Ci sono momenti nei quali anche un semplice allenamento di calcio smette improvvisamente di essere soltanto un allenamento.
Il pallone, le compagne, la preparazione atletica, la fatica di inizio stagione. E poi, all’improvviso, il buio.
Le luci che si spengono.
Le bottiglie lanciate.
Le voci di alcuni uomini che arrivano nel buio e quelle parole che, se confermate, fanno venire i brividi: «Questo non è un campo né una palestra, se non ve ne andate vi spariamo».
È quanto denunciato dalla Borgata Gordiani, società di Roma Est, dopo quanto accaduto il 14 settembre durante un allenamento della Prima Squadra Femminile in uno dei parchi pubblici della zona.

E qui il calcio c’entra fino a un certo punto.
Perché quello che viene raccontato dalla società non è semplicemente un episodio spiacevole accaduto durante una preparazione atletica. È una vicenda che apre una domanda molto più grande: chi ha ancora il diritto di vivere uno spazio pubblico senza paura?
L’allenamento interrotto dalla paura
La squadra femminile della Borgata Gordiani aveva iniziato la preparazione alternando il lavoro sul campo all’utilizzo dei parchi del quartiere.
Una scelta che, nelle intenzioni della società, significa anche vivere il territorio, utilizzare gli spazi pubblici e farne luoghi di sport e socialità.
Quest’anno, però, la squadra ha dovuto modificare i propri programmi dopo la chiusura anticipata di Villa Gordiani, indicata per motivi di sicurezza secondo quanto riferito dalla società.
Poi il trasferimento in un altro spazio verde del quadrante.
Ed è proprio lì che, durante l’allenamento del 14 settembre, sarebbe avvenuto l’episodio denunciato dalla Borgata Gordiani.
Secondo il racconto della società, a metà allenamento le luci si sarebbero spente improvvisamente. Subito dopo sarebbero iniziate le intimidazioni, con bottiglie lanciate verso il gruppo e alcune voci maschili che avrebbero ordinato alle ragazze di andarsene, accompagnando la richiesta con una minaccia di estrema gravità.
Non una discussione.
Non una semplice lite.
Una minaccia raccontata da chi era presente come un momento di paura reale.
Quando un parco diventa un luogo dal quale scappare
Ed è forse questo l’aspetto più inquietante della vicenda.
Un parco pubblico dovrebbe essere un luogo nel quale una squadra può allenarsi, un bambino può giocare, una persona può passeggiare, una famiglia può trascorrere qualche ora.
Dovrebbe essere uno spazio della comunità.
Non il territorio di qualcuno.
Non uno spazio nel quale stabilire arbitrariamente chi può entrare e chi deve andarsene.
La Borgata Gordiani, attraverso la propria denuncia, ha scelto di non considerare quanto accaduto come qualcosa da archiviare con un’alzata di spalle.
E ha posto una questione che va oltre il calcio femminile: se una squadra di ragazze non può allenarsi tranquillamente in un parco pubblico perché qualcuno pensa di poterla intimidire e cacciare, allora il problema non riguarda soltanto quelle ragazze.
Riguarda tutti.
La denuncia della Borgata Gordiani
La società ha raccontato di aver chiamato la Polizia dopo quanto accaduto, sostenendo di non aver ricevuto l’intervento che si aspettava.
È un passaggio che la Borgata Gordiani considera particolarmente grave e sul quale, naturalmente, vanno distinti il racconto e la valutazione della società da eventuali accertamenti delle autorità.
Ma il punto centrale rimane.
La paura non può diventare la regola.
E non può essere normale che una squadra femminile debba chiedersi se sia sicuro andare ad allenarsi in uno spazio pubblico.
Lo sport femminile non deve avere paura
C’è poi un elemento che rende questa storia ancora più amara.
Quelle ragazze erano lì per fare sport.
Non stavano occupando abusivamente uno spazio privato. Non stavano cercando lo scontro. Non stavano facendo altro che allenarsi.
Eppure si sono ritrovate, secondo la denuncia della società, davanti a bottiglie lanciate e minacce.
Il calcio femminile ha già combattuto per anni per conquistarsi spazi, attenzione, dignità e riconoscimento.
Non può essere costretto anche a combattere contro la paura di utilizzare un parco pubblico.
La città appartiene a chi la vive
Forse è questa la frase dalla quale ripartire.
La città appartiene a chi la vive.
Ai ragazzi.
Alle ragazze.
Alle società sportive.
Alle famiglie.
Agli anziani.
A chi corre.
A chi passeggia.
A chi si allena.
A chi semplicemente vuole stare fuori casa senza sentirsi minacciato.
La denuncia della Borgata Gordiani porta quindi alla luce una questione che non può essere liquidata come una semplice storia di calcio.
Perché dietro un pallone c’è una squadra.
Dietro una squadra ci sono delle persone.
E dietro quelle persone c’è il diritto, elementare, di poter vivere un luogo pubblico senza essere costrette ad avere paura.
Io continuo a credere che uno spazio pubblico abbandonato alla paura sia una sconfitta per tutti.
Perché quando sono le minacce a decidere chi può restare e chi deve andarsene, non abbiamo soltanto perso un campo da gioco.
Abbiamo perso un pezzo di città.
E questa è una storia che, proprio per questo, non dovrebbe finire nel silenzio.
Danilo Billi

