Ci sono calciatrici che arrivano in una squadra.
E poi ci sono calciatrici che, lentamente, diventano quella squadra.
Martina Rosucci appartiene alla seconda categoria.

Per raccontare il suo nuovo rinnovo con la Juventus Women fino al 30 giugno 2028, infatti, non basta parlare di contratto, di numeri o di trofei. Perché dentro questa firma c’è una storia cominciata quando la Juventus femminile era ancora un progetto appena nato e che oggi, quasi dieci anni dopo, continua a camminare sulle gambe della sua capitana.
Martina c’era nel giorno zero.
E c’è ancora.
Con la stessa maglia, anche se nel frattempo sono cambiate le compagne, gli allenatori, le generazioni e persino il modo di intendere il calcio femminile.
Una storia che continua a crescere, stagione dopo stagione.
Martina Rosucci, una calciatrice costruita sulla testa
Prima ancora della capitana, prima ancora della veterana e della giocatrice simbolo, c’è una calciatrice.
E Martina Rosucci è una calciatrice particolare.
La Juventus oggi la inserisce nel reparto difensivo, ma la sua storia racconta soprattutto di una giocatrice nata e cresciuta a centrocampo, capace nel tempo di adattarsi a diverse interpretazioni del ruolo. Una calciatrice completa, dotata di dinamismo, senso tattico, capacità di lettura e personalità.
Lei stessa, qualche anno fa, si definiva una giocatrice “di testa”.
Ed è forse la definizione che più le appartiene.
Perché Rosucci non è mai stata soltanto quella che corre, contrasta o accompagna l’azione.
È quella che guarda.
Che pensa.
Che legge qualche secondo prima ciò che sta per accadere.
Il calcio, per lei, è sempre stato anche una questione di intelligenza.
Capire dove andare.
Capire quando fermarsi.
Capire quando accelerare.
Capire soprattutto cosa serve alla squadra.
Ed è proprio questa capacità di mettersi al servizio del gruppo che l’ha trasformata, negli anni, da giovane talento a punto di riferimento.

Dalla danza al pallone, passando per il fratello Matteo
La storia di Martina con il calcio, curiosamente, non nasce da un destino già scritto.
Da bambina praticava danza classica.
Poi c’era Matteo, il suo fratello gemello, che giocava a calcio.
Martina lo seguiva.
Guardava le partite attaccata alla rete e, quando il pallone usciva dal campo, correva a recuperarlo per poterlo calciare di nuovo dentro.
Una scena quasi cinematografica.
Finché un giorno l’allenatore della squadra del fratello, Mario Fiore, si accorse di quella bambina che sembrava avere già il pallone dentro la testa e le propose di provare.
Da quel momento Martina non ha più smesso.
Il calcio è entrato nella sua vita quasi per caso.
Poi è diventato tutto.
E pensare che quella bambina torinese sarebbe diventata una delle protagoniste della storia della Juventus Women rende ancora più bello il viaggio.
Perché Martina è nata a Torino.
È cresciuta calcisticamente nel Torino.
È esplosa con il Brescia.
Ha indossato la maglia della Nazionale.
E poi è arrivata alla Juventus.
Una Juventus che, all’epoca, esisteva ancora soltanto sulla carta dei sogni.
La prima pagina della Juventus Women porta anche la sua firma
Estate 2017.
La Juventus decide di entrare nel calcio femminile.
Nasce la Juventus Women.
E Martina Rosucci è lì.
Non arriva quando la macchina è già lanciata.
Non arriva quando il museo è pieno di coppe.
Arriva quando bisogna ancora costruire tutto.
È una differenza enorme.
Perché chi arriva dopo può entrare in una storia già scritta.
Chi arriva all’inizio, invece, quella storia deve contribuire a scriverla.
Rosucci lo fa.
E lo fa anche simbolicamente, firmando il primo gol della storia della Juventus Women nel derby di Coppa Italia contro il Torino.
Una specie di firma in calce alla prima pagina.
Da allora, il racconto bianconero è diventato gigantesco.
Scudetti.
Coppe Italia.
Supercoppe.
Champions League.
Serate europee.
Rivoluzioni.
Delusioni.
Rinascite.
E Martina è rimasta dentro ogni fotografia.
Oggi sono 195 le presenze con la Juventus e 17 i trofei conquistati. Numeri impressionanti, certo.
Ma i numeri, in questo caso, raccontano soltanto una parte della storia.
Perché Rosucci non è semplicemente una giocatrice che ha vinto.
È una giocatrice che ha visto nascere una squadra e l’ha accompagnata nella sua crescita.
La Juventus stessa, annunciando il rinnovo, l’ha definita anima del gruppo, memoria storica e riferimento per trasmettere alle nuove generazioni il DNA bianconero.
Poi è arrivato il buio
Ogni storia sportiva, però, ha bisogno anche delle pagine difficili.
E quella di Martina ne ha avute.
Nel febbraio 2023 arriva un infortunio gravissimo al ginocchio.
Il campo si allontana.
La stagione finisce.
Il Mondiale sfuma.
Il tempo passa.
Per una calciatrice, forse, non esiste cosa più difficile che vedere le altre giocare mentre tu devi imparare nuovamente a camminare, allenarti, aspettare.
Martina attraversa quel tunnel senza smettere di sentirsi parte della squadra.
Quando finalmente torna in campo, nell’amichevole contro il Lione del settembre 2024, sono passati 559 giorni.
Ma quel numero, più che una statistica, racconta un’attesa.
E soprattutto racconta una scelta.
Quella di non arrendersi.
Pochi giorni dopo arriverà anche il ritorno al gol contro la Fiorentina, una rete che lei stessa definirà difficile da spiegare a parole. In tribuna c’era suo padre; a casa, idealmente, mamma e fratello.
È una delle immagini più belle della sua storia.
Perché certe reti valgono molto più del tabellino.

Martina, la donna oltre la maglia
E forse è proprio qui che Martina Rosucci diventa interessante anche fuori dal calcio.
Perché dietro la capitana c’è una donna che non ha mai vissuto soltanto di pallone.
C’è quella bambina che danzava.
C’è la ragazza che amava scrivere e che aveva persino un blog per raccontare ciò che provava.
Ci sono la musica dei Coldplay e il karaoke sulle canzoni inglesi.
E c’è una curiosità intellettuale che negli anni è rimasta parte del suo modo di vivere il calcio.
Non è un dettaglio secondario.
Anzi.
Forse è proprio questo che aiuta a capire la Rosucci calciatrice.
Una persona che osserva, pensa, elabora.
Una giocatrice che non vuole soltanto vivere il presente, ma comprendere quello che sta vivendo.
E non sorprende allora che, già durante il difficile periodo dell’infortunio, avesse iniziato a guardare anche al futuro immaginandosi eventualmente allenatrice.
“Quello che non sono riuscita o non riuscirò a raggiungere da calciatrice, vorrei raggiungerlo da allenatrice”, aveva raccontato.
Una frase che dice molto.
Perché significa che il calcio, per Martina, non è soltanto una professione.
È qualcosa che vuole continuare ad abitare anche quando smetterà di scendere in campo.
La capitana che oggi deve insegnare la Juventus
Ed eccoci al presente.
Al rinnovo fino al 2028.
A una firma che forse, vista da fuori, potrebbe sembrare semplicemente l’ennesimo prolungamento di una carriera.
Ma non lo è.
Perché oggi Martina Rosucci ha un compito diverso rispetto a quello che aveva nel 2017.
Allora doveva dimostrare.
Oggi deve anche trasmettere.
Alle ragazze più giovani deve raccontare, con l’esempio quotidiano, cosa significa entrare alla Juventus.
Cosa significa indossare questa maglia.
Cosa significa perdere.
Cosa significa rialzarsi.
Cosa significa restare.
E proprio “restare” è una parola che Martina aveva scelto quando, nel precedente rinnovo, aveva raccontato il significato particolare di continuare la propria vita a Vinovo.
Dopo tanti anni, la Juventus è diventata una parte della sua quotidianità, quasi una famiglia.
Oggi quella parola torna ad avere un peso enorme.
Restare.
Perché nel calcio moderno non è affatto scontato.
Si cambia squadra.
Si cambiano città.
Si inseguono nuovi contratti.
Si cercano nuove emozioni.
Martina invece continua a scegliere Torino.
Continua a scegliere la Juventus.

“È stato inaspettato”
Ed è curioso che, parlando del nuovo rinnovo, Martina abbia raccontato che tutto è arrivato quasi inaspettatamente.
“È stato inaspettato, perché non era un qualcosa a cui stavo pensando”.
Forse, però, certe storie non hanno bisogno di essere programmate.
Si riconoscono.
Si scelgono.
Si continuano.
E quella tra Rosucci e la Juventus Women è ormai una di quelle storie che sembrano appartenere alla stessa maglia.
195 partite.
17 trofei.
Una fascia.
Tante cicatrici.
Un’infinità di fotografie.
E ancora tanta voglia di calcio.
Il finale può aspettare
La cosa più bella di questa storia è che non siamo davanti a un finale.
Siamo davanti a un nuovo inizio.
Martina Rosucci ha già attraversato quasi tutto quello che una calciatrice possa attraversare: l’emozione della nascita di una squadra, le vittorie, la Nazionale, le notti europee, gli infortuni, la paura, la riabilitazione, il ritorno, il gol e quella sensazione meravigliosa di essere nuovamente utile alle proprie compagne.
Eppure non sembra ancora pronta a chiudere il libro.
Anzi.
Ha scelto di aprire un’altra pagina.
Fino al 2028.
Con quella maglia numero 8.
Con quella fascia.
Con quella testa che continua a leggere il calcio qualche secondo prima degli altri.
E con quella ragazza che, tanti anni fa, correva dietro al pallone del fratello gemello senza sapere che un giorno sarebbe diventata una delle protagoniste della Juventus Women.
Il finale può aspettare.
Perché ci sono ancora partite da giocare.
Ancora ragazze da aiutare a crescere.
Ancora palloni da recuperare.
Ancora emozioni da vivere.
E forse, da qualche parte, anche un’altra Martina Rosucci da scoprire.
Quella che verrà dopo la calciatrice.
Quella che magari un giorno siederà su una panchina.
Ma oggi no.
Oggi il pallone è ancora lì.
E Martina ha ancora voglia di calciarlo.
Danilo Billi

