La bambina che non voleva uscire dall’acqua, finché vide un pallone
Ci sono storie che nascono in silenzio, senza fanfare. Storie che cominciano in una piscina, tra il rumore dell’acqua e il cloro che pizzica gli occhi.
Giulia Calli, oggi capitano del Riccione Femminile, era una bambina che nuotava. Nuotava sempre. Nuotava forte. Nuotava bene.
Poi un giorno, a sei anni, qualcosa cambia.

«Mi sono avvicinata al calcio a sei anni. In famiglia lo guardavano tutti, e mio cugino, che aveva la mia stessa età, giocava. Io facevo nuoto, ma un giorno ho deciso di provare. Da lì ho iniziato.»
Urbania, un paese che profuma di Marche e di tradizioni, diventa il suo primo campo da gioco. E lì succede la prima cosa che racconta chi nasce con il pallone nel sangue: Giulia gioca con i maschi. Gioca fino ai 14 anni. Gioca da unica femmina.
«Ho giocato nell’Urbania con i maschi fino ai 14 anni. Ero l’unica femmina.»
È lì che nasce la sua identità: non quella di una ragazza che gioca a calcio, ma quella di una calciatrice. Punto.
L’incontro che cambia tutto: Riccione
La storia di Giulia cambia quando arriva uno sguardo che la vede davvero: quello di Arianna, figura storica del Riccione Femminile.
«Mi aveva visto Arianna e quindi ho iniziato a giocare a Riccione.»
Tre anni in biancazzurro. Poi Cesena, due stagioni. Poi il ritorno a casa, nel 2020.
«Dal 2020 sono tornata a Riccione.»
Riccione non è solo una squadra. È un porto. È un luogo dove si torna quando si ha bisogno di radici.
Il ruolo: terzino sinistro, senza deviazioni
Ci sono calciatrici che cambiano ruolo mille volte. E poi c’è Giulia.
«Sono principalmente un terzino sinistro. Ho sempre fatto quello.»
Non è un’ala. Non è una mezzala. Non è un jolly.
È un terzino sinistro. E lo è da quando era bambina.
«Già da quando ero piccolina, il mister dei maschi mi faceva fare il terzino.»
Un ruolo che non si sceglie per caso. Un ruolo che richiede corsa, sacrificio, lettura del gioco, coraggio. Un ruolo che ti mette sempre contro qualcuno più grande, più veloce, più forte. E tu devi reggere.
Giulia regge.
Il livello della Serie C e il girone che non è più quello di una volta
Quando parla di calcio, Giulia non usa filtri. Dice ciò che vede. Dice ciò che vive.
«Da quando hanno cambiato la formula da tre gironi a quattro, secondo me il livello si è abbassato.»
Il girone Nord-Est, quello storico, era un’altra cosa.
«Il livello era veramente molto alto. Lassù è bello impegnativo.»
Squadre attrezzate, attaccanti forti, difese che non ti regalano niente. Partite che ti fanno crescere, anche quando perdi.
La difesa, le compagne, la vecchia guardia
Il Riccione ha cambiato tante giocatrici negli anni. Ma alcune sono rimaste. Sono rimaste per scelta, per cuore, per identità.
Tra queste, Giulia e Chiara.
«Chiara è rimasta. A volte era tentata dal calcetto, ma è rimasta.»
E quando si parla di difesa, Giulia sorride: perché sa che quella linea lì, quella che protegge la porta, è sempre stata solida.

Il gruppo: la vera forza del Riccione
Se c’è una parola che torna sempre, è questa: gruppo.
«Ogni anno si crea un ambiente, un gruppo spogliatoio molto bello. È quello che ci ha portato avanti finora.»
Il Riccione ha vissuto anni difficili. Anni di voci, di incertezze, di problemi economici. Anni in cui sarebbe stato facile mollare.
Giulia non molla. Ma non perché è capitano. Perché è parte di qualcosa.
«A volte era difficile perché avevo più informazioni delle altre e mentalmente pesava. Ma quando siamo al campo dobbiamo lasciare tutto fuori. Quelle due ore devono essere un piacere.»
Questa frase è una dichiarazione di identità. Una filosofia. Una linea guida.
Essere capitano: il peso, la responsabilità, la luce
Giulia è capitano da due anni. Due anni complicati. Due anni in cui il Riccione ha dovuto difendersi più fuori che dentro al campo.
«Non so se ci sono riuscita. A volte era difficile perché non vedevo una luce in fondo al tunnel.»
Eppure, eccola qui. Ancora con la fascia. Ancora con la squadra dietro. Ancora con la voglia di lottare.
Il nuovo Riccione: stabilità e futuro
L’arrivo di Luca Gamba ha cambiato l’aria.
«Luca ha dato stabilità. Non è una stabilità temporanea, è proprio stabilità.»
E quest’anno, la squadra sembra costruita bene.
«Pare che abbiano fatto una bella squadra. Credo che ce la possiamo giocare per lottare lassù, insieme al Celtic e alla Nuova Alba.»
Il girone è tosto. Le avversarie sono pronte. Ma il Riccione c’è.

La vita fuori dal campo
Giulia vive a Pesaro, lavora a Rimini, si allena a Riccione.
E quando non gioca?
«Sono fissata col calcio. Il sabato e la domenica guardo tutte le partite: Premier League, Serie A… tutte.»
Il calcio femminile non lo guarda. Lo gioca. Lo vive. Lo sente.
Le partenze, gli addii, le compagne che cambiano maglia
Il calcio è movimento. Il calcio è cambiamento. Il calcio è valigie che si chiudono e si riaprono.
«Ti dispiace quando lasciano la squadra, ma è la normalità nel calcio. Crei legami che ti porti fuori dal campo.»
Non tutte diventano amiche. Ma alcune sì. E quelle restano.
Il futuro: cosa si aspetta Giulia da questa stagione
La domanda finale è quella che guarda avanti.
«Credo che ce la possiamo giocare per stare in alto. Il gruppo c’è, la stabilità c’è, e la squadra sembra buona.»
Non promette miracoli. Non vende sogni. Non usa slogan.
Dice la verità. La verità di chi corre, di chi lotta, di chi crede.

La strada, il mare, la fascia: ciò che resta davvero
Alla fine di questa lunga chiacchierata, quello che rimane non è solo la voce di una capitana. È la traiettoria di una donna che ha scelto il calcio quando il calcio non era pronto per lei. È la storia di una bambina che nuotava, che poi ha visto un pallone e ha capito che la sua vita sarebbe stata un’altra. È la storia di una ragazza che ha giocato con i maschi, che non si è mai tirata indietro, che ha corso controvento fino a diventare il punto di riferimento di una squadra intera.
Giulia Calli non è solo il capitano del Riccione Femminile. È la memoria storica, la radice, la voce che tiene insieme un gruppo quando fuori tutto sembra crollare. È quella che dice:
«Quando siamo al campo dobbiamo lasciare tutto fuori. Quelle due ore devono essere un piacere.»
E in quella frase c’è tutto: la filosofia, la disciplina, la passione, la verità del calcio femminile vissuto lontano dai riflettori, dove si gioca per amore e non per soldi, dove si lotta per una maglia che non è solo una maglia ma un pezzo di vita.
Il Riccione quest’anno riparte con stabilità, con una squadra costruita bene, con ambizioni alte ma concrete. E Giulia lo sa: sa che il Celtic sarà forte, che la Nuova Alba sarà una battaglia, che il girone non regalerà niente. Ma sa anche che il Riccione ha qualcosa che gli altri non hanno: identità.
Identità fatta di anni difficili, di spogliatoi che tengono, di ragazze che arrivano e ragazze che vanno, di chi resta perché crede. Identità fatta di chilometri, di sacrifici, di lavoro, di serate passate a guardare la Premier League per studiare, per capire, per crescere.
E allora le conclusioni sono semplici, come sono semplici le cose vere:
Giulia Calli è pronta. Il Riccione è pronto. Il campionato sta per iniziare, e la fascia sul suo braccio non è un simbolo: è una promessa. La promessa che, qualunque cosa succeda, lei sarà lì. A correre. A difendere. A guidare. A credere.
Danilo Billi

