Ci sono carriere che si possono raccontare contando medaglie, scudetti e coppe. E poi ci sono storie che, per essere davvero comprese, bisogna provare a raccontarle attraverso le persone incontrate lungo il cammino, le sconfitte che hanno fatto male, le vittorie condivise e quella voglia quasi ostinata di tornare ogni giorno in palestra.
Serena Ortolani appartiene a questa seconda categoria.

Nata a Ravenna il 7 gennaio 1987, opposta di 187 centimetri, ha attraversato più di vent’anni di pallavolo ai massimi livelli, vestendo maglie importanti e quella azzurra della Nazionale. Con l’Italia ha conquistato Europei, World Cup, Universiade e una medaglia d’argento al Mondiale 2018; nel suo palmarès ci sono anche quattro scudetti di Serie A1, due Coppe Italia di A1, uno scudetto e una Coppa Italia di A2, una Supercoppa italiana e tre Champions League.
Eppure oggi Serena non sembra avere nessuna intenzione di vivere di ricordi.
La nuova pagina della sua storia si chiama Clai Imola Volley, dove è arrivata per affrontare il campionato di Serie A2 femminile. Una nuova squadra, nuove compagne, un nuovo allenatore e soprattutto nuovi stimoli. Perché la fame di pallavolo, evidentemente, non conosce età.
Serena Ortolani: «Le vittorie più belle sono quelle condivise»
Serena, se guardi indietro a una carriera così lunga, qual è il ricordo che ti porti più stretto al cuore?
«Se guardo indietro ho tantissimi bellissimi ricordi. Le vittorie sono bellissime e rappresentano il traguardo di percorsi difficili, pieni di alti e bassi. Però quello che mi è rimasto maggiormente di tutti questi anni sono soprattutto le persone con cui ho condiviso quei percorsi. Alla fine è quello che rimane davvero. La pallavolo e lo sport ogni anno mi insegnano qualcosa».
Non c’è quindi una singola fotografia?
«Non c’è un evento particolare. Forse sono rimasti più nel cuore gli anni in cui eravamo davvero un grande gruppo, come quelli vissuti a Casalmaggiore e a San Giovanni».
E forse è proprio qui che si trova il segreto della Serena di oggi. Non nel numero delle coppe alzate, ma nelle persone che quelle coppe le hanno aiutate a conquistare.

«Sono esperta, ma ho ancora voglia di imparare»
Dopo una carriera vissuta ai massimi livelli, cosa ti spinge ancora ad allenarti e a metterti in gioco?
«Sono abbastanza adulta ed esperta ormai, ma ho sempre voglia di imparare. Ogni anno mi accorgo che c’è sempre qualcosa da imparare, anche dalle ragazze più giovani. La mia motivazione più grande sono proprio loro. Più sono legata al gruppo, più cresce la mia voglia di giocare bene e di fare bene».
La Serena ragazzina era diversa?
«Quando ero piccola vivevo tutto in maniera molto più libera, perché non sapevo ancora cosa sarei diventata. C’erano più passione e più voglia di divertirsi. Oggi c’è anche molto più ragionamento: voglio imparare, insegnare e trasmettere quello che la pallavolo mi ha insegnato in tutti questi anni. La mentalità è più consapevole, ma la voglia di stare in palestra e divertirsi è sempre tantissima».
La scelta della Clai Imola: «È arrivata in maniera spontanea»
Come è nata la scelta di vestire la maglia della Clai Imola?
«È arrivata in maniera molto spontanea. Ero incerta, non sapevo cosa avrei fatto l’anno successivo. Poi è arrivata questa chiamata. L’unica cosa che mi preoccupava era la distanza».
A quel punto è arrivata la soluzione.
«Mia mamma mi ha proposto di andare ad abitare da loro. I miei genitori vivono a Faenza, quindi sarei stata molto più vicina a Imola rispetto a Misano. Ho colto questa occasione anche perché mi permette di avere l’aiuto dei miei genitori e di stare con Gaia quando io sono agli allenamenti. L’organizzazione è venuta davvero al top».
E poi c’è la Clai.
«È una società seria, di cui avevo sempre sentito parlare bene. Ho pensato: perché no? Potrebbe essere davvero una bella occasione. E sono veramente felice».
«A Imola ho trovato una squadra di alto livello»
Nuova squadra significa anche ricominciare a costruire.
«Sì, nuovi stimoli, una nuova squadra, un nuovo allenatore, una nuova società. È tutto da costruire. Però la preparazione è stata molto interessante e ho scoperto una squadra di alto livello. Sono veramente contenta».
A colpirla sono soprattutto le più giovani.
«Ci sono ragazze che hanno voglia di lavorare, di dimostrare e di mettersi in gioco. Non è una cosa scontata. Ci divertiamo tanto e nelle ultime settimane abbiamo fatto allenamenti a ritmo molto alto. E quando il ritmo è alto ti diverti».
Il gruppo sta già diventando qualcosa di più di una semplice squadra.
«Siamo un bel gruppo, spesso usciamo anche insieme. C’è una bella base. Sarà un anno tutto da scoprire, perché abbiamo tante cose da migliorare e su cui crescere. Partita dopo partita dovremo conoscerci, definire i nostri punti di forza e aumentare la consapevolezza. Un passettino alla volta, divertendoci e facendo il massimo».
Le sconfitte? «Mi hanno insegnato più delle vittorie»
Nella sua lunga carriera Serena ha vinto tantissimo. Ma anche perso.
«Ho visto tante cose, ma ho anche perso tantissime partite. E devo dire che le sconfitte mi hanno insegnato molto più delle vittorie. Le partite vinte aumentano consapevolezza e fiducia in se stessi. Quelle perse, invece, dipende da come le affronti».
C’è una differenza enorme tra arrabbiarsi e cercare di capire.
«Se ti arrabbi e basta, va bene. Se invece vai a scavare e cerchi di capire perché è successo, allora quella sconfitta ti fa crescere. Soprattutto perché sei pronto a cambiare e migliorarti per la volta successiva. Gli errori e le partite perse sono importantissimi: bisogna passarci per poter crescere».
«La responsabilità? È bellissima»
Essere opposta significa anche prendersi responsabilità. Chiedere quella palla quando pesa.
«La responsabilità secondo me è una cosa bellissima. Quando inizi a vincere, le aspettative diventano alte e per ottenere risultati serve responsabilità. A me piace tantissimo».
Poi c’è quel rapporto quasi silenzioso tra opposta e palleggiatore.
«Quando guardi negli occhi il palleggiatore, gli chiedi la palla e lui te la dà, significa che si fida di te. Poi quella palla può andare giù oppure no, perché siamo esseri umani e non sempre funziona. Però l’idea di volere quella palla è veramente la differenza».

Pallavolo e vita: «Bisogna sapersi organizzare»
Dietro una grande atleta c’è anche una donna, una mamma, una vita da incastrare tra palestra, famiglia e quotidianità.
«È un percorso che nella vita viene quasi da solo, ma bisogna imparare a organizzarsi. Quando ero a Bergamo e andavo ancora a scuola avevamo la Champions: stavo via tre giorni ogni due settimane e spesso saltavo la scuola per le trasferte».
Oggi c’è Gaia.
«Adesso sono mamma e mi organizzo. Mi sveglio presto per portare mia figlia a scuola, poi al pomeriggio la porto a pallavolo. Ovviamente serve anche aiuto: l’anno scorso avevo una tata, quest’anno ci sono i nonni. Da sola non riuscirei».
Anche da giovane aveva trovato il suo metodo.
«Dopo gli allenamenti facevo fatica a studiare. Così andavo a letto presto e mi svegliavo prestissimo per studiare le materie del giorno. Ero più fresca, più riposata e più concentrata».
«Le giovani oggi sono più vicine alla pallavolo»
Com’è cambiato il movimento femminile?
«Credo che nell’ultimo periodo le vittorie delle nostre giocatrici abbiano aiutato molto. E anche i social, che a volte possono essere negativi, ma hanno anche aspetti molto positivi».
Secondo Serena oggi le ragazze hanno più riferimenti.
«Le ragazzine sono molto più vicine alla pallavolo di un tempo. C’è più visibilità, più attenzione e più passione. Le giocatrici di alto livello sono i nostri simboli e i nostri riferimenti, soprattutto per le giovani, che le vedono come beniamine. Ed è giusto così».
E il futuro passa proprio da loro.
«Siamo fortunate ad avere un gruppo giovane con entusiasmo, voglia di dimostrare, di spingere e di vincere. La pallavolo ha bisogno di queste persone».

«Ogni maledetta domenica mi accende»
Cosa riesce ancora ad accendere la scintilla dopo così tanti anni?
«La mia passione più grande è la voglia di imparare e di insegnare. Ogni stagione ha un sapore diverso. Anche nella prima partita in casa c’erano adrenalina, paura e tensione. Fa parte del gioco ed è bello così».
Poi arriva quella frase che sembra uscita direttamente da una curva, da un campo, da una vita intera passata a inseguire un pallone.
«Ogni maledetta domenica è stupenda perché ti accende quell’adrenalina, quella competizione che solo le partite possono dare. Quando smetterò, sicuramente mi mancherà».
Alla Serena ragazzina: «Vivi, dai il 100% e divertiti»
Se potessi incontrare la Serena di tanti anni fa, cosa le diresti?
«Le direi di vivere come sta facendo, di mettere sempre il 100% in quello che fa, di essere positiva e di divertirsi. La vita è bella e bisogna godersi anche i momenti difficili».
Perché anche quelli servono.
«Sono belli da attraversare, perché quando passano diventiamo ancora più forti e ancora più grandi».
E allora il sogno può essere ancora grande.
«A me piace sognare alto. Sogno che ogni partita cresciamo, che ci conosciamo sempre di più e spero tanto di arrivare ai playoff. Da guerriere, pronte a tutto».
Serena Ortolani non è scaramantica: «Anzi, la odio»
Una campionessa con una carriera così lunga avrà pure un rito pre-partita?
La risposta sorprende.
«Io odio la scaramanzia, perché può togliere sicurezza. E già ci sono tante altre cose che possono farlo».
Le abitudini, però, sono un’altra cosa.
«Mi piace prepararmi alla partita mettendo la musica alta, caricandomi, facendo visualizzazioni e pensando positivo. Sono abitudini che mi sono costruita negli anni».
Ma niente elastici obbligatori o rituali intoccabili.
«Quelle cose tipo “devo avere per forza l’elastico di quel colore, altrimenti perdiamo” non le sopporto».

Una giornata con Serena: «Alle 6.30 comincia tutto»
E così arriviamo alla fotografia più quotidiana di questa nuova vita a Imola.
«Le mie giornate sono belle impegnative. Mi sveglio alle 6.30 e sveglio anche Gaia. Ci prepariamo, porto fuori il cane, do da mangiare al gatto, faccio colazione e poi alle otto porto Gaia a scuola».
Da Faenza a Imola per iniziare la giornata con la squadra.
«Ci metto circa venti minuti. Vado a fare i pesi con la squadra. Finito, aspetto che Gaia finisca scuola alle due. Nel frattempo leggo libri o studio qualcosa sulla pallavolo».
Poi si torna a casa.
«Alle due prendo Gaia, torniamo, pranziamo insieme e riposo un po’. Poi mi preparo per l’allenamento, riparto per Imola e sto con le ragazze. Finito l’allenamento torno a casa, ceno e vado a letto distrutta. E così finisce la giornata, tra cane e gatto».
Imola, però, sta già diventando casa.
«A parte il PalaRuggi, che ormai è casa, c’è Strike, il bar davanti al palazzetto, dove ci ritroviamo con le ragazze. Ma soprattutto Elio’s. È lì che andiamo spesso dopo le partite, per fare due chiacchiere e stare insieme».
Ed è forse proprio qui che si chiude il cerchio.
Perché Serena Ortolani potrebbe raccontare la propria carriera attraverso le medaglie. Potrebbe parlare degli scudetti, delle Champions, della Nazionale, delle finali e delle notti in cui il destino sembrava stare tutto dentro una palla da mettere a terra.
Ma lei sceglie ancora le persone.
Le compagne. Le giovani. Gaia. I genitori. Le nuove amicizie. La squadra.
E soprattutto sceglie il futuro.
La Clai Imola è una nuova pagina, non l’ultima pagina. È il posto dove una campionessa con una bacheca piena continua a fare quello che ha fatto da ragazza: entrare in palestra, ascoltare, imparare, sudare, divertirsi e chiedere ancora quella palla.
Perché alla fine, quando il palleggiatore la guarda negli occhi e decide di affidargliela, tutto torna semplice.
La palla sale.
Il muro si alza.
Il palazzetto trattiene il respiro.
E Serena Ortolani è ancora lì.
Pronta a saltare.
Danilo Billi
