Nel calcio esistono tanti modi per diventare importanti.
C’è chi segna il gol decisivo al novantesimo minuto.
C’è chi para un rigore davanti a centinaia di persone.
C’è chi alza la coppa sotto i riflettori.
E poi esistono persone come Giulia Toschi.
Persone che non hanno bisogno di urlare per farsi notare.
Persone che non cercano il centro della scena.

Persone che, semplicemente, fanno tutto quello che serve alla squadra.
Guardando una partita, magari il pubblico vede il gol.
Vede l’assist.
Vede la parata.
Ma spesso non vede la corsa fatta cinquanta metri prima.
Non vede il recupero difensivo.
Non vede la rincorsa per aiutare una compagna in difficoltà.
Non vede quella fascia percorsa avanti e indietro decine di volte.
Eppure è lì che si costruiscono le vittorie.
È lì che si costruiscono le squadre.
Ed è lì che troviamo Giulia Toschi.
Laterale dell’Enjoy Bologna, campionessa Uisp, ragazza di Bologna e donna che porta dentro di sé quella normalità straordinaria che rende il calcio dilettantistico ancora uno degli ultimi luoghi autentici dello sport.
Il richiamo del pallone era più forte di tutto
La sua storia potrebbe sembrare simile a tante altre.
Una ragazza che pratica sport.
Una ragazza che prova strade diverse.
Una ragazza che cerca il proprio posto.
Ma in realtà il calcio era già lì.
Silenzioso.
Presente.
In attesa.
Quando Giulia giocava a tennis, il suo pensiero correva già altrove.
Non verso la racchetta.
Non verso il prossimo torneo.
Ma verso quel pallone che vedeva rotolare nei cortili, nei campetti, nelle partite improvvisate dopo la scuola.
Mentre altre ragazze sognavano Wimbledon, lei chiedeva continuamente una cosa.
«Facciamo una partita a calcio?»
Lo chiedeva al preparatore.
Lo chiedeva agli amici.
Lo chiedeva praticamente a chiunque.
Perché il calcio non era soltanto uno sport.
Era un linguaggio.
Un modo di stare bene.
Un modo di sentirsi libera.
Quando finalmente trova una squadra, capisce immediatamente che quella è la sua strada.
Non una parentesi.
Non un passatempo.
Ma qualcosa destinato a restare.
La scommessa di Nick
Ogni calciatrice conserva nella memoria qualcuno che le ha aperto una porta.
Per Giulia quella porta si chiama Nick.
Dal 2019 ad oggi il loro percorso è rimasto intrecciato.
Una rarità nel calcio moderno.
Una rarità ancora più grande nel calcio dilettantistico.
Le squadre cambiano.
I gruppi cambiano.
Le categorie cambiano.
Gli allenatori cambiano.
Ma loro sono rimasti insieme.
Prima il Felzna.
Poi altre esperienze.
Infine l’Etica.
Adesso l’Enjoy Bologna.
Un filo rosso che attraversa anni di allenamenti, vittorie, sconfitte, trasferte e risate.
Quando Giulia racconta che Nick si definisce orgogliosamente il suo scopritore, lo fa sorridendo.
Ma dietro quel sorriso si percepisce il rispetto.
Perché chi lavora nel calcio sa bene che trovare persone che credono in te prima ancora dei risultati non è scontato.
E forse è proprio questo il rapporto che li lega.
Fiducia.
Conoscenza reciproca.
Tempo.
Tanto tempo.
Sette anni sono una vita sportiva.
Sette anni permettono a un allenatore di conoscere non soltanto la giocatrice, ma anche la persona.
E permettono alla giocatrice di capire davvero cosa il mister pretende da lei.

Il calcio che non si insegna nei manuali
Ci sono allenatori che spiegano gli schemi.
Ci sono allenatori che insegnano la tattica.
Ci sono allenatori che lavorano sulla tecnica.
Poi esistono allenatori che trasmettono identità.
Nick, almeno dalle parole di Giulia, sembra appartenere a questa categoria.
«Dove non arrivi con la tecnica, ci arrivi con la corsa.»
Una frase semplice.
Quasi popolare.
Quasi da vecchio calcio di provincia.
Eppure racchiude una filosofia precisa.
Non arrendersi mai.
Non mollare mai.
Correre un metro in più.
Fare uno scatto in più.
Aiutare una compagna in più.
Giulia quella filosofia l’ha assorbita completamente.
La si vede giocare.
La si sente parlare.
La si ritrova nelle sue risposte.
Bologna, la città che ti resta addosso
Ci sono città che si abitano.
E poi ci sono città che si respirano.
Bologna appartiene alla seconda categoria.
Bologna è una città che entra sotto la pelle.
Nei portici.
Nei quartieri.
Nei campetti.
Nelle chiacchiere da bar.
Nelle domeniche allo stadio.
Giulia è figlia di questa Bologna.
Una Bologna vissuta.
Frequentata.
Amata.
Una Bologna che non è soltanto geografia.
Ma identità.
L’abbonamento al Bologna non è semplicemente un biglietto.
È un’appartenenza.
È il modo con cui una città continua a raccontarsi attraverso il calcio.
E forse non è un caso che molte ragazze dell’Enjoy condividano questo stesso legame.
Perché l’Enjoy, in fondo, è anche una fotografia della Bologna sportiva più autentica.

Quando il lavoro ti insegna ad ascoltare
La vita di Giulia non è fatta soltanto di allenamenti.
Al mattino c’è il lavoro.
Le scuole.
I bambini.
Le sostituzioni.
Le giornate che cambiano continuamente.
Un universo completamente diverso dal calcio.
Ma forse solo in apparenza.
Perché stare accanto ai bambini significa imparare ogni giorno qualcosa.
Significa imparare ad avere pazienza.
Significa imparare ad ascoltare.
Significa imparare a gestire situazioni impreviste.
Qualità che poi ritrovi inevitabilmente anche sul campo.
Nel calcio dilettantistico femminile quasi nessuna vive esclusivamente di sport.
E forse è proprio questo a renderlo così speciale.
Ogni ragazza porta con sé una storia.
Una professione.
Una vita.
Una fatica.
Un sogno.
Quando arrivano all’allenamento non lasciano fuori tutto questo.
Lo portano dentro il gruppo.
E il gruppo diventa più ricco.
Più forte.
Più umano.
Le ragazze dell’Enjoy e quella famiglia nata quasi per caso
Una delle cose che colpiscono di più ascoltando Giulia è il modo in cui parla delle compagne.
Non usa mai la parola io.
Quasi sempre usa la parola noi.
Noi abbiamo vinto.
Noi abbiamo costruito.
Noi abbiamo sofferto.
Noi abbiamo festeggiato.
Questo dettaglio racconta moltissimo.
Perché le squadre davvero forti ragionano così.
Pensano al plurale.
Vivono al plurale.
Respirano al plurale.
L’arrivo di tante giocatrici provenienti dall’Etica avrebbe potuto creare divisioni.
Avrebbe potuto creare gruppetti.
Avrebbe potuto creare difficoltà.
È successo l’opposto.
Le più giovani si sono integrate.
Le più esperte hanno aperto le porte.
Le differenze d’età sono diventate una ricchezza.
E lentamente è nata una famiglia sportiva.

Il terzo tempo: il luogo dove nascono le vittorie
Se c’è un tema che torna continuamente nell’intervista è quello del terzo tempo.
Per molti è soltanto una birra.
Una pizza.
Una serata.
Per Giulia è qualcosa di più.
Molto di più.
Perché lì si abbassano le difese.
Lì ci si racconta.
Lì si ride.
Lì si affrontano i problemi.
Lì si costruiscono amicizie che poi si trasformano in fiducia sul campo.
Quando una compagna corre per aiutarti al novantesimo minuto, spesso non lo fa soltanto perché siete nella stessa squadra.
Lo fa perché vi conoscete.
Perché avete condiviso momenti.
Perché avete costruito un rapporto.
Perché sapete chi c’è dietro quella maglia.
Ed è per questo che il terzo tempo continua ad essere uno dei patrimoni più preziosi del calcio dilettantistico.
Una vittoria che appartiene a tutte
Quando si parla dei premi individuali conquistati da Alice Gnudi e Alice Formoso e dalle altre protagoniste della stagione, Giulia non cambia registro.
Ancora una volta torna il concetto di squadra.
Perché una bomber senza assist non segna.
Perché un portiere senza difesa non può fare miracoli ogni domenica.
Perché il calcio resta uno sport collettivo.
Ed è proprio questa consapevolezza che rende speciale il percorso dell’Enjoy Bologna.
Una squadra che ha dominato.
Una squadra che ha meritato.
Una squadra che ha saputo vincere senza perdere la propria identità.
Il calcio vero esiste ancora
Esiste nei campi periferici.
Esiste nelle ragazze che escono dal lavoro e corrono ad allenarsi.
Esiste nelle scarpe sporche di terra.
Esiste nelle ginocchia sbucciate.
Esiste nelle trasferte fatte per passione.
Esiste nelle chat che non smettono mai di suonare.
Esiste nelle fotografie scattate negli spogliatoi.
Esiste nelle persone come Giulia Toschi.
Persone che non cercano la gloria.
Persone che non cercano il personaggio.
Persone che continuano semplicemente ad amare il calcio.
E forse è proprio questo il motivo per cui l’Enjoy Bologna ha conquistato così tante persone.
Perché dietro ogni vittoria c’è una storia vera.
Dietro ogni maglia c’è una persona vera.
Dietro ogni corsa sulla fascia c’è una ragazza che il giorno dopo tornerà a lavorare, a sorridere ai bambini, a disegnare, a uscire con gli amici e a vivere la propria vita.
Poi arriverà il momento di rimettere gli scarpini.
E allora Giulia farà quello che ha sempre fatto.
Aprirà i polmoni.
Abbasserà la testa.
E ricomincerà a correre.
Per sé.
Per le compagne.
Per quella maglia.
Per quel calcio che continua a essere meravigliosamente vero.
Danilo Billi

