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Dalla scoperta dell’hip hop a New York alla scelta di costruire una realtà dedicata alla danza nella sua città. L’insegnante pesarese racconta il valore della condivisione, l’importanza di appassionarsi e la sfida di accompagnare le nuove generazioni oltre i confini di uno schermo.

Ci sono passioni che arrivano quasi per caso e finiscono per diventare una parte fondamentale della nostra vita. Non bussano necessariamente alla porta quando siamo pronti ad accoglierle: a volte basta un volantino, una lezione di prova e quella sensazione difficile da spiegare che ci fa capire di aver trovato qualcosa di nostro.
La storia di Giulia Pancrazi, insegnante pesarese di Hip Hop, comincia proprio così. Ma sarebbe riduttivo raccontarla soltanto attraverso la danza, le coreografie, la musica e le lezioni in sala. Perché, ascoltandola durante una lunga chiacchierata, emerge qualcosa che va ben oltre il movimento del corpo: il desiderio di trasmettere una passione, costruire relazioni e lasciare un segno nella crescita dei ragazzi.
Il suo è un viaggio che passa da New York, attraversa l’evoluzione della cultura urban e ritorna a Pesaro, dove Giulia ha scelto di investire energie e competenze per costruire una realtà capace di diventare un punto di riferimento. Con una convinzione che accompagna tutto il suo racconto: non conta soltanto quanto si diventa bravi, ma anche quello che si impara lungo il percorso.
Giulia Pancrazi e la scoperta dell’Hip Hop: tutto comincia con una lezione di prova
La danza entra nella vita di Giulia quando è ancora piccolissima, intorno ai quattro o cinque anni. Dopo una prima esperienza, arrivano altre attività sportive, dal basket alla pallavolo fino alla ginnastica artistica. Poi, a nove anni, il ritorno alla danza, con il classico e il modern.
L’Hip Hop, a quel tempo, non aveva ancora la diffusione che conosciamo oggi nelle scuole di danza pesaresi. La svolta arriva intorno ai quindici anni, quando un volantino attira la sua attenzione: è stata aperta una scuola dedicata proprio alla doppia H e alla breakdance.
Giulia decide di provare insieme a un paio di amiche. Quella che sembra una semplice curiosità si trasforma rapidamente in qualcosa di molto più grande.
Comincia a frequentare due scuole, continuando a studiare danza classica e modern mentre si immerge sempre più nel mondo hip hop. Le lezioni aumentano, la passione prende spazio e, poco alla volta, la sua strada diventa sempre più chiara.
Il classico lascia progressivamente il posto a una disciplina nella quale Giulia riconosce una maggiore affinità. Non si tratta di rinnegare ciò che è venuto prima, ma di trovare la propria identità.
È una prima lezione che vale anche fuori dalla sala: qualche volta bisogna sperimentare, cambiare direzione e concedersi il tempo necessario per capire dove ci sentiamo davvero a casa.
New York, un’esperienza che cambia il modo di vivere la danza
Tra le tappe più importanti del suo percorso c’è New York, raggiunta intorno al 2010. Un’esperienza che lascia un segno profondo, non soltanto dal punto di vista tecnico, ma soprattutto umano e culturale.
Giulia frequenta il Broadway Dance Center, una realtà che le permette di confrontarsi con tanti insegnanti e stili differenti. Ha anche l’opportunità di seguire lezioni private con alcuni ballerini.
Ma il ricordo più prezioso non è legato esclusivamente allo studio in una scuola prestigiosa. Sono soprattutto gli incontri e le serate nei locali a farle scoprire una dimensione diversa dell’hip hop.
Dal martedì alla domenica, racconta, c’è la possibilità di vivere serate dedicate a stili come il popping e l’house, incontrando altri ballerini e condividendo esperienze.
È lì che Giulia scopre una cultura nella quale la danza non è soltanto una prestazione da giudicare, ma un’occasione per stare insieme, confrontarsi e imparare gli uni dagli altri.
Lo scambio diventa il cuore dell’esperienza. Non serve necessariamente essere i più bravi della sala, né trasformare ogni incontro in una competizione. C’è spazio per osservare, provare, sbagliare e lasciarsi contaminare da chi arriva con un bagaglio diverso.
È una lezione che Giulia si porta dietro ancora oggi e che cerca di trasmettere ai propri allievi.
La differenza tra vivere l’hip hop negli Stati Uniti e farlo in Italia rimane evidente. Da noi esiste una scena ricca, alimentata dai pionieri e dalle generazioni successive, con eventi, contest e occasioni di confronto. Ma, rispetto a New York, la cultura Hip Hop non è necessariamente qualcosa che i ragazzi incontrano ogni giorno nella strada o nella vita del proprio quartiere.
Per questo, secondo Giulia, è importante offrire loro occasioni per uscire dalla sala, conoscere altre realtà e respirare quell’ambiente in prima persona.
Perché una passione, per diventare davvero tale, ha bisogno anche di essere vissuta.
MDS Lab, tre realtà unite per costruire qualcosa di più grande
Dopo aver raccolto esperienze e competenze, Giulia ha scelto di investire il proprio percorso professionale a Pesaro.
Non una decisione priva di difficoltà, come emerge dalle sue parole, ma una scelta consapevole: provare a costruire nella propria città una realtà capace di offrire opportunità e stimoli anche senza dover guardare necessariamente altrove.
Oggi questa idea prende forma attraverso MDS Lab, Movimento Dance Studio, una scuola nata dall’unione di tre realtà e dalla volontà di collaborare anziché disperdere energie.
Il progetto ha mosso i primi passi attraverso l’unione di due scuole nel periodo successivo al Covid, una fase particolarmente difficile per chi lavora nel mondo della danza. In seguito, le realtà coinvolte hanno scelto di consolidare il percorso, arrivando a una sede unica, oggi al suo quarto anno di attività.
Una scelta che Giulia rivendica con orgoglio, soprattutto considerando quanto la collaborazione tra scuole possa essere preziosa in un ambiente nel quale, talvolta, le rivalità rischiano di diventare un ostacolo.
La sua idea è semplice: la competizione può essere costruttiva quando aiuta tutti a migliorare, mentre perde valore quando si trasforma in una contrapposizione sterile.
MDS Lab propone diversi percorsi, dalla danza classica al modern e al contemporaneo, fino al settore urban e ai corsi per adulti. Le attività partono dai più piccoli, intorno ai tre anni, e arrivano a chi decide di avvicinarsi alla danza in età adulta.
Proprio i corsi per adulti, inizialmente avviati quasi per gioco, si sono rivelati una sorpresa positiva.
Un segnale che racconta come il desiderio di ballare non appartenga soltanto a una fascia d’età e come non sia mai troppo tardi per concedersi uno spazio dedicato a sé stessi.
La vera soddisfazione? Vedere i ragazzi appassionarsi
È forse questo il passaggio più significativo dell’intera chiacchierata.
Giulia non nasconde di essere contenta del seguito costruito nel corso degli anni e del rinnovato interesse per l’Hip Hop a Pesaro. Ma quando parla del proprio lavoro, il discorso torna spesso su un altro punto: riuscire a far appassionare i ragazzi a qualcosa che li faccia stare bene.
La differenza, per lei, non sta soltanto nel risultato raggiunto o nella coppa conquistata durante una competizione.
La soddisfazione più grande è vedere nascere amicizie che continuano anche fuori dalla scuola, ragazzi che festeggiano insieme, condividono momenti e trovano nella danza un ambiente nel quale sentirsi parte di un gruppo.
In un periodo in cui la vita quotidiana sembra spesso passare attraverso uno schermo, la sala diventa così uno spazio concreto di incontro.
Certo, i telefoni servono anche per studiare video, osservare le battle e registrare momenti di lezione. La tecnologia non viene demonizzata, ma rimane uno strumento. Il centro dell’esperienza continua a essere il rapporto tra le persone.
Si lavora insieme, si ripete un passo, ci si confronta con l’insegnante e con i compagni. Si impara che il risultato non arriva sempre al primo tentativo e che il percorso di ciascuno ha tempi diversi.
Giulia osserva anche un fenomeno che la preoccupa: il ricambio continuo di ragazzi che provano un’attività, la abbandonano e passano rapidamente a un’altra, senza avere sempre il tempo di sviluppare un legame profondo con ciò che stanno facendo.
Non è una critica ai giovani, ma una riflessione sul valore della costanza e sulla difficoltà di affrontare gli ostacoli quando qualcosa diventa impegnativo.
Perché crescere significa anche imparare ad accettare una correzione, riconoscere i propri limiti e provare nuovamente.
E significa capire che non tutto deve arrivare subito.

Niente tappe bruciate: ogni ragazzo ha il proprio tempo
Nel lavoro con bambini e adolescenti, Giulia insiste su un concetto fondamentale: non bisogna bruciare le tappe.
Anche quando un bambino dimostra un talento particolare o una velocità di apprendimento superiore alla media, è importante rispettarne i tempi di crescita.
Il compito dell’insegnante non è soltanto riconoscere una capacità, ma accompagnarla senza trasformarla in una corsa continua verso il risultato.
Il saggio di fine anno, naturalmente, resta un momento importante: è l’occasione per portare sul palco ciò che è stato studiato durante i mesi di lezione e condividere il risultato con famiglie e amici.
Ma non può essere l’unico obiettivo.
Per Giulia è importante offrire ai ragazzi anche la possibilità di partecipare ai contest, assistere alle battle, conoscere altri ballerini e scoprire che fuori dalla propria scuola esiste un mondo molto più ampio.
È un modo per alimentare la curiosità e dare nuovi significati a ciò che si impara in sala.
Il talento può aprire una porta, ma sono la passione, la voglia di conoscere e la disponibilità a mettersi in gioco a permettere di attraversarla davvero.
Ed è proprio qui che la danza supera i confini della disciplina sportiva o artistica, diventando un’esperienza capace di contribuire alla formazione della persona.
La musica, le radici Hip Hop e la voglia di continuare a imparare
Per Giulia, insegnare significa anche continuare a studiare.
La musica occupa un posto centrale nel suo lavoro, tanto che dedica particolare attenzione all’ascolto e alla capacità degli allievi di riconoscere il ritmo.
Il suo punto di partenza rimane la vecchia scuola, quella musica che ha accompagnato la sua crescita e che considera fondamentale far conoscere alle nuove generazioni.
Artisti e brani di un’epoca che ha segnato la storia della cultura urban restano riferimenti importanti, anche se questo non significa chiudersi alle sonorità contemporanee.
Giulia ammette che alcuni linguaggi musicali attuali sono lontani dai suoi gusti personali, ma riconosce che si può danzare anche sulla trap e su generi differenti, cercando le sonorità e i ritmi più adatti al movimento.
L’obiettivo è educare l’orecchio, aiutare i ragazzi a entrare in sintonia con la musica e insegnare loro a interpretarla.
Per farlo, utilizza esercizi pratici che coinvolgono il conteggio, le mani e il corpo, lavorando sulla relazione tra suono e movimento.
È un aspetto sul quale lei stessa vuole continuare a migliorare, perché considera lo studio una parte irrinunciabile del proprio mestiere.
Anche il confronto con altri professionisti rimane importante. Per questo Giulia si avvale di insegnanti esterni e cerca occasioni di formazione, convinta che ogni esperienza possa offrire nuovi stimoli.
La ricerca musicale trova inoltre un terreno interessante nel dialogo con il suo compagno, un DJ con il quale condivide ascolti e scoperte. I rispettivi mondi si incontrano, si contaminano e suggeriscono nuove possibilità: vecchi brani possono essere riscoperti attraverso versioni differenti, mentre sonorità nuove possono trovare spazio nella danza.
Anche in questo caso, la parola chiave è condivisione.

Pesaro, una città da amare e una mentalità da cambiare
Il rapporto con Pesaro è uno dei passaggi più personali del racconto di Giulia.
La città rappresenta il luogo nel quale ha deciso di costruire il proprio progetto, ma anche un ambiente nel quale non sempre è semplice trovare lo spazio necessario per far crescere le idee.
Quando parla di un rapporto di amore e odio, lo fa per descrivere proprio questa contraddizione.
Da una parte c’è il desiderio di valorizzare le possibilità offerte dal territorio, creando un punto di riferimento per i giovani e per chi vuole avvicinarsi alla danza. Dall’altra, la sensazione che alcuni schemi mentali siano difficili da superare e che certe novità incontrino resistenze.
La risposta di Giulia, però, non è quella di arrendersi o di cercare necessariamente altrove la propria strada.
È continuare a lavorare, aprire porte e accompagnare i ragazzi fuori dalla loro zona di comfort, mostrando loro ciò che accade in altre città e altre realtà.
Con una precisazione importante: conoscere il mondo non significa dover abbandonare la propria città. Significa scoprire che anche a Pesaro si possono coltivare ambizioni, costruire relazioni e dare vita a progetti di valore.
La danza diventa così uno strumento per allargare gli orizzonti, alimentare la curiosità e contribuire, nel proprio piccolo, a una comunità più aperta.
E forse è proprio questa la sfida più interessante: lasciare qualcosa di buono non soltanto nelle persone che frequentano una scuola, ma anche nel luogo in cui quella scuola vive.
Il sogno di Giulia Pancrazi: lasciare un segno attraverso la danza
Quando la chiacchierata si avvia verso la conclusione, torna una sensazione che accompagna tutto il racconto: per Giulia la danza è molto più di un lavoro.
È una passione che occupa gran parte delle sue giornate, ma anche uno spazio nel quale ritrovare sé stessa, ascoltare musica, incontrare persone e continuare a scoprire qualcosa di nuovo.
Fuori dalla sala, quando riesce a ritagliarsi del tempo, ama viaggiare, passeggiare e stare vicino al mare. Tra i luoghi di Pesaro che apprezza ci sono Baia Flaminia e il San Bartolo, soprattutto quando è possibile godersi questi spazi con tranquillità.
Sono piccoli momenti che ricordano quanto sia importante trovare un equilibrio, anche quando ciò che si ama finisce per occupare quasi tutto il tempo a disposizione.
Il suo obiettivo, intanto, rimane chiaro: continuare a costruire una realtà capace di far crescere i ragazzi, offrendo loro occasioni per imparare, divertirsi e appassionarsi.
Non tutti diventeranno ballerini o insegnanti. Ognuno prenderà la propria strada, magari verso professioni completamente diverse. Ma l’augurio è che, negli anni trascorsi in sala, possano trovare qualcosa che li accompagni anche dopo.
Un’amicizia, una maggiore fiducia in sé stessi, la capacità di lavorare insieme agli altri. Oppure, più semplicemente, il ricordo di un luogo nel quale si sono sentiti bene.
Perché alla fine, dietro ogni passo imparato, ogni coreografia e ogni esibizione, c’è qualcosa che non si misura con una classifica.
È la possibilità di crescere attraverso una passione e di scoprire che il bello non sta soltanto nell’arrivare, ma anche nelle persone incontrate lungo il cammino.
E allora la storia di Giulia Pancrazi ci lascia proprio questa immagine: una sala di danza, la musica che parte, ragazzi diversi che provano a trovare il proprio ritmo e un’insegnante che continua a credere nel valore di ciò che sta costruendo.
A Pesaro, una lezione alla volta.
Perché certe passioni non servono soltanto a insegnarci a ballare. Ci insegnano, soprattutto, a stare insieme.
Danilo Billi

