In collaborazione con la testata giornalistica Pesaro Notizie e i suoi personaggi:
Dalle prime cronache al Messaggero alla Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia, fino alla Rai e alle grandi emergenze italiane. La storia di una giornalista che ha fatto della curiosità, dell’empatia e del rispetto per le persone il cuore del proprio mestiere.

Ci sono persone che fanno il giornalista. E poi ci sono giornalisti che, prima ancora di raccontare una storia, sentono il bisogno di entrarci dentro. Di guardarla negli occhi. Di capire cosa c’è dietro una dichiarazione, dietro una tragedia, dietro una persona che magari sta vivendo il giorno più difficile della propria vita.
Silvia Balducci appartiene alla seconda categoria.
Pesarese d’adozione e cresciuta professionalmente proprio nella città che considera ancora oggi una parte fondamentale della propria identità, Silvia ha iniziato giovanissima il suo percorso giornalistico nelle cronache locali del Messaggero. Dopo la laurea in Scienze internazionali e diplomatiche all’Università di Bologna, ha frequentato la Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia, diventando giornalista professionista nel 2010. Il suo percorso nella Rai è passato da RaiNews24, dove dal 2013 si è occupata soprattutto di cronaca e grandi eventi, fino all’approdo al Tg1, dove oggi lavora come giornalista e inviata.

Un percorso importante, costruito però senza quella retorica del successo che spesso accompagna le biografie professionali. Perché ascoltando Silvia Balducci parlare, la parola che torna più spesso non è “successo”. È curiosità.
Ed è forse proprio questa la chiave per capire la donna e la giornalista.
La ragazza che voleva capire il mondo
«È una passione che ho da quando facevo il liceo».
Silvia torna con la memoria agli anni del liceo linguistico e a quel primo incontro con il giornalismo che avrebbe cambiato la sua vita. Era giovanissima quando si presentò alla redazione del Messaggero di Pesaro. Erano gli anni successivi al G8 di Genova e si avvicinava il Social Forum di Firenze.
La proposta che ricevette fu semplice: andare a Firenze, vivere quell’esperienza e poi raccontarla.
Silvia lo fece.
Scrisse il suo racconto. Il giornale lo pubblicò.
E da lì iniziò tutto.

«Ero molto giovane. Sono stata molto fortunata perché avevo intorno una redazione di persone. Ho imparato, ho capito quali fossero le regole base di questo mestiere, quale fosse il mondo in cui mi stavo affacciando».
È una frase che contiene già tutto. Perché il giornalismo, per Silvia, non è mai stato soltanto un mestiere da imparare. È stato un mondo nel quale entrare con rispetto, curiosità e voglia di comprendere.
E soprattutto con il desiderio di andare oltre.
«Quello che mi muove soprattutto è la grande curiosità, il desiderio di andare sempre un po’ più a fondo».
Quella curiosità oggi la accompagna ancora.
Anche davanti a una vicenda apparentemente locale, come l’emergenza dell’acqua che in questi giorni ha colpito Pesaro. Silvia racconta di aver seguito a distanza la conferenza stampa in Prefettura, di aver ascoltato le parole dell’amministratore delegato di Marche Multiservizi e del Sindaco, ma di aver avuto una sensazione precisa: avrebbe voluto essere lì.
Fare domande.
Scavare.
Capire.
Perché il giornalista, nella sua idea, non deve limitarsi a registrare quello che gli viene raccontato.
Deve andare a vedere.

«Voglio toccare con mano»
È forse questa la frase invisibile che attraversa tutta la nostra conversazione.
Silvia non ama il giornalismo da scrivania quando la realtà chiede di essere vista da vicino.
E allora ritorna quella domanda che accompagna il suo modo di lavorare: che cosa c’è oltre quello che mi stanno raccontando?
È una domanda antica, ma oggi forse più importante che mai.
Perché in un mondo nel quale le notizie viaggiano alla velocità di un clic, il rischio è quello di confondere la velocità con la profondità.
Silvia sceglie la seconda.
E ricorda con riconoscenza due persone che considera veri e propri padri professionali: Franco Elisei e Simonetta Marfoglia.
«Sono due persone che ringrazierò sempre».
Parole semplici, ma pesanti come una firma.
Perché nella vita professionale ci sono incontri che non passano. Persone che, senza fare rumore, lasciano una traccia.

Dalla carta alla televisione: un percorso quasi casuale
La televisione, racconta Silvia, non era necessariamente il traguardo che aveva immaginato.
Anzi.
«Io non avevo neanche mai preso in considerazione davvero di fare giornalismo televisivo».
Il passaggio arriva quasi per caso, anche grazie a un consiglio di Franco Elisei: frequentare la Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia.
Da Perugia alla Rai il passo diventa possibile.
E quella che sembrava una strada laterale diventa invece la sua strada.
Silvia entra nel linguaggio televisivo, ne scopre la forza e ne comprende anche le difficoltà.
Perché in televisione non basta raccontare.
Bisogna trovare le immagini.
«Apprezzo della televisione la potenza aggiuntiva che le immagini attribuiscono al racconto».
Ed è una considerazione fondamentale.
La televisione può portare lo spettatore dentro una storia. Un’immagine può diventare una porta. Una voce può accompagnare quella porta e permettere a chi guarda di attraversarla.
Ma Silvia non vive mai la televisione come un palcoscenico personale.
Non cerca la visibilità.
Cerca la storia.
«Non ho mai vissuto la televisione come uno strumento per dare visibilità a me stessa».
E forse è proprio per questo che, quando la si vede raccontare una vicenda, la sua presenza sembra quasi scomparire dietro ciò che sta raccontando.
Prima viene la storia.
Poi viene la giornalista.

La pandemia: quando il giornalismo significava esserci
Poi arriva il capitolo più duro.
La pandemia.
Un momento nel quale il giornalismo non era più soltanto un lavoro. Era presenza. Testimonianza. Responsabilità.
Silvia era tra i giornalisti che raccontavano sul campo un evento che nessuno aveva mai visto prima.
«C’era la grande spinta di vivere un momento inedito della nostra storia».
Una frase che racchiude il senso di quegli anni.
Nessuno sapeva davvero cosa stesse accadendo.
E proprio per questo bisognava esserci.
Vedere.
Raccontare.
Toccare con mano.
La paura? Silvia dice di non averla vissuta realmente come una paura paralizzante.
Forse, ammette, nel nostro mestiere esiste anche una certa dose di incoscienza.
Quando hai poco più di trent’anni e senti fortissimo il bisogno di raccontare ciò che sta accadendo, il rischio passa quasi in secondo piano.
Ci si protegge. Si indossano i dispositivi di sicurezza. Si rispettano le regole.
Ma poi si parte.
E Silvia parte.

Bergamo, le bare e l’abisso della pandemia
C’è però un’immagine che più di tutte sembra essere rimasta impressa nella sua memoria, oltre al servizio con le immagini dell’esercito che scorta fuori le tantissime bare da Bergamo.
Proprio una piccola chiesa dell’ospedale bergamasco .
Un luogo trasformato dalla tragedia.
Le panche erano state tolte. Lo spazio era stato liberato.
A terra, una accanto all’altra, c’erano le bare delle persone morte.
«Camminare in mezzo a queste bare era come vivere l’abisso della pandemia, toccarlo con mano».
È difficile aggiungere qualcosa a una frase del genere.
Perché in quelle parole c’è il giornalismo quando smette di essere una professione e diventa testimonianza.
Silvia ricorda anche il nipote trentacinquenne del sacerdote di quella chiesa, rimasto per mesi in terapia intensiva, sospeso tra la vita e la morte.
Ed è proprio lì che emerge una consapevolezza: nessuno era veramente immune da quello che stava accadendo.
Nemmeno chi lo raccontava.

Raccontare il dolore senza violarlo
Ma la parte forse più intensa della nostra conversazione arriva quando parliamo di interviste.
Di persone che hanno vissuto tragedie.
Di sopravvissuti.
Di familiari.
Di dolore.
Silvia dice una cosa che mi rimane dentro:
«Se le persone che intervisto piangono, per me è una sconfitta».
Non perché piangere sia sbagliato.
Ma perché lei sente di aver promesso qualcosa prima di cominciare: fiducia.
«Gli chiedo fiducia in me e gli dico che sarà una cosa che non li devasterà, cercherò di non forzare, di essere leggera».
È una concezione del giornalismo che mette al centro l’essere umano.
E qui entra in gioco l’empatia.
Per Silvia una persona che racconta una tragedia deve sentirsi libera di decidere quanto aprirsi.
Non si può forzare un sopravvissuto al Covid.
Non si può pretendere una confessione da chi ha perso una persona cara.
Non si può trasformare il dolore degli altri in uno spettacolo.
«Tra il nostro interesse a raccontare e il loro dramma, comunque prevale il loro dramma».
E questa, forse, è una delle definizioni più belle che si possano dare del giornalismo.
Perché prima della notizia c’è la persona.

La televisione durante il Covid è tornata centrale
La pandemia ha avuto anche un effetto inatteso: ha restituito alla televisione un ruolo centrale.
Milioni di italiani, chiusi nelle proprie case, hanno ricominciato ad accendere il televisore per conoscere il numero dei contagi, ascoltare le conferenze stampa, capire cosa stesse succedendo.
La televisione è tornata a essere, per certi versi, quella degli anni Sessanta e Settanta.
Il grande appuntamento collettivo.
Il momento nel quale un Paese si ritrova davanti allo stesso schermo.
E per chi faceva il giornalista televisivo questo ha significato anche una responsabilità ancora maggiore.
«I nostri ascolti erano altissimi. Questo ha caricato noi inviati di un senso di responsabilità ancora maggiore».
In quel periodo, inoltre, molti collaboratori esterni non potevano partire per le disposizioni interne alle aziende.
Gli inviati Rai si trovarono così a coprire anche programmi e spazi che normalmente venivano affidati ad altri professionisti.
Si lavorava tantissimo.
Ma soprattutto si sentiva di essere dentro qualcosa che avrebbe segnato per sempre la storia del Paese.

Dal ponte di Genova ai grandi processi
La carriera di Silvia non si è fermata alla pandemia.
Ha seguito processi, grandi vicende giudiziarie, il crollo del ponte Morandi a Genova e altre storie di cronaca nazionale.
Negli ultimi anni, però, il ritmo delle trasferte è cambiato.
La vita ha aggiunto una nuova dimensione: la famiglia.
Silvia è mamma di due bambini, oggi di due e quattro anni.
E così il mestiere dell’inviata deve trovare un nuovo equilibrio.
Non significa rinunciare.
Significa ripartire piano piano.
Qualche trasferta in Svizzera per la tragedia di Capodanno. Un viaggio in Finlandia per intervistare uno dei sub finlandesi che aveva partecipato al recupero dei corpi dei cinque italiani morti alle Maldive.
Pochi giorni alla volta.
Con una consapevolezza nuova.
«Non voglio rinunciare sicuramente al mio lavoro».

«Non mi aspettavo di arrivare fin qui»
A un certo punto le chiedo se, quando tutto era cominciato, avrebbe mai immaginato di arrivare alla Rai, al Tg1, alle grandi storie nazionali.
La risposta è sorprendente.
No.
Non se lo aspettava.
«È stato tutto un po’ casuale».
Ed è forse la parte più bella della sua storia.
Perché spesso noi guardiamo una persona arrivata a un certo punto della propria carriera e immaginiamo che abbia seguito una strada precisa.
Linea retta.
Obiettivi.
Programmi.
Traguardi.
La vita professionale, invece, raramente funziona così.
C’è una ragazza che entra nella redazione del Messaggero.
C’è un racconto scritto dopo il Social Forum di Firenze.
C’è qualcuno che decide di pubblicarlo.
C’è un consiglio.
C’è Perugia.
C’è la Rai.
E poi ci sono migliaia di chilometri, dirette, inviati, emergenze, tragedie, persone incontrate e storie raccontate.
Una strada costruita camminando.

La gratitudine per chi ti insegna il mestiere
Silvia torna ancora su Franco Elisei.
E sulla fortuna di aver incontrato persone capaci di guidarla senza mai cercare qualcosa in cambio.
«Mi sento privilegiata nell’aver avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno guidato in maniera disinteressata e con affetto».
È una frase che, secondo me, dice molto anche del suo modo di intendere il giornalismo.
Perché chi ha avuto un maestro, se è intelligente, non dimentica.
E chi non dimentica da dove è partito riesce forse a mantenere più facilmente i piedi per terra anche quando arriva molto lontano.

Pesaro, la città della leggerezza
Poi arriva Pesaro.
E qui la giornalista lascia spazio alla donna.
Pesaro è la città che l’ha formata.
La città delle relazioni fondamentali.
Degli amici.
Dei genitori.
Delle persone che considera una famiglia.
Ma soprattutto è la città della leggerezza.
Quando Silvia pensa a Pesaro, non vede soltanto una città.
Sente un’aria.
Quell’aria fresca dell’Adriatico che arriva la sera.
La bicicletta.
La libertà.
La sensazione che il mondo, almeno per un momento, possa essere più semplice.
«Mi comunica leggerezza, mi comunica la facilità del vivere».
È forse questa la fotografia più bella che Silvia poteva regalarmi di Pesaro.
Non una cartolina.
Una sensazione.
Quella di una città che rimane dentro anche quando la vita ti porta lontano.
La giornalista, la madre, la donna
Alla fine della nostra chiacchierata le chiedo cosa faccia quando riesce a staccare.
La risposta è quasi disarmante nella sua normalità.
Le piace leggere.
Ogni tanto va a nuotare.
Ma soprattutto ha bisogno degli amici veri.
«Ho un grande bisogno di sentire che ho intorno gli amici veri».
E aggiunge che proprio questo, a volte, le manca di più: il tempo per coltivare quelle persone che considera una famiglia.
Perché il lavoro è totalizzante.
La famiglia richiede presenza.
I bambini cambiano le prospettive.
E il tempo, quello vero, quello che non si può recuperare, diventa improvvisamente la cosa più preziosa.

La curiosità come filo rosso
Alla fine, mentre riascolto questa intervista, mi accorgo che tutto torna al punto di partenza.
Alla ragazza che si presentò al Messaggero.
Alla curiosità.
Alla voglia di andare al Social Forum di Firenze.
Alla necessità di raccontare.
Alla domanda che non è stata fatta.
Alla domanda che forse bisogna fare ancora.
Silvia Balducci è arrivata al Tg1, ha raccontato la pandemia, le tragedie, i processi, le grandi emergenze del nostro Paese.
Ma non ha mai smesso di essere quella ragazza che vuole capire.
Che vuole vedere.
Che vuole toccare con mano.
Che davanti a una storia non si accontenta della superficie.
Ed è forse questo che rende ancora oggi il giornalismo un mestiere straordinario.
Non la telecamera.
Non il microfono.
Non la diretta.
Non il volto che appare sullo schermo.
Ma quella domanda che continua a ronzare nella testa:
“E se dietro quello che mi stanno raccontando ci fosse ancora qualcosa da scoprire?”
Silvia quella domanda se la porta dietro da Pesaro.
Forse da quando era ragazza.
E forse è proprio quella domanda ad averla portata fin qui.
Perché il vero giornalista, alla fine, non è quello che sa già tutto.
È quello che non smette mai di voler sapere.
E il sottoscritto, davanti a storie così, può solo fermarsi un momento, ascoltare e raccontare.
Perché alcune persone non hanno bisogno di essere presentate.
Hanno bisogno di essere raccontate.
E Silvia Balducci, giornalista Rai del Tg1, pesarese nel cuore e cronista per vocazione, è una di quelle.
Danilo Billi
