto e mezza riesco a lavorare senza che arrivino richieste, telefonate o altri impegni. Sono ore preziose, perché posso concentrarmi e recuperare quello che ho lasciato indietro».
È un modo per ritagliarsi uno spazio tutto suo prima che cominci la giornata, tra clienti, organizzazione, contenuti da produrre e responsabilità da portare avanti.
«La cosa che sto scoprendo è che mi piace molto lavorare in quelle ore. Nessuno mi disturba e riesco a focalizzarmi senza distrazioni. Poi arrivano gli altri impegni, gli eventi da organizzare e tutto il resto».
E presto ci sarà anche una nuova avventura, ben diversa da quelle vissute finora sui campi da basket: diventare padre.
Una partita nuova, senza schemi prestabiliti, che Matteo si prepara ad affrontare sapendo che le sue giornate cambieranno ancora una volta.

Ci sono passioni che trovano sempre un nuovo modo per continuare
La storia di Matteo Longoni è quella di un ragazzo cresciuto con il basket nel cuore, che ha attraversato diverse stagioni della propria vita senza perdere il legame con ciò che lo ha fatto innamorare di questo sport.
Prima il sogno di giocare, gli anni del settore giovanile della Scavolini, il contratto con la prima squadra e il rimpianto di non essere riuscito a esordire in Serie A. Poi la scelta di cambiare strada, studiare, imparare un mestiere nuovo e scoprire che la pallacanestro poteva continuare a essere casa anche dietro una macchina fotografica, davanti a un computer o durante una riunione organizzativa.
Oggi Matteo è tante cose insieme: un professionista della comunicazione, un fotografo, un videomaker, un dirigente sportivo e un uomo che si prepara a diventare padre. Ruoli diversi, tutti accomunati dalla necessità di trovare tempo, energie e attenzione per ciò che conta davvero.
Forse il senso più bello del suo percorso sta proprio qui: non sempre possiamo continuare a fare ciò che amiamo nello stesso modo in cui lo abbiamo immaginato da ragazzi. A volte dobbiamo cambiare posizione, imparare un linguaggio nuovo, accettare che una porta si chiuda e avere il coraggio di bussare a quella successiva.
Ma se la passione è autentica, trova il modo di restare.
E così il ragazzo che sognava di scendere in campo con la maglia della VL oggi lavora per raccontare quella stessa squadra, mentre continua a costruire progetti, coltivare relazioni e immaginare uno sport capace di lasciare qualcosa anche a chi non segna un canestro.
Perché, in fondo, la pallacanestro non è fatta soltanto di chi tira, di chi segna o di chi alza una coppa. È fatta anche di chi prepara il campo, racconta una storia, accende una luce, mette insieme le persone e prova a trasformare un’idea in qualcosa di concreto.
E mentre le giornate di Matteo cominciano alle quattro del mattino, un’altra grande avventura è ormai alle porte.
Questa volta non ci saranno tabelloni da guardare né secondi da far scorrere. Ci sarà una vita nuova da accogliere, con tutto quello che porta con sé.
Perché ci sono partite che si giocano sul parquet. E poi ci sono quelle che ti cambiano la vita, ricordandoti che il viaggio più bello non è necessariamente quello che avevi immaginato all’inizio, ma quello che trovi il coraggio di continuare a vivere.
Danilo Billi
