Ci sono giocatrici che entrano in uno spogliatoio e si fanno sentire subito. Altre che preferiscono osservare, ascoltare e lasciare che siano i fatti a parlare. Alice Gnudi appartiene a questa seconda categoria.
La sua stagione con l’Enjoy Calcio a 8 Femminile Bologna è stata straordinaria. Gol a raffica, il premio di miglior attaccante, una finale vinta e una squadra trascinata fino al traguardo più bello. Eppure, parlando con lei, si ha quasi la sensazione che tutto questo sia successo a qualcun altro.
Perché Alice è fatta così.

È una ragazza che fatica ancora oggi a mettersi al centro dell’attenzione, che si emoziona più per il gruppo che per i premi individuali e che, quando le chiedi di raccontare un gol, quasi si imbarazza.
«Molto spesso non riesco neanche a ricordarmelo. Succede tutto così velocemente che mi giro, tiro e la palla entra. Poi ci metto un po’ a realizzare.»
Ed è forse proprio questa spontaneità a renderla speciale.
Una bambina con il pallone tra i piedi
Il calcio entra nella sua vita molto prima dell’Enjoy.
Molto prima dei premi.
Molto prima dei campionati.
«Giocavo già alle elementari. Mio fratello ha due anni più di me e io andavo a giocare con lui e con i suoi amici. Ero piccolissima, uno scricciolo in mezzo a ragazzi molto più grandi.»
Poi arriva l’atletica.
Quella che ancora oggi rappresenta una parte fondamentale della sua vita.
Dalla prima media in poi la pista diventa una seconda casa.
Salto in alto, gare regionali, rappresentativa regionale, meeting nazionali e perfino manifestazioni internazionali.
Una carriera importante.
Ma il pallone continua a bussare alla porta.
Finché cinque anni fa una semplice festa di compleanno cambia tutto.
Una partitella di calcio a cinque in palestra.
Una serata come tante.
E una proposta arrivata quasi per caso.
«Le ragazze dell’Enjoy erano poche e mi chiesero se potevo andare a giocare con loro.»
Da lì nasce tutto.

Il calcio a cinque? “Non era il mio mondo”
Alice ride quando lo racconta.
«Il calcio a cinque non mi è mai piaciuto tantissimo.»
Non per mancanza di passione.
Per una questione fisica.
«Nell’atletica corri e lasci andare le gambe. Nel calcio a cinque devi inchiodare, frenare, ripartire. Ho sofferto tantissimo muscolarmente.»
A trattenerla era il gruppo.
La scoperta di qualcosa che nell’atletica mancava.
La squadra.
«Venendo da uno sport individuale, la cosa che mi ha conquistato è stata proprio quella.»
Quando arriva il passaggio al calcio a otto, tutto cambia.
«Lì sì che mi sono sentita nel mio ambiente.»
La stagione della sorpresa
La verità è che Alice non si aspettava nulla di tutto quello che è successo quest’anno.
Veniva da una stagione senza calcio.
Conosceva poche compagne.
Aveva davanti una squadra nuova.
«Assolutamente no. Non pensavo minimamente a una stagione del genere.»
Eppure, partita dopo partita, qualcosa si è acceso.
L’Enjoy cresce.
Lei cresce.
I gol aumentano.
E improvvisamente quella ragazza che non si considera un talento diventa il riferimento offensivo della squadra.
«Credo che dipenda molto dalle compagne. I palloni arrivavano bene da dietro e io cercavo semplicemente di farmi trovare pronta.»
La classica risposta di chi preferisce condividere i meriti piuttosto che prenderseli.

Il premio che non si aspettava
Quando arriva il riconoscimento di miglior attaccante del campionato, Alice resta quasi incredula.
«Mi ha sorpreso tantissimo.»
Non è falsa modestia.
È il suo modo di essere.
«Ho iniziato tardi rispetto a tante altre ragazze e tecnicamente so di avere ancora tanti margini.»
Ma i numeri non mentono.
Quel premio racconta una stagione vissuta da protagonista assoluta.
La prima vera grande soddisfazione personale nel calcio.
Dopo una finale persa ai rigori con l’Airone e dopo tanti anni di lavoro silenzioso.

I lividi della bomber
Fare l’attaccante significa anche attirare attenzioni particolari.
Le difese avversarie lo hanno capito presto.
Alice era la giocatrice da fermare.
Quella da controllare.
Quella da limitare.
«In alcune partite sono uscita davvero provata.»
E qualche livido non è mancato.
«Di botte ne ho prese parecchie.»
Lo racconta sorridendo.
Quasi fosse la cosa più normale del mondo.
«Io non sono una giocatrice aggressiva. Cerco sempre di giocare il pallone. Però alcune partite sono state davvero fisiche.»
Lividi sulle gambe.
Contrasti.
Marcature strette.
Duelli continui.
Piccoli segni che raccontano meglio di qualsiasi statistica quanto sia stata importante per la sua squadra.
Le caviglie fragili e i campi difficili
Chi la vede correre non immagina che dietro quella corsa si nasconda una lotta continua.
Alice convive da anni con problemi alle caviglie.
«Quest’anno me le sono storte due volte.»
I campi duri e sconnessi del calcio a otto non aiutano.
Anzi.
«Per chi arriva dall’atletica è complicato. Noi siamo abituati a correre dritti, con scarpe ammortizzate. Qui ci sono buche, cambi di direzione e tacchetti.»
Il risultato?
Polpacci durissimi.
Caviglie sotto stress.
E tanta attenzione a ogni appoggio.
«Cerco di fare stretching e di prevenire il più possibile.»

Una giornata che dura ventiquattro ore
La cosa impressionante è che il calcio rappresenta solo una parte della vita di Alice.
Perché quando finisce l’allenamento, il giorno dopo la sveglia suona presto.
Molto presto.
Da undici anni lavora nella pubblica assistenza di Sasso Marconi.
È stata una delle prime dipendenti della struttura.
Coordina servizi sociali, trasporti sanitari e volontari.
Organizza mezzi e persone.
Spesso sale anche in ambulanza.
«A volte inizio alle sei del mattino.»
Trasporti di anziani.
Pazienti da accompagnare.
Servizi da coordinare.
Telefonate.
Emergenze organizzative.
Una vita che corre alla stessa velocità con cui corre lei in campo.





Alice primeggia anche nell’atletica, che continua a praticare e insegnare…
L’altra Alice: quella che allena i bambini
C’è però un altro lato che racconta molto della sua personalità.
Da quando aveva quindici anni lavora anche nell’atletica come istruttrice.
Tre volte alla settimana allena bambini e ragazzi.
Entra nelle scuole.
Organizza attività sportive.
Insegna movimento e passione.
«Mi piace tantissimo.»
E probabilmente non è un caso.
Perché chi la conosce descrive Alice come una persona estremamente paziente e disponibile.

La musica? Solo in macchina
In un’epoca in cui tutti corrono con le cuffie, Alice va controcorrente.
«Corro sempre senza musica.»
Una rarità.
«La ascolto tantissimo in macchina, quello sì.»
Musica italiana.
Le canzoni dell’estate.
I tormentoni.
Le hit che passano da Sanremo alle radio.
«L’inglese non l’ho mai capito molto bene.»
Ride.
E anche questa risposta racconta la sua semplicità.
Niente playlist motivazionali.
Niente rituali particolari.
Quando corre preferisce sentire il rumore dei passi e restare sola con i propri pensieri.
Il beach volley, l’aria aperta e le amicizie
Se non è in ambulanza, su una pista o su un campo da calcio, è facile trovarla su un campo da beach volley.
«Ci piace tantissimo.»
Per anni ha trascorso gli inverni tra tornei e weekend con gli amici.
Sempre all’insegna dello sport.
Sempre all’aria aperta.
Perché il movimento, per Alice, non è mai stato soltanto allenamento.
È un modo di vivere.
Timida sì, ma soltanto all’inizio
Durante la chiacchierata emerge forse il dettaglio più bello.
Alice ammette di non amare le interviste.
Non ama parlare davanti a tante persone.
Le telecamere la mettono in difficoltà.
«Se fossimo stati davanti a un pubblico probabilmente non l’avrei fatta.»
Eppure basta ascoltarla qualche minuto per capire che dietro quella timidezza si nasconde una persona profonda.
«Fino a cinque anni fa parlavo pochissimo. Ero quasi muta.»
Oggi sorride mentre lo racconta.
Un’altra vittoria silenziosa.
Forse ancora più importante di quelle conquistate sul campo.
Una promessa per il futuro
Alla domanda sul prossimo anno non esita nemmeno un secondo.
«Ho già dato la mia parola. Resterò all’Enjoy.»
Poche parole.
Ma pesano come un contratto firmato.
Perché Alice è così.
Non ama fare proclami.
Non ama stare al centro della scena.
Preferisce lasciare che siano i fatti a raccontarla.
Proprio come ha fatto per tutta questa stagione.
Tra gol, lividi, sacrifici, ambulanze, bambini da allenare, campi sconnessi e sveglie all’alba.
Una stagione da bomber.
Una vita da esempio.
E il sorriso sincero di una ragazza che continua a vivere il calcio con la stessa semplicità con cui, da bambina, rincorreva un pallone insieme a suo fratello.
Danilo Billi

