Ci sono calciatrici che parlano con i piedi.
Altre che parlano con gli occhi.
E poi ci sono quelle che riescono a trasmettere qualcosa ancora prima di entrare in campo.
Marika Massimino appartiene a questa categoria.

Difensore della Ternana Women, protagonista di una stagione durissima ma straordinariamente intensa, culminata con una salvezza conquistata con il cuore, con la fatica e con quella feroce compattezza che soltanto le squadre vere riescono a costruire nei momenti più complicati, Marika è una di quelle giocatrici che finiscono inevitabilmente per prendersi la scena attraverso il lavoro, il sacrificio e una leadership cresciuta settimana dopo settimana.
E forse non è nemmeno un caso.
Perché dietro il suo calcio ci sono anni di sacrifici, chilometri macinati da Aprilia a Roma, una famiglia che ha sempre respirato pallone, il peso e l’eredità lasciata da un uomo come Fabio Melillo e quella “cazzimma” sportiva che oggi chiunque abbia seguito la Ternana Women riconosce immediatamente nelle sue giocatrici.
La chiacchierata con Marika, più che una semplice intervista, diventa quasi un viaggio dentro il calcio femminile vissuto nella sua forma più autentica: quella fatta di spogliatoi, sofferenza, legami umani, sconfitte che insegnano e sogni che, un pezzo alla volta, iniziano davvero a prendere forma.

Una stagione difficile, ma necessaria per crescere
La Serie A Femminile non fa sconti a nessuno.
E Marika questo lo aveva capito subito.
“In realtà mi aspettavo una stagione difficile. Per me e per tante altre compagne era il primo anno in Serie A. Sapevamo che avremmo dovuto prendere le misure a un campionato completamente diverso”.
La Ternana arrivava da una Serie B dominata quasi con arroganza tecnica ed emotiva.
Poi, improvvisamente, davanti si sono trovate Roma, Juventus, Inter. Un altro pianeta.
“Quel primo periodo un po’ buio secondo me è stato fondamentale. Dovevamo adattarci. In Serie A ogni errore lo paghi”.
Ed è proprio lì che la squadra ha iniziato lentamente a trasformarsi.
Secondo il sottoscritto, nella prima parte di stagione la difesa “ballava troppo”. Marika non si nasconde.
“Abbiamo pagato tanti errori individuali. E quando fai errori contro squadre di quel livello, li paghi subito. Poi inevitabilmente anche l’umore ne risente”.
Ma la svolta, secondo lei, arriva soprattutto nel lavoro quotidiano.
“Abbiamo lavorato tantissimo come reparto. Tantissimo. Sia con mister Cincotta che con Ardizzone”.
E infatti da gennaio in avanti qualcosa cambia davvero.
La Ternana diventa più sporca, più cinica, più consapevole.
“Quando hai quattro punti devi cambiare qualcosa anche mentalmente. Abbiamo capito che certe partite magari non potevamo vincerle, ma dovevamo imparare a non perderle”.
Ed è esattamente lì che nasce la salvezza.
Nelle partite “rubate” alle grandi, nella compattezza, nel sacrificio collettivo.
In una squadra che ha iniziato finalmente a capire come stare dentro la Serie A.

La famiglia, i fratelli e il calcio respirato fin da bambina
La storia calcistica di Marika parte molto lontano.
“In casa siamo quattro fratelli e io ho tre fratelli maschi. A tavola si parlava solo di calcio. Sempre”.
Una famiglia completamente immersa nel pallone.
“Hanno sempre giocato, guardato partite, vissuto quell’ambiente. E anche i miei amici erano quasi tutti maschi. Credo di essermi innamorata del calcio così”.
Poi arriva la Roma.
Una delle prime bambine selezionate quando il club giallorosso apre ufficialmente il settore femminile.
“Avevo undici o dodici anni. Feci il provino e da lì iniziò tutto”.
E insieme alla Roma arriva inevitabilmente il nome che ancora oggi unisce emotivamente tantissime calciatrici del movimento femminile italiano: Fabio Melillo.
“Con lui abbiamo fatto quattro anni di Primavera. Il primo perdemmo la finale con l’Inter ai rigori. Poi vincemmo tre Scudetti consecutivi”.
Quella Roma Primavera diventa quasi leggendaria.
Una squadra dominante, feroce, praticamente imbattibile.
“Eravamo un po’ odiate perché vincevamo dappertutto”, racconta ridendo.
Ma dietro quei successi c’era soprattutto l’impronta di Melillo.
“Molti magari da fuori vedevano solo uno che urlava tanto. Ma dovevi conoscerlo davvero per capirlo”.
E Marika usa una parola precisa.
“Cazzimma”.
Una parola che torna continuamente nell’intervista.
“Chi è stato allenato da Fabio secondo me si porta dietro qualcosa di suo per sempre”.

L’eredità di Fabio Melillo e il dolore trasformato in forza
Dopo gli anni alla Roma, Melillo porta con sé molte delle sue ragazze alla Ternana.
Nasce un progetto ambizioso: portare il club in Serie A.
“Nel secondo anno perdemmo lo spareggio col Napoli. E lì c’era anche tutto il peso della malattia del mister”.
Il tono cambia.
Diventa più lento, più profondo.
“Stava male, ma non mollava mai. Trasferte, treni, pullman. Sempre con noi”.
Marika ricorda il volto scavato di Melillo, la fatica fisica evidente, ma anche la sua incredibile presenza emotiva accanto alla squadra.
“Sarebbe stato il regalo più bello portarlo in Serie A”.
Poi arriva il momento più duro.
La sua scomparsa.
Ed è qui che emerge uno degli aspetti più incredibili della storia recente della Ternana Women.
“Lui aveva già costruito tutta la squadra dell’anno successivo. Tutte le giocatrici erano state scelte da lui”.
Quelle stesse giocatrici che poi conquisteranno la storica promozione in Serie A.
“Portare avanti le sue idee è stato il nostro modo di continuare qualcosa che lui aveva iniziato”.
E forse il vero segreto della Ternana sta proprio lì.
Non soltanto nel gioco.
Ma nel legame umano.
Nella sofferenza condivisa.
Nella capacità di trasformare il dolore in identità.

Marika Massimino e il sogno azzurro e la salvezza della sua Ternana Women, tutto in questa intervista.
Ci sono traguardi che arrivano all’improvviso.
E altri che invece iniziano molto prima, magari dentro una macchina, dopo ore di viaggio, con un padre che aspetta fuori dal campo mentre la figlia rincorre un pallone.
La convocazione in Nazionale per Marika Massimino non è stata soltanto una chiamata azzurra.
È stata la fotografia di anni di sacrifici, chilometri, rinunce, studio, lavoro mentale e crescita personale.
Ed è forse per questo che, quando ne parla, la voce cambia leggermente.
“La verità? I primi giorni mi guardavo intorno come una bambina al parco giochi”.
La ragazza che arrivava da Aprilia, che si faceva ogni giorno ore di macchina per allenarsi con la Roma, improvvisamente si ritrova accanto a giocatrici come Cristiana Girelli, Sofia Cantore, Elena Linari, Lucia Di Guglielmo e Arianna Caruso.
Un altro livello.
Un’altra velocità.
“Non solo tecnica. Proprio mentale. In Nazionale capisci che certe giocatrici vedono il calcio in maniera diversa. E io ho cercato di rubare tutto con gli occhi”.
La crescita di una leader silenziosa
Qualcosa in Marika, nel tempo, è cambiato.
Più voce.
Più presenza.
Più leadership.
“In realtà ho sempre parlato tanto. Però sì, nell’ultimo periodo ho cercato di tirare fuori tutto quello che avevo”.
La lotta salvezza cambia le persone.
“Quando fai un campionato per salvarti devi trovare energie nuove. E io cercavo di aiutare le compagne, di guidare il reparto, di essere positiva”.
Non una leader costruita.
Una leader naturale.
“Mi piace comunicare. Mi piace aiutare le altre a tirare fuori il meglio”.
Ed è forse proprio questo che, partita dopo partita, l’ha fatta diventare uno dei punti fermi della Ternana.
“Il ministro della difesa”, la definisce scherzando chi vi scrive.
Lei abbassa subito i toni.
“Ho ancora tantissimo da migliorare. Però sì, penso di aver acquisito più consapevolezza”.
E quella consapevolezza l’ha portata fino alla maglia azzurra.
“Voglio pensare che questa convocazione sia soltanto l’inizio”.

La famiglia, i viaggi e quel padre sempre presente
Dietro ogni calciatrice esiste sempre una storia invisibile.
Quella che nessuno vede.
Nel caso di Marika, quella storia passa soprattutto dalla famiglia.
E in particolare da suo padre.
“Io non abito a Roma città, sono di Aprilia. Facevamo praticamente 160 chilometri al giorno per andare agli allenamenti”.
Un’ora ad andare.
Un’ora a tornare.
Ogni giorno.
“Lui c’era sempre. Abbiamo studiato insieme in macchina. Mi aiutava a recuperare i compiti. È stato presente in ogni momento”.
Quando arriva la convocazione in Nazionale, succede qualcosa di semplice ma enorme.
“Li ho visti piangere. Sia lui che mia madre”.
E lì l’intervista si ferma quasi da sola.
Perché certe immagini parlano molto più delle parole.
La madre che voleva portarla a danza
C’è però anche un aneddoto che spezza la commozione e riporta tutto su un piano più leggero.
“Mia madre all’inizio era contraria al calcio”.
Così tenta il piano alternativo: la danza.
“Mi portò a fare una lezione. Sono durata mezz’ora. Sono uscita piangendo dicendo che non volevo più tornarci”.
Oggi, ovviamente, la madre è una delle sue prime tifose.
“Non mi ha mai mollata”.
Il calcio come missione quotidiana
Fuori dal campo, Marika studia Scienze Motorie.
Ma soprattutto vive il calcio come una missione totale.
“Io sono abbastanza pesante con me stessa”.
Non lo dice con orgoglio.
Lo dice con lucidità.
“Curo tutto. Alimentazione, studio, mental coach, preparazione fuori dal campo. Per me non esiste solo allenamento e partita”.
Ed è qui che emerge una fotografia molto moderna del calcio femminile.
Dietro una giocatrice ci sono lavoro mentale, disciplina, organizzazione, sacrificio invisibile.
“Chi ha aspirazioni importanti deve costruirsi una routine precisa”.
Poi però esiste anche la Marika fuori dal calcio.
Quella che cucina.
Che guarda Netflix.
Che ascolta musica.
E soprattutto quella che impazzisce per il biliardo.
“Gioco soprattutto con mio padre. Qui a Terni non ho trovato nessuna forte abbastanza”.
Ma il momento più dolce arriva quando parla del nipotino di due anni.
“Quando torno a casa devo vedere lui. Mi porta in un’altra dimensione”.
Ed è forse lì che la guerriera si toglie davvero l’armatura.
Per qualche ora.

I social, la riservatezza e il rispetto umano
Nel calcio moderno esiste anche il peso dell’immagine.
Marika però resta distante da certe dinamiche.
“Non sono bravissima coi social. Mi dimentico proprio di postare”.
Instagram sì.
TikTok molto meno.
“Dovrei essere più costante perché oggi è anche una vetrina”.
Ma senza snaturarsi.
E qui l’intervista prende una piega molto umana, quasi intima, parlando di rispetto, comunicazione e del rapporto spesso complicato tra tifosi, giocatrici e social network.
E forse il punto centrale è proprio quello: il rispetto.
Una parola semplice, ma oggi rarissima.
Perché alla fine, dentro questa storia, non c’è soltanto una calciatrice della Ternana Women arrivata in Nazionale.
C’è una ragazza che si è costruita un pezzo alla volta.
Con il lavoro.
Con la famiglia.
Con il dolore.
Con la fame.
E soprattutto con quella “cazzimma” silenziosa che oggi, guardandola giocare, si vede in ogni singolo pallone.
Danilo Billi
