A soli 18 anni la giovane difensora rossoverde racconta il suo viaggio nel calcio femminile: i primi calci al pallone, la crescita lontano da casa, la Primavera, la prima squadra e una maturità che sorprende.
Ci sono interviste che iniziano con una domanda e finiscono con una risposta.
E poi ce ne sono altre che, fin dalle prime battute, diventano un viaggio.

Quello con Miriam Cecchini è stato proprio così.
Un viaggio dentro la semplicità di una ragazza di appena diciotto anni che parla con la serenità di chi ha ancora tantissimi sogni nel cassetto, ma anche con la maturità di chi sa perfettamente che quei sogni bisogna conquistarli ogni mattina, un allenamento dopo l’altro.
La nuova stagione della Ternana Women, pronta ad affrontare il campionato di Serie A Femminile, è appena cominciata. Il campo profuma ancora di preparazione estiva, le gambe devono ritrovare il ritmo e gli automatismi arriveranno con il tempo. Ma negli occhi di Miriam c’è già quella luce che solo chi vive il proprio sogno riesce ad avere.
Una luce fatta di sacrifici.
Di chilometri.
Di valigie preparate troppo presto.
Di una famiglia lasciata a Recanati per inseguire un pallone.
Ed è forse proprio questo che colpisce maggiormente parlando con lei: non racconta mai il calcio come un punto d’arrivo, ma come un percorso continuo di crescita.
Perché, in fondo, il calcio è stato il suo primo grande amore.
Quando tutto è iniziato in un campetto vicino casa
Le storie più belle non hanno quasi mai un copione.
Nascono per caso.
Nascono tra una porta improvvisata e un pallone consumato.
Per Miriam è stato esattamente così.
Vicino a casa c’era un piccolo campetto.
Ogni giorno lo raggiungeva insieme al fratello e al papà.
Lì passava pomeriggi interi rincorrendo un pallone senza sapere che, qualche anno più tardi, quel gioco sarebbe diventato il centro della sua vita.
Durante l’estate, nella sua Recanati, veniva organizzato il classico torneo per bambini.
Una di quelle manifestazioni che, spesso, sembrano soltanto un momento di divertimento.
Invece, qualche volta, cambiano il destino.
«Se vieni con noi e segni ti portiamo a giocare a calcio.»
Una frase semplice.
Quasi banale.
Ma sufficiente ad aprire una porta che da allora non si è più richiusa.
Miriam ricorda ancora quel primo gol.
Lo racconta sorridendo.
Come se fosse successo ieri.
Da quel momento arrivò la chiamata della Recanatese.
E tutto cambiò.
L’unica bambina in mezzo ai maschi
Oggi vedere una bambina giocare a calcio è diventata una scena sempre più normale.
Qualche anno fa non era così.
Miriam era l’unica.
L’unica ragazza.
L’unica bambina in mezzo ai maschi.
Ma non si è mai sentita fuori posto.
Anzi.
È proprio da quella sua presenza che, lentamente, è nato qualcosa di molto più grande.
Le altre bambine hanno iniziato ad avvicinarsi.
Una dopo l’altra.
Fino a creare un gruppo destinato a crescere insieme.
Con lo stesso allenatore.
Con gli stessi valori.
Con gli stessi sogni.
Dall’Under 12 fino alla Prima Squadra.
Un percorso rarissimo nel calcio moderno.
«Eravamo praticamente sempre noi. Ogni anno arrivava qualche ragazza in più, ma il gruppo è rimasto quello. Siamo cresciute insieme.»
Parole che raccontano molto più di una semplice squadra.
Raccontano una famiglia.
Crescere insieme vale più di una categoria
Ci sono promozioni che finiscono negli almanacchi.
E poi ci sono promozioni che rimangono dentro.
La Recanatese conquistò per due anni consecutivi il campionato di Eccellenza.
La Serie C, però, non arrivò.
Una decisione societaria impedì quel salto tanto atteso.
Qualcuno avrebbe potuto viverla come una delusione.
Miriam, invece, sceglie di ricordare altro.
Ricorda il percorso.
Ricorda le compagne.
Ricorda l’emozione di vedere nascere, praticamente da zero, il calcio femminile nella sua città.
«È stato bellissimo vedere crescere il movimento. Io ero partita praticamente da sola e poi piano piano sono arrivate tante altre ragazze.»
Questa è forse la fotografia più bella del calcio femminile italiano.
Non solo chi arriva in Serie A.
Ma chi contribuisce, giorno dopo giorno, a costruire qualcosa che prima non esisteva.
Dalla Recanatese alla Ternana Women: il salto verso il professionismo
Quando arriva la chiamata della Ternana Women, la vita cambia.
Non soltanto calcisticamente.
Perché Miriam deve lasciare casa.
Lasciare la famiglia.
Lasciare le proprie abitudini.
Trasferirsi a Terni significa diventare grande in fretta.
Nel giro di pochi mesi cambia tutto.
Nuova città.
Nuova scuola.
Nuove compagne.
Nuova squadra.
Nuovi ritmi.
Una sfida enorme per una ragazza di appena diciotto anni.
Eppure non c’è mai una parola di paura nelle sue risposte.
Piuttosto emerge la voglia di imparare.
Di mettersi continuamente alla prova.
Da centrocampista a difensore: la svolta che non ti aspetti
Nel calcio capita spesso.
Arrivi in una squadra con un ruolo.
Poi un allenatore vede qualcosa che tu ancora non immagini.
Miriam approda alla Ternana come centrocampista.
Poi arriva la svolta.
Il tecnico decide di arretrarla.
Difensore centrale.
Una scelta che, inizialmente, la sorprende.
Ma che presto si trasforma in una nuova opportunità.
«All’inizio ero un po’ timorosa. Poi ho iniziato a trovarmi veramente bene.»
Ed è proprio questa disponibilità a mettersi al servizio della squadra che racconta molto del suo carattere.
Per lei il ruolo conta relativamente.
Conta aiutare la squadra.
Conta migliorarsi.
Conta imparare.
Ed è probabilmente questo uno dei motivi per cui la Ternana ha deciso di aggregarla sempre più spesso alla Prima Squadra.
Perché prima ancora del talento, nel calcio, servono testa, umiltà e disponibilità.
Tre qualità che Miriam dimostra di possedere già oggi.
Crescere lontano da casa: la maturità che nasce tra studio, sacrifici e il sogno della Serie A
Lasciare casa a diciott’anni non significa semplicemente cambiare città.
Significa imparare a cavarsela quando nessuno può farlo al posto tuo.
Significa preparare una cena dopo un allenamento massacrante, trovare il tempo per studiare, sistemare casa, fare la spesa, organizzare le giornate e, soprattutto, imparare a convivere con quella nostalgia che, inevitabilmente, ogni tanto bussa alla porta.
Per Miriam Cecchini il trasferimento a Terni non è stato soltanto un passo importante nella carriera calcistica.
È stato un autentico salto verso la vita adulta.
Da agosto 2025 vive lontana dalla sua famiglia, affrontando contemporaneamente l’ultimo anno del Liceo delle Scienze Umane e una stagione che l’ha portata ad affacciarsi sempre più stabilmente alla Prima Squadra della Ternana Women.
Un doppio percorso che avrebbe messo in difficoltà chiunque.
Lei, invece, lo racconta con una naturalezza sorprendente.

“Quest’anno sono cresciuta tantissimo”
Le basta una frase per raccontare dodici mesi di cambiamenti.
«Mi sono resa conto che quest’anno sono cresciuta veramente tanto. Sotto ogni punto di vista.»
Non parla soltanto di calcio.
Anzi.
Forse il pallone, questa volta, passa quasi in secondo piano.
Perché crescere significa soprattutto imparare a gestire se stessi.
Le responsabilità.
Le emozioni.
Le paure.
Ogni mattina scuola.
Poi gli allenamenti.
Lo studio.
La casa.
Le nuove amicizie.
Una quotidianità completamente diversa rispetto alla serenità della famiglia.
È un cambiamento enorme.
Ma Miriam non lo racconta come un sacrificio.
Lo descrive come un’opportunità.
Ed è probabilmente questa la differenza tra chi subisce il cambiamento e chi lo trasforma in esperienza.
Una nuova scuola, nuovi compagni e la paura di ricominciare
Cambiare istituto al quinto anno non è semplice.
Entrare in una classe già formata significa dover trovare il proprio spazio in punta di piedi.
Qualche timore c’era.
Ed è assolutamente normale.
Ma è bastato poco perché tutto cambiasse.
«Mi hanno accolta benissimo. Mi sono sentita subito parte della classe.»
Parole semplici.
Ma che raccontano quanto sia importante trovare persone capaci di farti sentire a casa quando casa, in realtà, è lontana centinaia di chilometri.
Lo stesso è successo dentro lo spogliatoio della Ternana.
La Primavera rossoverde è diventata quasi una seconda famiglia.
Un gruppo nel quale inserirsi senza sentirsi mai un’estranea.
E quando una ragazza si sente libera di essere se stessa, anche il rendimento sul campo cambia.
Dalla Primavera alla Prima Squadra: il sogno inizia davvero
Per gran parte della stagione Miriam disputa il campionato Primavera.
Lavora.
Cresce.
Aspetta.
Senza fretta.
Senza pretendere nulla.
Poi, ad aprile, qualcosa cambia.
Arrivano le prime convocazioni agli allenamenti della Prima Squadra.
Due volte alla settimana.
Allenamenti al mattino.
Qualche assenza da scuola.
Un ritmo completamente diverso.
Un’intensità diversa.
Una velocità diversa.
Ma soprattutto un sogno che, lentamente, prende forma.
«Se me lo avessero detto un anno fa non ci avrei mai creduto.»
È una frase che vale più di qualsiasi statistica.
Perché dietro c’è tutta la meraviglia di una ragazza che fino a pochi mesi prima osservava certe giocatrici da lontano e che oggi si ritrova ad allenarsi al loro fianco.
Il nuovo allenatore e un gruppo che sa accogliere
Con l’inizio della nuova stagione arriva anche un nuovo tecnico.
Una nuova metodologia.
Nuove idee.
Nuovi principi di gioco.
Per molti giovani calciatori rappresenterebbe un ulteriore motivo di preoccupazione.
Per Miriam, invece, diventa un’occasione.
«Mi piace molto come lavora e come si interessa a noi.»
Non sono parole di circostanza.
Si percepisce chiaramente quanto tenga ai rapporti umani.
Ed è qui che emerge una riflessione molto interessante.
Secondo Miriam il calcio femminile conserva ancora qualcosa che, in molti contesti del maschile, si è perso.
Le relazioni.
La vicinanza.
L’aspetto umano.
Racconta spesso di confrontarsi con il fratello, allenatore, e proprio da quei racconti nasce la convinzione che i due mondi, pur condividendo lo stesso pallone, abbiano dinamiche molto differenti.
Nello spogliatoio della Ternana, invece, ha trovato subito disponibilità.
Le compagne più esperte non hanno mai fatto pesare il salto dalla Primavera.
L’hanno accompagnata.
Aiutata.
Inserita nel gruppo.
E per una ragazza di diciotto anni questo vale quasi quanto una convocazione.
“Per me è già un onore essere qui”
C’è una parola che Miriam ripete spesso durante la nostra chiacchierata.
Imparare.
Non parla mai di posto da titolare.
Non parla di obiettivi personali.
Non parla di numeri.
Dice semplicemente:
«Cerco di imparare il più possibile.»
È un approccio che racconta una mentalità rara.
Sa perfettamente di avere ancora tanto da migliorare.
Sa che la Serie A richiede tempi, pazienza e crescita.
Eppure non vive questa consapevolezza come un limite.
Anzi.
La considera uno stimolo.
«Già essere qui è un onore.»
Una frase che, forse, dovrebbe essere appesa nello spogliatoio di tante squadre.
Perché ricorda quanto sia importante conquistarsi ogni centimetro senza sentirsi mai arrivati.
La disponibilità prima del ruolo
Durante l’intervista affrontiamo anche un tema tecnico.
L’anno scorso Miriam è passata da centrocampista a difensore centrale.
Con il nuovo allenatore potrebbe cambiare ancora qualcosa?
Lei sorride.
La risposta arriva senza esitazioni.
«Se il mister avrà bisogno di mettermi in un altro ruolo, io sono a disposizione.»
Non è diplomazia.
È il suo modo di vivere il calcio.
Per lei il ruolo non rappresenta un’etichetta.
Conta essere utile.
Conta dare una mano.
Conta mettere il gruppo davanti a tutto.
Ed è una filosofia che si ritrova perfettamente nello spirito della Ternana Women.
Il gruppo prima delle individualità
Parlando della passata stagione, inevitabilmente, il discorso cade sulla salvezza conquistata dalle rossoverdi.
Una permanenza in Serie A costruita con carattere, sacrificio e senso di appartenenza.
Miriam arriva soltanto nell’ultima parte del campionato.
Eppure percepisce immediatamente qualcosa.
«C’era proprio la voglia di dimostrare che la Ternana meritava la Serie A.»
Non cita singole giocatrici.
Non cerca protagonisti.
Parla sempre al plurale.
È il gruppo il filo conduttore del suo racconto.
Un gruppo che affrontava ogni partita senza paura, anche contro le grandi del campionato.
Lo stesso spirito che lei spera di ritrovare anche nella nuova stagione.
Perché nel calcio moderno il talento è fondamentale.
Ma spesso sono proprio i gruppi più uniti a trasformare una squadra in qualcosa di speciale.
Il futuro è già iniziato: tra università, valori e il sogno di far crescere il calcio femminile italiano
Alla fine dell’intervista rimane una sensazione precisa.
Quella di aver parlato con una ragazza che non ha fretta.
E oggi, nel mondo dello sport, non è affatto scontato.
Non cerca scorciatoie.
Non pronuncia mai la parola “arrivare”.
Parla invece di imparare, studiare, crescere, osservare.
È probabilmente questo il motivo per cui, pur avendo appena diciotto anni, Miriam Cecchini trasmette una maturità fuori dal comune.
Perché sa che il talento apre una porta.
Ma sono l’umiltà e il lavoro quotidiano a permetterti di restare dentro quella stanza.
Il fratello, il primo allenatore e il punto di riferimento di sempre
Quando le chiedo se abbia avuto un’idola calcistica, la risposta sorprende.
Non cita grandi campionesse.
Non parla di stelle internazionali.
Sorride.
E indica una persona che l’ha accompagnata fin dal primo giorno.
«Mio fratello.»
È lui il suo primo allenatore.
È lui che la portava al campetto.
È lui che la seguiva negli allenamenti.
È lui che, ancora oggi, rappresenta il suo punto di riferimento.
Un legame che racconta quanto il calcio, prima ancora di essere una professione, possa essere un affare di famiglia.
E forse è proprio lì che nasce la passione autentica.
Tra un pallone consumato.
Un consiglio.
Una correzione.
E quella presenza silenziosa che ti accompagna senza mai chiedere nulla in cambio.
La famiglia, il primo tifo che non finisce mai
Poi ci sono mamma e papà.
E quando si parla dei genitori, negli occhi di Miriam compare un sorriso diverso.
Più dolce.
Più spontaneo.
Suo padre, ogni volta che può, percorre chilometri pur di esserci.
Ogni sabato.
Ogni partita.
Ogni occasione.
Perché il sostegno di una famiglia non si misura soltanto con le parole.
Si misura soprattutto con il tempo che decide di regalarti.
È un’immagine bellissima.
Un padre sugli spalti.
Una figlia in campo.
Novanta minuti che raccontano una vita intera.
Vivere da sola significa crescere davvero
Nel calcio si parla spesso di tecnica.
Di tattica.
Di preparazione atletica.
Molto meno della crescita personale.
Eppure è proprio qui che Miriam sorprende maggiormente.
Quando le chiedo quale sia stata la difficoltà più grande nel vivere da sola, non parla delle faccende domestiche.
Non cita cucinare.
Non parla della spesa.
Va molto più in profondità.
«La cosa più difficile è imparare a gestirti da sola. Anche mentalmente.»
Una risposta che racconta molto.
Perché vivere lontano da casa significa imparare a prendere decisioni.
A confrontarsi con gli adulti.
A parlare quando qualcosa non va.
Ma anche ad avere il coraggio di dire quando, invece, tutto sta andando bene.
Un concetto semplice.
Eppure straordinariamente attuale.
In un Paese dove troppo spesso si raccontano soltanto i problemi, Miriam rivendica l’importanza di riconoscere anche ciò che funziona.
È un piccolo dettaglio.
Ma dice tantissimo della persona che sta diventando.
Una società che mette al centro la persona
Durante la nostra chiacchierata emerge spesso un tema.
L’attenzione della Ternana Women verso le proprie ragazze.
Non soltanto come calciatrici.
Ma come persone.
Ogni volta che Miriam racconta il suo percorso, ritorna sempre la stessa parola.
Supporto.
La società l’ha accompagnata durante il trasferimento.
L’ha aiutata nella scuola.
L’ha sostenuta nella crescita.
Le ha fatto sentire di non essere mai sola.
Ed è forse questo uno degli aspetti che più colpiscono.
Perché il professionismo non dovrebbe limitarsi agli stipendi o alle strutture.
Dovrebbe significare soprattutto prendersi cura delle persone.
Università e calcio: un doppio sogno da inseguire
Concluso il liceo, Miriam ha già le idee chiarissime.
Continuerà gli studi iscrivendosi a Scienze Motorie e Sportive attraverso Unicusano, partner della società rossoverde.
Un’opportunità che accoglie con entusiasmo.
Perché il calcio, prima o poi, finirà.
La formazione, invece, resterà per tutta la vita.
«Mi ha fatto molto piacere che la società pensi anche al nostro futuro.»
Sono parole importanti.
Perché raccontano un calcio femminile che, finalmente, inizia a guardare oltre i novanta minuti.
Allenarsi al mattino.
Studiare nel pomeriggio.
Gestire casa.
Continuare a crescere.
È questa la quotidianità che l’aspetta.
E ascoltandola viene quasi naturale pensare che riuscirà ad affrontarla con la stessa serenità mostrata durante tutta l’intervista.

Libri, amicizie e quello spogliatoio che diventa una seconda casa
Quando finalmente il pallone si ferma, Miriam cerca rifugio nelle cose semplici.
Leggere.
Passare del tempo con le amiche.
Condividere una serata.
Guardare un film.
Ridere insieme.
Perché i gruppi non si costruiscono soltanto durante gli allenamenti.
Nascono soprattutto fuori dal campo.
Davanti a una pizza.
Durante una cena.
In quelle chiacchiere che sembrano banali ma che, in realtà, rafforzano ogni legame.
Ed è proprio questo che lei considera il segreto di una squadra vincente.
«Se fuori dal campo c’è un bel gruppo, poi si vede anche durante la partita.»
Una frase apparentemente semplice.
Ma che racchiude tutta la filosofia della Ternana Women.
Il calcio femminile sta cambiando. E Miriam ne è la dimostrazione
L’ultima parte della nostra conversazione si trasforma quasi in una riflessione sul futuro del movimento.
Miriam appartiene a una generazione che ha già visto cambiare tantissime cose.
Quando era bambina vedeva soltanto partite maschili.
Le ragazze che giocavano a calcio erano pochissime.
Oggi, invece, entrando nel centro sportivo della Ternana, vede bambine con gli occhi pieni di sogni.
Le vede osservare le calciatrici della Prima Squadra.
Le vede chiedere autografi.
Le vede immaginarsi un giorno al loro posto.
«Questa è la cosa che mi rende più felice.»
Ed è forse la fotografia più bella dell’intervista.
Perché il vero successo del calcio femminile non si misura soltanto negli ascolti televisivi o nei contratti.
Si misura negli occhi di una bambina che, finalmente, può sognare senza sentirsi diversa.
L’esperienza all’estero? Un’opportunità che può far crescere tutto il movimento
Prima di salutarci affrontiamo anche un tema molto attuale: le tante calciatrici italiane che scelgono campionati stranieri.
Miriam analizza la situazione con sorprendente equilibrio.
Da una parte riconosce che confrontarsi con realtà diverse rappresenta una straordinaria occasione di crescita tecnica e personale.
Dall’altra è consapevole che vedere partire molte delle migliori giocatrici impoverisce inevitabilmente la Serie A.
La sua conclusione, però, racchiude perfettamente il suo modo di vedere il calcio.
«Fa bene alle ragazze. E, alla lunga, farà bene anche alla Nazionale.»
Una risposta lucida.
Priva di slogan.
Ricca di buon senso.
Una ragazza che rappresenta il futuro
Quando si chiude la chiamata rimane una sensazione difficile da spiegare.
Non soltanto quella di aver conosciuto una promettente calciatrice.
Ma quella di aver incontrato una ragazza che possiede valori sempre più rari.
Educazione.
Umiltà.
Curiosità.
Disponibilità.
Rispetto.
Qualità che non finiscono nelle statistiche e che nessun algoritmo riuscirà mai a misurare.
Miriam Cecchini è soltanto all’inizio del proprio viaggio.
La Serie A è il primo grande capitolo di una storia ancora tutta da scrivere.
Ma se il buongiorno si vede dal mattino, la Ternana Women può guardare al futuro con fiducia.
Perché il talento si allena.
La tecnica si migliora.
I valori, invece, si portano dentro.
E ascoltando Miriam per oltre un’ora, la sensazione è che quei valori rappresentino già oggi il suo punto di forza più grande.
In un calcio che corre sempre più veloce, lei continua a ricordarci una verità semplice ma preziosa: i sogni non si raggiungono con la fretta, ma con il lavoro quotidiano, la passione e il coraggio di restare fedeli a se stessi. È da qui che nasce il futuro. Ed è da ragazze come Miriam Cecchini che il calcio femminile italiano può continuare a costruire la propria crescita, un passo alla volta.
Danilo Billi

