Ci sono momenti in cui il calcio cambia pelle senza che ce ne accorgiamo immediatamente.
Il 1° luglio 2022, nel calcio femminile italiano, è stato uno di quei momenti.

Da quella data la Serie A Women è diventata ufficialmente professionistica. Non soltanto una parola nuova da mettere accanto al nome di un campionato, ma un cambio di status che ha trasformato le calciatrici in lavoratrici sportive con diritti, contratti, tutele, assicurazione, pensione e maternità. I primi contratti depositati furono quelli di Daniela Sabatino e Sofia Cantore, due generazioni diverse unite simbolicamente dall’inizio di una nuova epoca.
E da allora, diciamolo senza paura di esagerare, il calcio femminile italiano è cambiato parecchio.
Il professionismo ha cambiato prima di tutto la testa
La prima trasformazione, secondo me, è nella consapevolezza delle giocatrici.
Una ragazza che entra in un centro sportivo e sa che quello è il suo lavoro affronta allenamenti, preparazione, alimentazione, recupero, trasferte e rapporto con il club con una percezione diversa.
E anche le società, inevitabilmente, hanno dovuto cambiare atteggiamento.
Il professionismo ha imposto contratti, minimi retributivi, regole, responsabilità e una maggiore attenzione alla gestione delle atlete. Non è più soltanto “giocare a pallone”. È costruire una professione intorno al pallone.
E questo, per chi ha seguito il calcio femminile italiano negli anni in cui bastava spesso un rimborso spese per tenere in piedi una stagione, rappresenta una rivoluzione culturale prima ancora che sportiva.
Più mercato, più attenzione, più calcio femminile
Poi c’è tutto quello che ruota intorno al campo.
Il calcio femminile è diventato un prodotto.
Le maglie sono diventate una parte del racconto. I club hanno cominciato a investire maggiormente sul merchandising, sui social, sul branding, sulle campagne commerciali e sulla valorizzazione dell’immagine delle proprie calciatrici.
E questo non è un dettaglio.
Quando una società vende la propria maglia online, quando costruisce un’identità visiva, quando presenta una giocatrice come testimonial, quando crea contenuti specifici per il pubblico femminile, sta dicendo una cosa molto semplice: “Questo mondo ha un pubblico e quel pubblico può diventare una comunità”.
È il passaggio dal calcio femminile considerato semplicemente come una sezione della società al calcio femminile come prodotto sportivo con una propria identità.
I numeri raccontano una crescita concreta. Secondo il report FIGC-Deloitte sulla Serie A Women, i ricavi medi per club sono passati da 0,7 milioni di euro nel 2021-22 a 1,1 milioni nel 2023-24, con un incremento del 48%. I ricavi commerciali diretti sono cresciuti del 36% già tra 2021-22 e 2022-23. Allo stesso tempo, però, sono aumentati anche i costi, soprattutto quelli del personale.
Ed è proprio qui che comincia la parte interessante della storia.
Perché crescere costa.
Le italiane hanno cominciato a guardare oltre il confine
Un’altra conseguenza del professionismo è stata la possibilità, sempre più concreta, di vedere calciatrici italiane cercare esperienze fuori dai nostri confini.
Non è un fenomeno gigantesco come quello che riguarda alcune nazioni europee, e i dati di EURO 2025 ci ricordano che l’Italia è ancora un campionato capace di trattenere moltissime delle proprie migliori giocatrici: 22 delle 23 Azzurre convocate all’Europeo giocavano infatti in Italia, con Arianna Caruso unica eccezione nella lista iniziale dopo il trasferimento al Bayern Monaco.
Ma qualcosa si è mosso.
E si è mosso anche verso gli Stati Uniti.
Sofia Cantore e Lisa Boattin sono diventate le prime italiane a giocare nella NWSL, un segnale importante del crescente interesse internazionale verso le nostre calciatrici.
E qui c’è una cosa che mi piace particolarmente.
Una calciatrice italiana che parte non rappresenta necessariamente una perdita.
Può essere una crescita.
Può andare a confrontarsi con un calcio più evoluto sotto determinati aspetti, vivere un’esperienza internazionale, imparare metodologie differenti e tornare un giorno con un bagaglio più grande.
E questo, inevitabilmente, può diventare patrimonio anche della Nazionale.
La Nazionale può raccogliere quello che il professionismo semina
Il percorso delle Azzurre a EURO 2025 ha dimostrato anche un’altra cosa: il nostro campionato è cresciuto.
La Serie A Women ha portato ben 49 calciatrici all’Europeo 2025 considerando tutte le nazionali partecipanti. Per l’Italia, 22 delle 23 convocate provenivano dalla Serie A italiana.
Non è un dettaglio.
Significa che il nostro campionato è diventato un luogo dove si formano e si allenano giocatrici capaci di confrontarsi con il calcio internazionale.
E contemporaneamente le società italiane stanno investendo sempre più sui propri vivai.
È probabilmente una delle conseguenze più belle di questa nuova epoca: vedere ragazze giovanissime affacciarsi in Serie A, entrare progressivamente nel gruppo delle prime squadre e non essere più semplicemente considerate “le ragazzine della Primavera”.
Prendiamo il caso di Chiara Beccari, cresciuta attraverso un percorso giovanile che l’ha portata giovanissima fino alla Nazionale maggiore e a EURO 2025. Oppure guardiamo alla nuova generazione che sta arrivando dai vivai dei grandi club.
E penso anche a giocatrici come Chiara Robustellini, esempio di una generazione giovane che può trovare spazio sempre più importante nel calcio dei grandi.
Il futuro, insomma, non deve essere necessariamente comprato.
Può anche essere costruito in casa.
Ma attenzione: sotto la Serie A c’è un’altra storia
Ed è qui che il sottoscritto, deve smettere per un attimo di raccontare soltanto le luci e accendere una torcia anche nei corridoi più bui.
Perché il professionismo ha creato una Serie A sempre più strutturata, ma non ha trasformato automaticamente tutto il calcio femminile italiano in professionismo.
La Serie A è professionistica.
La Serie B e la Serie C appartengono invece a un’altra dimensione normativa e organizzativa. La B ha fatto passi avanti importanti: dal 2023 esiste un accordo collettivo con l’AIC che disciplina il lavoro sportivo delle calciatrici e prevede specifiche tutele, compresa la disciplina della maternità.
Ma la distanza dalla Serie A rimane.
E soprattutto la Serie C rappresenta ancora una delle grandi questioni irrisolte del movimento.
È il punto dove il professionismo rischia di diventare una vetrina vista dal basso, ma non ancora raggiungibile da tutte.
Ci sono società che lavorano benissimo, strutture serie, dirigenti preparati, progetti solidi e realtà che hanno una mentalità professionale pur militando in categorie dilettantistiche.
E ci sono, contemporaneamente, situazioni completamente diverse.
Squadre costruite per durare una stagione. Progetti che si interrompono. Strutture insufficienti. Ragazze costrette a conciliare il calcio con un altro lavoro. Organizzazioni che fanno fatica persino a garantire quelle condizioni minime che dovrebbero essere la normalità.
Naturalmente non si può generalizzare: esistono eccellenze anche in Serie B e Serie C.
Ma proprio perché esistono, bisogna raccontarle.
E soprattutto bisogna chiedersi perché non possano diventare la normalità.
Il grande problema della Serie C è anche la visibilità
C’è poi un altro problema enorme: la televisione.
La Serie A ha ormai una copertura mediatica importante, con le partite distribuite tra DAZN e Rai, mentre la UEFA Women’s Champions League ha una propria dimensione internazionale e in Italia è presente anche su Disney+.
Ma più si scende di categoria, più il calcio femminile rischia di sparire dagli schermi.
E se una partita non viene trasmessa, raccontata, fotografata, commentata, condivisa, diventa molto più difficile costruire pubblico.
Il calcio femminile non può crescere soltanto attraverso le grandi squadre.
Deve crescere anche attraverso il racconto delle piccole.
Perché una ragazzina che gioca in Serie C deve poter vedere la propria categoria, riconoscersi in quelle giocatrici e pensare che quella strada possa essere percorsa.
Altrimenti il rischio è costruire un grattacielo bellissimo con fondamenta ancora troppo fragili.
Il professionismo ha anche cambiato il modo di pensare ai club
La crescita economica e commerciale porta con sé una conseguenza inevitabile: maggiore responsabilità.
Se il calcio femminile diventa un’attività professionistica, allora società, governance e organismi di controllo devono essere sempre più attenti alla sostenibilità economica.
Il tema non è soltanto quanto una società spende.
È quanto può realmente permettersi.
Il sistema deve evitare che la crescita si trasformi in una corsa folle al rialzo, nella quale si promettono cifre che poi diventano difficili da sostenere.
Il calcio femminile ha bisogno di investimenti, certo.
Ma ha bisogno soprattutto di investimenti sostenibili.
E forse questa è una delle sfide più importanti che accompagnano la nuova dimensione professionistica.

Una Serie A che deve trovare nuove protagoniste
E arriviamo al campionato.
La Serie A Women è passata dalle 10 squadre delle stagioni precedenti alle 12 attuali, con la riforma entrata in vigore dal 2025-26. Per la stagione 2026-27 il format prevede ancora 12 squadre, un girone unico e tre posti per la Women’s Champions League.
E qui arriva il mio auspicio.
Perché il duello tra Juventus e Roma ha segnato una parte importante degli ultimi anni, ma un campionato ha bisogno di più protagoniste.
L’Inter, per esempio, può rappresentare una delle realtà chiamate a inserirsi stabilmente nella parte alta.
Non soltanto per spezzare un duello cromatico tra bianconero e giallorosso, ma per costruire una competizione più larga.
E sarebbe bello vedere sempre meno squadre materasso.
Sempre più partite nelle quali nessuno può permettersi di considerarsi tranquillo prima del fischio d’inizio.
Perché il vero salto di qualità, alla fine, è proprio questo.
Non avere soltanto due o tre squadre fortissime.
Avere dodici società capaci di competere, programmare, investire e soprattutto durare.
Il calcio femminile italiano è cambiato. Ma la strada non è finita
E allora torno alla domanda iniziale: quanto ha cambiato il calcio femminile italiano il professionismo?
Tantissimo.
Ha cambiato i contratti.
Ha cambiato le tutele.
Ha cambiato il rapporto tra calciatrici e società.
Ha aumentato l’attenzione commerciale.
Ha reso più naturale parlare di maternità, pensione, assicurazione e diritti.
Ha contribuito a far crescere i settori giovanili.
Ha aperto nuove possibilità internazionali.
E ha aiutato il calcio femminile italiano a entrare in una dimensione europea più strutturata. Non a caso, nel giugno 2026, la Serie A Women è entrata in European Leagues, l’associazione delle leghe professionistiche europee, insieme ad altre 13 competizioni femminili.
Anche sul piano europeo i segnali sono interessanti: nella classifica UEFA dei club femminili aggiornata al 23 settembre 2026, la Roma occupa l’ottavo posto con 50 punti nel quinquennio considerato.
Ma il professionismo non può essere considerato una linea d’arrivo.
È uno strumento.
Serve a rendere il calcio femminile più credibile, più strutturato e più tutelato. Serve a dare alle calciatrici la possibilità di vivere il proprio mestiere con dignità. Serve ai club per costruire progetti seri e riconoscibili.
E soprattutto deve accorciare la distanza tra chi oggi gioca negli stadi della Serie A e chi, qualche categoria più sotto, si allena dopo una giornata di lavoro.
La Serie A può essere il salotto elegante.
La Serie B deve diventare una vera anticamera del professionismo.
La Serie C non può continuare a essere il luogo dove troppo spesso si sopravvive invece di costruire.
Il calcio femminile italiano, insomma, ha cambiato pelle.
Adesso deve dimostrare di saperla indossare bene.
Perché il professionismo ha aperto la porta.
Ma dietro quella porta c’è ancora parecchio calcio da sistemare, raccontare e soprattutto da giocare.
Danilo Billi

