“‘Il Cantastorie’: il libro che unisce memoria, calcio e voglia di vivere” totalmente gratis per tutti voi!

La copertina del mio ultimo libro
Un modo originale per come grafica di chiusura del mio libro.

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  1. Avatar di Giovanni Lamanna Giovanni Lamanna ha detto:

    Il Cantastorie — Danilo Billi C’è un padre, in questo libro, che porta suo figlio al Dall’Ara per la prima volta. E c’è, qualche pagina dopo, un’auto pirata che quel padre se lo porta via. Tra queste due cose sta tutto il resto: la curva, il microfono, le fotografie, le storie delle altre persone raccontate per una vita intera prima di trovare il coraggio di raccontare la propria. Danilo Billi scrive perché aveva bisogno di riprendersi la voce. Lo dice fin dalle prime righe, dopo anni difficili fatti di solitudine, soldi che non bastavano e malattia. Non è un libro scritto per regolare conti, e non è nemmeno un libro scritto per piacere. È uno che si siede davanti a te e comincia a parlare. E parla di un’estate in cui Bologna sembrava andare a fuoco. Del Meloncello sotto i portici, dove si ritrovavano tutti — ultras, writer, b-boy, punk, ragazzi che stavano semplicemente in strada — tenuti insieme dal rap, dalle sfide freestyle, dalle birre e da un amore per la città che oggi si fa fatica a spiegare. Dei Giardini Margherita, dei raduni di writing, delle fanzine fotocopiate, di Super Tifo che arrivava in edicola. Un’epoca in cui le cose si sapevano perché qualcuno te le diceva in faccia. Poi arriva il microfono. Le radio libere, le radiocronache, le notti in diretta. Le partite di volley femminile raccontate per Radio Logica, dalla Teodora Ravenna alla Famila Imola. I primi siti scritti a mano in HTML quando il web era ancora una terra di nessuno. E la fotografia, che per Billi non è mai stata una questione di estetica: è il modo di dare un volto a un’emozione che altrimenti sparirebbe con il fischio finale. C’è Carmela, in mezzo. Lei con il Conservatorio e la pizzica salentina, lui con il rap di strada. Due modi opposti di sentire la musica che diventano, nel racconto, una lezione su quanto sia difficile e necessario capire chi abbiamo davanti. Ma il cuore del libro è il calcio femminile. Billi ci ha messo dentro anni di lavoro vero, di uffici stampa, di visibilità costruita pezzo per pezzo per squadre e atlete che nessuno raccontava. Il suo modo di farlo — mai la statistica, mai lo scoop, sempre la persona: lo studio, i sacrifici, la fatica di conciliare tutto, la normalità — è la parte più bella di queste pagine. Ed è anche la parte in cui fa più male, perché quel mondo a un certo punto lo ha messo da parte, di colpo, lasciandolo solo. Non lo nasconde, e la ferita si sente. Si chiude con la madre, con gli amici quelli veri, con il Buddismo, e con l’idea ostinata che le storie umane contino ancora qualcosa. Va detto: non è un libro perfetto. Certi temi tornano più di una volta, l’amarezza in qualche passaggio prende il sopravvento, e la cronologia va dove la porta il ricordo invece di stare in fila. Ma la memoria di chiunque funziona esattamente così. Un memoir più ordinato sarebbe stato un memoir meno vero. Consigliato a chi c’era, tra i ’90 e i primi 2000, e a chi vuole capire com’era. A chi ama la storia del tifo e a chi segue il calcio femminile sapendo che dietro ogni nome c’è una vita. E a chiunque riconosca il valore di una storia raccontata senza rete.

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