In collaborazione con la testata giornalistica Pesaro Notizie e i suoi personaggi:
Giocatrice, allenatrice delle Under, studentessa e futura maratoneta: la storia di Elisa Cecchini e del suo amore per Pesaro e per il basket.
Ci sono città dove il basket è semplicemente uno sport.
Poi ci sono città dove il basket è una lingua.

Una di quelle lingue che non hai bisogno di studiare, perché la impari quasi senza accorgertene. La senti per strada, nei campetti, nei palazzetti. La riconosci dal rumore di un pallone che rimbalza sull’asfalto, dalle discussioni al bar, dai racconti di chi ha vissuto le grandi notti della pallacanestro pesarese.
Pesaro è così.
Città di basket.
Da sempre.
E allora forse non deve stupire che la storia di Elisa Cecchini, play/guardia dell’Olimpia Femminile Pesaro, sia cominciata proprio inseguendo un pallone.
Ma non sotto i riflettori.
Non davanti a migliaia di persone.
È cominciata come iniziano tante delle storie più belle.
Nei campetti.
Al mare.
Con la spensieratezza di chi gioca perché gli piace farlo, senza sapere ancora che quel pallone, un giorno, sarebbe diventato una parte così importante della propria vita.
Oggi Elisa guarda avanti.
Davanti a lei c’è una nuova stagione.

C’è la Serie B, conquistata insieme alle compagne dopo una stagione lunga, difficile e tutt’altro che scontata.
Ma c’è anche molto altro.
C’è il ruolo di allenatrice delle ragazze Under dell’Olimpia.
C’è l’università, con il percorso di studi in Farmacia a Urbino.
E poi c’è una nuova sfida che, soltanto a nominarla, fa venire quasi il fiatone.
Una maratona completa.
Quarantadue chilometri e centonovantacinque metri.
Giocatrice.
Allenatrice.
Studentessa.
E presto maratoneta.
Insomma, diciamolo subito: Elisa Cecchini non sembra essere una persona che ama particolarmente stare ferma.
E forse è proprio questo uno dei fili conduttori della sua storia.
Continuare a muoversi.
Continuare a cercare.
Continuare a mettersi alla prova.
Un passo dopo l’altro.
Un chilometro dopo l’altro.
Un uno contro uno dopo l’altro.
Perché se c’è una frase che più di tutte racconta Elisa, probabilmente è proprio questa.
La vita, come il basket, è fatta di uno contro uno.
A volte contro l’avversario.
E altre volte, quelle forse più difficili, contro sé stessi.

«Ho iniziato grazie a mio cugino»: il basket nato nei campetti al mare
La prima domanda è inevitabile.
Elisa, come nasce il tuo amore per il basket?
La risposta arriva semplice, naturale.
Senza bisogno di costruirci sopra troppo.
«Ho iniziato praticamente grazie a mio cugino. Giocavamo sempre al mare, qui a Pesaro, nei campetti, e quindi mi sono appassionata».
Prima della palla a spicchi, però, c’era stato un altro sport.
«Facevo ciclismo, perché mio padre è allenatore. Ho fatto un anno, poi però non era la mia strada».
Ed ecco allora quel momento che, magari senza che tu te ne renda conto, cambia la direzione.
Una strada lasciata.
Un’altra che si apre.
Un pallone.
Un cugino.
I campetti.
Il mare.
E quella passione che comincia piano piano a diventare qualcosa di più.
«Alla fine ho seguito le sue orme e ho iniziato a giocare subito con le ragazze».
Da lì arrivano le giovanili.
Le trafile.
Gli allenamenti.
Le partite.
Le prime vittorie.
Le prime sconfitte.
Quelle giornate in cui magari torni a casa arrabbiata perché hai perso.
E quelle altre in cui, invece, non vedi l’ora che arrivi l’allenamento successivo.
Perché lo sport ha questa capacità.
Ti entra dentro quasi in punta di piedi.
E poi, quando meno te l’aspetti, scopri che è diventato una parte di te.

Senigallia, la Serie B e poi il ritorno a casa
Prima di tornare a Pesaro, Elisa ha vissuto una parentesi importante a Senigallia.
Un’esperienza che le ha permesso di crescere, confrontarsi con un’altra realtà e vivere già un campionato di Serie B.
«Quattro anni fa sono andata a Senigallia e sono rimasta lì per tre anni. Ho giocato in Serie B e mi sono trovata veramente bene».
Tre anni importanti.
Non soltanto per quello che succedeva sul campo.
Perché quando esci dal tuo ambiente, anche soltanto per giocare in un’altra città, inevitabilmente cambi prospettiva.
Conosci persone nuove.
Conosci un altro spogliatoio.
Un’altra realtà.
Un altro modo di vivere il basket.
Poi, per alcune dinamiche economiche e societarie, quella squadra ha cambiato strada.
Ed Elisa è tornata.
A Pesaro.
All’Olimpia.
«Sono tornata l’anno scorso e mi sono trovata subito bene».
E qui, forse, la storia assume quasi il sapore di un cerchio che si chiude.
Perché Elisa non è tornata semplicemente per giocare.
È tornata e, insieme alle sue compagne, ha contribuito a riportare l’Olimpia Femminile Pesaro in Serie B.
È partita.
Ha fatto esperienza.
È cresciuta.
Ed è tornata a casa.
Ma non soltanto per indossare una maglia.
Anche per mettere ciò che ha imparato al servizio delle ragazze più giovani.

Giocatrice e allenatrice: Elisa e le ragazze Under dell’Olimpia
Ed è forse qui che la storia di Elisa Cecchini acquista un significato ancora più bello.
Perché quando finisce l’allenamento della prima squadra, il suo rapporto con il basket non termina.
Elisa vive l’Olimpia anche dall’altra parte del campo.
Da allenatrice delle ragazze Under.
E questa, secondo me, è una delle cose più belle del suo percorso.
Perché Elisa è stata una bambina.
Una ragazzina che ha iniziato a giocare.
Ha fatto le trafile.
Ha guardato chi era più grande di lei.
Ha imparato.
Ha sbagliato.
È cresciuta.
Oggi, invece, può essere lei quella che le ragazze più giovani guardano.
Quella che spiega un movimento.
Che corregge una posizione.
Che prova a trasmettere non soltanto uno schema, ma anche la passione per questo sport.
Perché allenare, soprattutto quando si parla di settore giovanile, non significa soltanto insegnare a palleggiare o a tirare.
Significa accompagnare.
Aiutare.
Capire.
E magari, qualche volta, anche insegnare a una ragazza che una sconfitta non è la fine del mondo.
Che dopo un errore bisogna rialzarsi.
Che il prossimo pallone può sempre essere quello giusto.
Elisa, insomma, vive il presente dell’Olimpia con la prima squadra.
Ma contribuisce anche a costruirne il futuro.
E forse non esiste modo più bello per raccontare il senso di appartenenza a una società.

Una stagione che non è stata una passeggiata
Quando una squadra conquista una promozione, da fuori spesso si tende a semplificare tutto.
Si guarda la classifica finale.
Si vede il traguardo.
E allora sembra quasi che sia stato tutto facile.
Una marcia.
Una cavalcata.
Un percorso già scritto.
Ma lo sport, per fortuna, è molto più complicato.
E proprio per questo è molto più bello.
«Le favorite eravamo noi, questo sì, però all’andata eravamo addirittura terze».
Terze.
E già questo basta a raccontare una parte della stagione.
Perché significa che, nonostante i pronostici, le cose non erano andate tutte esattamente come previsto.
Ma le squadre vere non sono quelle che vincono sempre.
Sono quelle che, quando qualcosa non funziona, riescono a guardarsi negli occhi.
A capire.
A correggere.
A ripartire.
«Nel ritorno abbiamo fatto molto bene e soprattutto nella seconda fase siamo riuscite a chiudere al secondo posto».
Un risultato fondamentale.
Anche per il fattore campo.
E chi ha vissuto quei playoff sa bene quanto quella parola, casa, sia diventata importante.
Poi sono arrivati gli scontri decisivi.
La semifinale contro Gualdo.
Una sfida combattuta.
Poi la finale contro Terni, squadra giovane e forte, con tante ragazze Under 19.
Partite dove non basta avere tecnica.
Dove non basta conoscere gli schemi.
A un certo punto entrano in campo altre cose.
Il carattere.
Il cuore.
La capacità di restare lucidi quando le gambe iniziano a diventare pesanti.
«Abbiamo sofferto, soprattutto fino alla semifinale».
Poi, finalmente, la liberazione.
La vittoria.
La promozione.
La Serie B.
E quella sensazione che soltanto chi ha inseguito qualcosa per tanto tempo riesce davvero a comprendere.

«Volevamo riportare l’Olimpia dove meritava di stare»
Questa è forse la frase che più di tutte racconta il senso della stagione.
Perché Elisa non parla soltanto di una promozione.
Parla di qualcosa di più grande.
«Il nostro obiettivo era quello di riportare questa società dove meritava di stare».
E insieme alla società, naturalmente, anche la città.
Perché Pesaro non è una città qualsiasi quando si parla di pallacanestro.
Pesaro ha il basket nel proprio DNA.
E allora vedere una realtà femminile cercare, anno dopo anno, di risalire la china aveva un significato particolare.
«Erano stati anni di tentativi, di tentativi e ancora di tentativi».
Poi finalmente qualcosa si è sbloccato.
La squadra ha trovato la propria strada.
Ha trovato la continuità.
E alla fine è arrivato quel traguardo che per tanto tempo era stato inseguito.
«Siamo super contente, super orgogliose e onorate».
E non potrebbe essere altrimenti.
Perché adesso il livello cambia.
La Serie B significa un campionato più competitivo.
Squadre più forti.
Trasferte più impegnative.
Una nuova dimensione.
Una sfida vera.
Ma è esattamente quello che l’Olimpia voleva.
Essere lì.
Dove sente di meritare di stare.
La Celletta, le bambine e quella famiglia chiamata Olimpia
C’è però un passaggio dell’intervista che, personalmente, mi è rimasto particolarmente impresso.
Quando Elisa parla dell’Olimpia, non parla soltanto della prima squadra.
Parla dell’ambiente.
Delle bambine.
Delle famiglie.
Di quel piccolo mondo che ruota intorno alla Celletta.
«Quando entri e vedi tutte le ragazzine, tutte le famiglie, capisci che qui c’è qualcosa».
Le più piccole.
Le Under.
Le ragazze della prima squadra.
I genitori.
Gli allenatori.
Una realtà che prova a crescere insieme.
«Secondo me la società ha fatto un ottimo lavoro nel creare questa sorta di unione, dalle più piccole fino alla prima squadra».
Ed Elisa tutto questo non lo osserva soltanto da lontano.
Lo vive.
Da giocatrice.
Ma anche da allenatrice.
E allora quel ponte tra presente e futuro diventa ancora più evidente.
Oggi Elisa scende in campo per conquistarsi la Serie B.
Domani, magari, una delle ragazze che allena potrebbe essere quella che scenderà in campo al suo posto.
E questa, forse, è la vera forza di una società.
Non pensare soltanto alla prossima partita.
Ma pensare anche a chi verrà dopo.
Perché una promozione la festeggi.
Una società, invece, la costruisci.
Giorno dopo giorno.
Allenamento dopo allenamento.
Generazione dopo generazione.
«Il basket è vincere l’uno contro uno, anche con se stessi»
Elisa è una play/guardia.
E quando le chiedo perché continua a scegliere uno sport così faticoso, così fisico, così fatto di contatti e duelli, la sua risposta mi porta molto più lontano di un semplice discorso tecnico.
«Nel mio ruolo c’è sempre l’uno contro uno».
Davanti a te c’è un’avversaria.
Devi scegliere.
Cambiare direzione.
Trovare uno spazio.
Capire quando accelerare.
E quando aspettare.
Ma poi Elisa aggiunge qualcosa che racconta molto anche della sua filosofia di vita.
«Questo rispecchia anche il mio stile di vita».
E allora arriva la frase.
Quella che, secondo me, racchiude un po’ tutto.
«Il basket è cercare di vincere l’uno contro uno con se stessi».
Con i propri limiti.
Con le paure.
Con le giornate storte.
Con quella vocina che, ogni tanto, ti suggerisce di mollare.
E poi, però, il basket ti insegna anche l’altra faccia.
Non puoi fare tutto da sola.
«Devi cercare di mettere il compagno nelle condizioni migliori per fare bene».
Capire.
Guardare.
Passare la palla nel momento giusto.
Aiutare chi ti sta accanto a dare il massimo.
Ed eccolo lì, forse, il cuore dello sport di squadra.
Puoi anche vincere il tuo uno contro uno.
Ma se non impari a guardare chi hai accanto, non vai molto lontano.
Un concetto che vale quando Elisa è play.
E forse vale ancora di più quando veste i panni dell’allenatrice.
I playoff e una Celletta che ha spinto l’Olimpia verso la Serie B
Poi parliamo del pubblico.
Perché una promozione non è mai soltanto di chi scende in campo.
E quando Elisa racconta quei playoff, si percepisce ancora l’entusiasmo.
«La Celletta era piena».
Ma soprattutto era viva.
«Ci ha dato una spinta incredibile».
Un’atmosfera che, racconta, non aveva vissuto nemmeno nelle precedenti esperienze in Serie B.
E questa, probabilmente, è una delle notizie più belle.
Perché significa che Pesaro ha iniziato ad accorgersi di loro.
A seguirle.
A tifare.
A capire che anche il basket femminile merita spazio.
«Volevano addirittura organizzare un pullman per venirci a seguire in trasferta nell’ultima partita».
E allora l’augurio per la prossima stagione è semplice.
«Spero che la gente continui a venire. Noi dovremo essere brave a ripagare questo entusiasmo».
Ed è questo il patto più bello.
Voi venite.
Noi proviamo a regalarvi qualcosa.
Una partita.
Un’emozione.
Una storia.

«Sono la fan numero uno di Pesaro»
A un certo punto, inevitabilmente, lasciamo per un attimo il parquet.
Perché quando hai davanti una pesarese innamorata della propria città, la domanda è quasi obbligatoria.
Elisa, che rapporto hai con Pesaro?
La risposta arriva immediata.
«Penso di essere la fan numero uno di questa città».
E sorride.
Ma non è una battuta.
«Non sono nemmeno andata a studiare fuori, perché sono innamorata di Pesaro».
Certo.
D’inverno magari la città rallenta.
Diventa più silenziosa.
Forse meno movimentata rispetto ad altre realtà.
Ma proprio lì, secondo Elisa, sta il suo equilibrio.
«Secondo me è il giusto compromesso tra divertimento e serenità».
E forse ha ragione.
Perché Pesaro può anche farti arrabbiare.
Puoi criticare i servizi.
Il traffico.
Le cose che non funzionano.
Puoi pensare che in inverno sia troppo silenziosa.
Ma poi arriva una sera.
Il mare.
La Baia Flaminia.
Il San Bartolo.
Un tramonto che sembra dipinto apposta.
E allora, per qualche minuto, tutto torna al proprio posto.
Farmacia, il viaggio a Napoli e una maratona di 42 chilometri e 195 metri
Ma Elisa Cecchini non vive soltanto di pallacanestro.
Fuori dal parquet c’è una ragazza che studia.
Che viaggia.
Che ha voglia di mettersi continuamente alla prova.
Sta iniziando il suo percorso di studi in Farmacia a Urbino.
Un impegno importante.
Da conciliare con gli allenamenti.
Le partite.
La Serie B.
Il ruolo di allenatrice delle ragazze Under dell’Olimpia.
E, come se tutto questo non fosse già abbastanza, Elisa ha deciso di aggiungere un’altra sfida.
Una di quelle vere.
Sta preparando una maratona completa.
Non una mezza maratona.
Non ventuno chilometri.
Ma tutti.
Quarantadue chilometri e centonovantacinque metri.
Una distanza che non affronti soltanto con le gambe.
Perché a un certo punto le gambe iniziano a chiederti perché.
Perché sei lì.
Perché hai deciso di continuare.
Perché non sei rimasta tranquillamente sul divano.
E allora deve entrare in gioco la testa.
La voglia.
Il carattere.
Quella stessa capacità di andare avanti anche quando tutto dentro di te vorrebbe fermarsi.
Elisa si preparerà anche vivendo un’esperienza a Napoli, prima di affrontare questa nuova grande sfida.
E allora viene quasi spontaneo pensare che, in fondo, una maratona abbia molto in comune con il basket.
Una stagione non la vinci tutta in una partita.
Una promozione non arriva con un solo canestro.
E una maratona non puoi correrla pensando contemporaneamente a tutti i suoi 42 chilometri e 195 metri.
Devi affrontarla un passo alla volta.
Un chilometro alla volta.
Una fatica alla volta.
Come una stagione.
Come una partita.
Come un uno contro uno.
E allora questa nuova sfida racconta forse ancora meglio il carattere di Elisa Cecchini.
Perché mentre molti, dopo una stagione di basket, penserebbero soltanto a riposarsi, lei ha deciso di mettersi nuovamente alla prova.
Di correre.
Di sudare.
Di cercare il proprio limite.
E magari, quando pensa di averlo trovato, provare a spostarlo un po’ più avanti.
Perché forse Elisa è proprio così.
Una che, quando vede un traguardo, non si limita a guardarlo.
Comincia a correre verso di lui.

Ora arriva la Serie B. E la storia è appena cominciata
Adesso arriva la Serie B.
Arrivano le trasferte.
Le squadre più forti.
Un campionato più competitivo.
E per l’Olimpia Femminile Pesaro arriva il momento della conferma.
Perché conquistare una categoria è bellissimo.
Ma restarci richiede ancora più lavoro.
Più sacrificio.
Più fame.
Elisa lo sa.
Le sue compagne lo sanno.
E probabilmente lo sa anche quella città che, piano piano, sta tornando ad affacciarsi con maggiore curiosità verso il basket femminile.
Perché Pesaro è una città di basket.
Lo è sempre stata.
E forse adesso è arrivato il momento di raccontare ancora di più anche queste ragazze.
Di riempire la Celletta.
Di seguire l’Olimpia.
Di far crescere quelle bambine che oggi guardano e sognano.
Ed Elisa Cecchini rappresenta, in qualche modo, il collegamento perfetto tra questi mondi.
È una giocatrice della prima squadra.
È una ragazza che ha già conosciuto la Serie B.
È una pesarese che è partita e poi è tornata.
Ma è anche un’allenatrice.
Una persona che guarda alle nuove generazioni dell’Olimpia.
Quelle ragazze che oggi stanno imparando.
E che domani, magari, saranno protagoniste della loro personale storia.
Elisa continua intanto a giocare il suo uno contro uno.
Quello contro le avversarie.
Quello contro sé stessa.
Quello della vita.
Con una palla a spicchi tra le mani.
L’università davanti.
Le responsabilità di una giocatrice.
Quelle di un’allenatrice.
Una stagione di Serie B tutta da vivere.
Un viaggio a Napoli.
E soprattutto una maratona completa di 42 chilometri e 195 metri da preparare.
Un passo alla volta.
Un’avversaria alla volta.
Un allenamento alla volta.
Una ragazza da aiutare a crescere alla volta.
Perché i sogni più belli, alla fine, non si vincono mai completamente da soli.
E quello dell’Olimpia Femminile Pesaro, adesso, ha finalmente ripreso a correre.
Con Elisa Cecchini in campo.
Con Elisa Cecchini accanto alle ragazze più giovani.
Con una città che, si spera, sarà pronta a seguirla.
Direzione Serie B.
Direzione futuro.
E forse questa è la cosa più bella.
Perché alla Celletta una storia non è finita con una promozione.
No.
La promozione, probabilmente, è stata soltanto il primo capitolo.
Adesso bisogna scrivere tutto il resto.
E per una ragazza che ama le sfide, che gioca, allena, studia e si prepara a correre per 42 chilometri e 195 metri, il futuro non può che essere un’altra lunga corsa.
Verso un traguardo.
O magari verso un sogno ancora più lontano.
E allora, Elisa, tieniti pronta.
Perché adesso il bello comincia davvero.
Danilo Billi
