Dai campetti sul mare alla Serie A, passando per tre scudetti, tre Supercoppe italiane e la maglia azzurra. Oggi l’ex playmaker pesarese è tornata nella sua città e lavora come fisioterapista, mettendo la propria esperienza al servizio degli altri. E con la Nazionale femminile di basket sorde, l’azzurro è tornato nella sua vita in una veste nuova.
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Ci sono passioni che nascono quasi per caso, magari su un campetto vicino al mare, quando il sole picchia forte e l’unico pensiero è inseguire un pallone fino a quando non arriva sera. Poi, qualche volta, quella passione prende per mano una ragazzina e la accompagna lontano da casa, verso una vita che non avrebbe mai immaginato, tra palazzetti pieni, vittorie indimenticabili e sacrifici che diventano parte di sé.
La storia di Valeria Battisodo comincia proprio a Pesaro, città dove la pallacanestro si respira e dove lei, fin da piccola, giocava dalla mattina alla sera insieme agli amici. Da quei campetti è arrivata all’Olimpia Pesaro, prima di lasciare casa ancora giovanissima per trasferirsi a Parma e affacciarsi alla Serie A1.
Playmaker di talento, Battisodo ha costruito una carriera importante nel basket femminile italiano, vestendo anche le maglie di Schio, Lucca e Virtus Bologna. Nel suo palmarès brillano tre scudetti e tre Supercoppe italiane, oltre alle esperienze con le Nazionali giovanili e quella maggiore. Numeri e trofei che raccontano soltanto una parte del suo percorso, perché dietro ogni vittoria ci sono una ragazza cresciuta in fretta, una famiglia che ha saputo lasciarla partire e tante persone incontrate lungo la strada.
Oggi Valeria è tornata a Pesaro, dove lavora come fisioterapista. Il parquet appartiene al passato, ma non sono scomparsi gli insegnamenti che le ha lasciato. E l’azzurro, inaspettatamente, è tornato a far parte della sua quotidianità: non più da giocatrice, ma come fisioterapista della Nazionale femminile di basket sorde.
Ascoltandola, tra ricordi, gratitudine e nuove consapevolezze, si scopre che il filo tra la giocatrice di ieri e la professionista di oggi non si è mai spezzato.
Valeria Battisodo e le origini a Pesaro: tutto è cominciato sui campetti
Valeria, partiamo dalla tua città. Come ti sei avvicinata alla pallacanestro e quando hai capito che poteva diventare qualcosa di più di una passione?
«Ho iniziato a giocare a basket al mare, nei campetti di Pesaro, insieme ad alcuni amici. Giocavo tutti i giorni, dalla mattina alla sera, anche sotto il sole e con quaranta gradi. Quando è arrivato l’autunno ho deciso di iscrivermi all’Olimpia Pesaro e da lì non ho più smesso. Anche mio padre giocava a basket, quindi in casa si respirava pallacanestro.
Ho capito che poteva diventare una professione quando è arrivata la chiamata per andare a Parma. In quel momento ho pensato che forse si stava facendo sul serio e ho iniziato a percorrere quella strada».
Una strada che, a soli sedici o diciassette anni, ti ha portata lontano dalla tua città. Che cosa ha significato lasciare casa così giovane?
«È stata un’opportunità che non potevo lasciarmi scappare. Ho dovuto lasciare la scuola, gli amici, la mia squadra di Pesaro e soprattutto la famiglia, cambiando completamente vita. Mi sono trovata subito bene e, con il tempo, tutti quei sacrifici sono stati ripagati dalle soddisfazioni.
Devo ringraziare sempre i miei genitori, perché mi hanno permesso di inseguire questo sogno. Per loro non dev’essere stato facile vedermi partire, anche se erano felici per me. Sapevano che non mi avrebbero più avuta accanto tutti i giorni.
Mi allenavo tante ore, studiavo e frequentavo la scuola. Il tempo libero era pochissimo, nonostante fossi un’adolescente. Quando giochi in Serie A devi concentrarti soprattutto sulla pallacanestro».
Il ruolo di playmaker e la fiducia ricevuta a Schio
Nella tua carriera hai sempre giocato in cabina di regia. Che cosa significa per te essere una playmaker?
«È un ruolo che ho sempre fatto, fin da quando giocavo nell’Olimpia Pesaro. Lo adoro, anche se comporta tante responsabilità ed è molto difficile. Per me è anche il più bello.
Ho cercato di lavorare su tutti gli aspetti: il controllo della palla, i passaggi, la capacità di mettere le compagne nelle condizioni migliori per tirare e di aiutare chi in quel momento era un po’ in difficoltà. Mi piaceva soprattutto cercare di far emergere il meglio della squadra. Lavoravo per le mie compagne, anche se mi piaceva molto tirare da tre punti».
Nel tuo percorso ci sono state diverse piazze importanti. Parma ti ha aiutata a crescere, Schio ti ha dato fiducia e Lucca ti ha regalato uno scudetto indimenticabile. Dove ti sei sentita maggiormente valorizzata?
«Parma è stata la squadra che mi ha presa da giovanissima e che mi ha aiutata a diventare la giocatrice che sono stata. Mi ha fatto crescere tantissimo anche come persona.
A Schio, invece, ho vissuto un salto di qualità importante, confrontandomi con giocatrici di Eurolega. È stato un ambiente nel quale mi sono sentita molto valorizzata, anche grazie a un allenatore che ha creduto tantissimo in me. Non avevo mai giocato in Eurolega e lui mi ha dato fiducia, permettendomi di crescere sotto ogni aspetto. Gli sarò sempre riconoscente.
Anche a Bologna ho vissuto due annate fantastiche. Siamo riuscite a portare tanto pubblico al Pala Dozza e ad arrivare fino alla finale scudetto. È stata un’esperienza magica».











In queste foto c’è tutta la vita e la carriera di Valeria Battisodo
Tre scudetti, ma quello di Lucca ha un posto speciale
Nel tuo palmarès ci sono tre scudetti e tre Supercoppe italiane. Quale vittoria ricordi con più emozione?
«Tutti e tre gli scudetti mi sono rimasti nel cuore. Il primo non si dimentica mai, ma anche il secondo conquistato con Schio è stato speciale, perché avevo avuto molto più spazio e responsabilità rispetto alla prima esperienza.
Se devo scegliere un momento, però, penso allo scudetto vinto a Lucca. È stato inaspettato, una di quelle vittorie che arrivano grazie soprattutto al cuore che metti in campo, oltre che al talento. È stata un’annata pazzesca, con un palazzetto pieno di gente. Sembrava un sogno a occhi aperti».
Dietro quel trionfo c’era una squadra capace di costruire qualcosa che andava oltre il campo.
«Eravamo un gruppo fantastico, molto affiatato. Stavamo bene insieme, ci divertivamo in campo e fuori e avevamo un legame davvero speciale. Abbiamo condiviso tantissime cose e credo che quella sintonia abbia fatto la differenza.
Quello scudetto rimarrà sempre con me, così come le persone che ho incontrato in quegli anni».
Le difficoltà, la panchina e la forza di ripartire
In una carriera così lunga non possono esserci soltanto vittorie. Qual è stato il momento più difficile?
«Penso di aver subito qualche ingiustizia durante la carriera, anche se preferisco non entrare nei dettagli. Sono sempre riuscita a rimettermi in carreggiata, a superare i momenti complicati e a dimostrare di poter stare in campo.
L’esperienza più difficile è stata probabilmente l’ultimo anno a Campobasso. Arrivavo da stagioni importanti a Schio e Bologna, con scudetti e finali, mentre lì mi sono ritrovata spesso in panchina. È stato duro, perché ogni giocatrice vuole sentirsi parte della squadra e poter dare il proprio contributo.
Ho cercato comunque di continuare a lavorare su me stessa e di trovare il bello della pallacanestro anche durante gli allenamenti. In certe situazioni puoi sentirti impotente: devi accettare quello che succede, lavorare e andare avanti».
Quella stagione ha coinciso anche con la fine della tua carriera agonistica. È stato difficile voltare pagina?
«Non è stato semplicissimo, anche perché sapevo che sarebbe stata una delle mie ultime stagioni. Però avevo già un altro obiettivo: volevo studiare per entrare a Fisioterapia. Avere un nuovo progetto in testa mi ha aiutata a lasciare il basket. Probabilmente, senza un’altra aspirazione, sarebbe stato più difficile».
La maglia azzurra e le persone che restano
Nel tuo percorso hai indossato anche la maglia della Nazionale. Che cosa rappresenta per te quell’esperienza?
«È stata un’emozione incredibile. Ho fatto tutta la trafila delle giovanili, dall’Under 15 all’Under 20, partecipando a campionati europei e vivendo tanti anni insieme alle stesse ragazze. Sono ricordi che non dimenticherò mai e che considero tra i più belli della mia carriera.
Sono grata a tutte le persone che ho incontrato. Ringrazierò sempre Maurizio Scanzani, che ha creduto in me e mi ha portata a Parma, dando inizio a tutto. E porto nel cuore le mie allenatrici di Pesaro, Sabrina Montaccini, Daniela Vampa e Laura Fabbri, che mi hanno trasmesso l’amore per questo sport senza mai farmene allontanare».
E poi ci sono le compagne, alcune delle quali sono diventate amiche anche fuori dal parquet.
«Ho conosciuto tantissime giocatrici, italiane e straniere. Il gruppo di Lucca resterà sempre speciale. Oggi, però, le persone che continuano a essere presenti nella mia vita e che considero davvero amiche sono poche, si contano sulle dita di una mano. Ma sono persone a cui voglio un bene enorme e so che ci saranno sempre per me, così come io ci sarò per loro».
Guardando al basket femminile di oggi, che cosa pensi sia cambiato?
«Credo che il livello atletico e fisico sia cresciuto molto. Il gioco è più veloce e spettacolare, ma forse oggi si dà più importanza alle caratteristiche fisiche rispetto ai fondamentali tecnici. La tecnica resta importante e non voglio dire che non ci sia, però mi piacerebbe che continuasse a essere valorizzata. Per me la qualità tecnica è una parte fondamentale della pallacanestro».
Da cestista a fisioterapista: una nuova vita a Pesaro
Oggi sei tornata nella tua città e hai intrapreso una nuova professione. Come è nata la scelta della fisioterapia?
«È un mondo che mi ha sempre affascinata, fin da quando ho iniziato a giocare. Ho avuto anche qualche infortunio importante ai piedi durante gli anni a Parma, ma la mia passione per la fisioterapia non è nata soltanto da quello.
Mentre giocavo era difficile frequentare l’università di Fisioterapia, perché c’era l’obbligo di frequenza e io mi allenavo anche due volte al giorno. Così ho scelto prima Scienze motorie, un percorso che potevo conciliare con la pallacanestro. In questo modo, una volta terminata la carriera, avrei potuto dedicarmi a Fisioterapia.
Mi sono laureata a Campobasso, dove avevo disputato la mia ultima stagione, e poi sono tornata a Pesaro. Oggi lavoro da Fisioclinics e sono anche fisioterapista della Virtus Volley Fano, in Serie A2».
Quanto ti aiuta essere stata un’atleta professionista nel tuo lavoro di oggi?
«È sicuramente un valore aggiunto. Quando devo seguire un atleta che sta affrontando un infortunio o un percorso di riabilitazione, so che cosa sta vivendo perché l’ho provato sulla mia pelle. La mia esperienza mi dà un bagaglio in più e mi permette di comprendere meglio alcune difficoltà.
La cosa che mi dà più soddisfazione è aiutare gli altri. Quando una persona arriva con un problema fisico e, alla fine del percorso, ti ringrazia perché sta meglio ed è riuscita a tornare a fare quello che faceva prima, provi una grande gioia. È una delle soddisfazioni più belle del mio lavoro».
Il ritorno in azzurro: Valeria Battisodo fisioterapista della Nazionale femminile di basket sorde
E proprio la fisioterapia ha riportato Valeria a indossare idealmente la maglia azzurra, questa volta da una prospettiva diversa. Il 21 aprile 2026, a Pesaro, è stato presentato il nuovo staff della Nazionale femminile di basket sorde: Mauro Procaccini è stato nominato commissario tecnico, Maria Chiara Franchini viceallenatrice e preparatrice atletica, mentre Battisodo è entrata nel gruppo come fisioterapista.
Un incarico che unisce il suo presente professionale al passato da giocatrice e a un legame speciale con persone già incontrate lungo la carriera.
«Con Mauro e Kiki ho condiviso una parte significativa della mia carriera. Ritrovarli oggi è davvero speciale», ha raccontato in occasione della presentazione del nuovo staff.
È una nuova esperienza, ma anche un ritorno a qualcosa che Valeria conosce bene: il lavoro di squadra, la preparazione, l’attenzione alle atlete e il valore di una maglia che rappresenta molto più di una semplice divisa. Solo che adesso il suo contributo non passa più dai passaggi e dalle letture di gioco, bensì dalle competenze professionali maturate dopo il ritiro.
E c’è un dettaglio che rende questo capitolo ancora più significativo: il nuovo staff è stato presentato proprio a Pesaro, la città in cui tutto è cominciato. Un cerchio che si riavvicina alle origini, senza cancellare la strada percorsa lontano da casa.
Il parquet non manca: ogni stagione ha il suo tempo
A tre anni circa dalla tua ultima esperienza da giocatrice, ti capita ancora di sentire nostalgia del campo?
«La verità è che non mi manca particolarmente giocare. Credo che ogni fase della vita abbia il suo momento e che quello del basket, per me, fosse arrivato alla fine. È iniziato il momento di cambiare vita e di costruire una nuova carriera.
L’anno scorso, guardando alcune partite e tornando a vedere la finale scudetto femminile, ho provato qualche momento di nostalgia. Ma oggi sto bene così. Mi piace il lavoro che faccio, sono contenta di quello che ho e sono grata per tutto ciò che ho vissuto e per quello che la vita saprà ancora regalarmi».
Se potessi incontrare la ragazzina che giocava nei campetti di Pesaro e che stava per partire per Parma, che cosa le diresti?
«Le direi di credere sempre in se stessa, di divertirsi e di stare tranquilla, perché andrà tutto bene. Nel bene e nel male, le cose andranno come devono andare».
Quando il sogno cambia forma, ma non smette di vivere
Ci sono carriere che si misurano con i trofei e altre che si raccontano attraverso le persone che hanno lasciato un segno. Quella di Valeria Battisodo appartiene a entrambe le categorie. Tre scudetti e tre Supercoppe raccontano il valore di una giocatrice che ha saputo ritagliarsi un posto importante nella pallacanestro italiana. Ma forse sono le parole dedicate ai genitori, alle allenatrici di Pesaro, alle compagne diventate amiche e alle persone che oggi aiuta ogni giorno a restituire il ritratto più autentico della donna.
Pesaro è il punto da cui tutto è cominciato: i campetti sul mare, l’Olimpia, gli amici, la famiglia e quel pallone che, da semplice divertimento, si è trasformato in una professione. Andarsene a sedici o diciassette anni per inseguire un sogno non significa dimenticare le proprie radici. A volte significa soltanto partire per capire quanto siano importanti.
Oggi Valeria è tornata a casa e ha cambiato prospettiva. Non è più lei a cercare spazio in cabina di regia, a leggere il gioco e a mettere le compagne nelle condizioni migliori per segnare. Adesso il suo compito è aiutare gli altri a ritrovare movimento, fiducia e libertà attraverso la fisioterapia. E, con la Nazionale femminile di basket sorde, può mettere questa esperienza anche al servizio di un gruppo azzurro che si prepara a scrivere nuove pagine della propria storia.
Il campo è rimasto alle spalle, ma lo spirito di squadra, la disciplina e la capacità di rialzarsi dopo una difficoltà continuano ad accompagnarla.
E forse è proprio questa la vittoria più bella: scoprire che un sogno non deve necessariamente durare per sempre nella stessa forma. Può cambiare maglia, palestra e perfino mestiere, senza perdere la sua anima.
Perché ci sono passioni che non finiscono con l’ultima partita: semplicemente, imparano a giocare una partita diversa.
Danilo Billi

