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Dalla gavetta negli stadi emiliani alla televisione nazionale, passando per la Sampdoria e un libro che ha dato voce a 40 giornaliste: il percorso di Valentina Cristiani racconta una professionista che ha costruito la propria strada con passione, determinazione e il desiderio di lasciare qualcosa a chi verrà dopo di lei.
Ci sono storie che non si esauriscono in un curriculum, nei titoli conquistati o nei riflettori di uno studio televisivo. Storie che attraversano gli stadi, le redazioni, le telecamere e le pagine di un libro, lasciando lungo il cammino qualcosa che va ben oltre il mestiere. Perché raccontare lo sport significa anche raccontare le persone, le loro battaglie, le cadute e quella voglia ostinata di rialzarsi quando la strada si fa più complicata.
Valentina Cristiani conosce bene questo percorso. Oltre 22 anni di giornalismo, esperienze televisive, il legame con il calcio e con la Sampdoria, la direzione responsabile di Tuttosampdoria.it e una passione per la scrittura che l’ha accompagnata fino alla pubblicazione di Non chiamateci quote rosa. Un libro che ha portato alla ribalta le testimonianze di 40 giornaliste italiane, dando spazio a esperienze di discriminazione, pregiudizio e sessismo vissute nel mondo dell’informazione.
Ma dietro il riscontro mediatico c’è soprattutto una donna che continua a interrogarsi sul significato del proprio lavoro, sul peso delle parole e sulla responsabilità che può nascere quando la propria esperienza diventa, anche senza volerlo, un punto di riferimento per gli altri.
Con Valentina abbiamo parlato di carriera, televisione, calcio, libri e futuro. Ma soprattutto di quel filo invisibile che unisce la passione personale alla possibilità di aprire una porta anche per qualcun altro.

Il successo di Non chiamateci quote rosa: quando le storie rompono il silenzio
Valentina, dai tuoi primi libri a Non chiamateci quote rosa: che cosa ti ha lasciato il successo di quest’ultima opera, dentro e fuori di te?
I miei libri precedenti, Calciatori? No, grazie e Goal a 4 zampe, sono stati passi fondamentali per la mia crescita. Con Non chiamateci quote rosa, però, è successo qualcosa di diverso: non è stato soltanto un lancio editoriale, ma un vero e proprio cortocircuito.
Vedere il libro arrivare a Unomattina su Rai 1, al TG3, su Sportitalia, in Campidoglio e al Salone del Libro ha suscitato in me due emozioni fortissime e opposte.
La prima è la gratitudine: scoprire che le parole possono diventare uno specchio nel quale tante persone si riconoscono, discutono e trovano risposte ti conferma che valeva la pena esporsi.
La seconda è la vertigine. Quando un tema raggiunge un pubblico così vasto, non ti appartiene più completamente. L’esposizione porta con sé aspettative, il rischio di etichette facili e il pericolo che un concetto complesso venga banalizzato per esigenze mediatiche. Tengo sempre a precisare che non sono femminista, tutt’altro, e proprio per questo considero importante che il messaggio del libro venga compreso nella sua complessità.
L’opera raccoglie le storie di 40 giornaliste dei principali network italiani, tra Rai, Mediaset, Sky, DAZN e Sportitalia, che raccontano in prima persona discriminazioni, pregiudizi e sessismo vissuti sulla propria pelle.
Questa esperienza mi ha lasciato una nuova consapevolezza: proteggere l’essenza del mio lavoro e ricordare che ciò che resta davvero è la responsabilità, insieme alla bellezza, di aver aperto una crepa nel muro del silenzio.

Dalla gavetta negli stadi alla televisione nazionale
Dalle tribune stampa di Bologna e Parma alle telecamere di Sportitalia e RaiSport, fino alla Sampdoria: che cosa ti ha insegnato davvero la televisione?
Se guardo indietro, provo innanzitutto una profonda gratitudine verso la gavetta. Dai primi passi nelle tribune stampa del Dall’Ara a Bologna e del Tardini a Parma, passando per le conduzioni e le ospitate nelle trasmissioni sportive e le collaborazioni con la Gazzetta di Parma, fino all’esperienza travolgente del Ferraris a Genova, alle dirette su Sportitalia e RaiSport e alla guida di Tuttosampdoria.it, ogni piazza mi ha lasciato qualcosa. Niente mi è stato regalato.
La televisione è stata una palestra straordinaria, professionale e umana. Il suo linguaggio è spietato e bellissimo: insegna la disciplina, la sintesi e la prontezza necessaria per gestire gli imprevisti quando si accende la spia rossa della diretta.
Ma, oltre alla tecnica, ciò che porto dentro è soprattutto la connessione con le persone.
Quando parli di calcio, e in particolare di una realtà viscerale come la Sampdoria, entri nelle case delle persone. Non trasmetti soltanto notizie o analisi tattiche: maneggi sentimenti, ricordi e passioni che appartengono a un’intera comunità.
La televisione mi ha insegnato il rispetto profondo per chi si trova dall’altra parte dello schermo, ascolta la tua voce e si fida del tuo racconto.
Oggi so che ogni ora di studio, ogni trasferta e ogni diretta mi hanno regalato una certezza: la consapevolezza di chi sono, della responsabilità del mio lavoro e della forza necessaria per far sentire la mia voce, sempre con autenticità.

Essere un esempio per le altre donne, senza sentirsi un’icona
Le presentazioni dei libri ti mettono a contatto con tante ragazze che ti vedono come un riferimento. Ti senti responsabile di aver aperto una strada per loro?
È una riflessione che mi emoziona e mi tocca da vicino.
Non sono partita con la pretesa di insegnare qualcosa o di guidare una rivoluzione. La mia spinta iniziale era molto più semplice: la fame di fare bene il mio lavoro, la passione per la scrittura e il desiderio profondo di affermarmi attraverso il valore di ciò che portavo sul tavolo, pretendendo rispetto in un ambiente che spesso alle donne chiede sempre un supplemento d’esame.
Poi arrivi alle presentazioni, ai firmacopie, e lì succede qualcosa di magico.
Quando una ragazza ti stringe la mano, ti guarda negli occhi e ti sussurra: «Grazie a te ora ho più coraggio, ho capito che posso provarci anch’io», ti si scioglie qualcosa dentro.
Capisci che quel libro di carta e il contatto diretto con le persone vanno molto oltre il successo o la carriera: diventano un abbraccio vero, uno scambio di luce e di coraggio.
Non mi sono mai sentita un’icona e le etichette un po’ mi spaventano. Oggi, però, sento una responsabilità dolce, accogliente. Se la mia determinazione e i miei passi, anche quelli più faticosi, sono serviti a rendere il cammino un po’ più felice e meno solitario per qualcun’altra, allora ogni sforzo acquista un senso bellissimo, che va ben oltre la mia felicità personale.

Il quarto libro e le nuove sfide professionali
Dalla televisione alla direzione di Tuttosampdoria, fino ai libri: quali sono i tuoi prossimi progetti e il sogno che stai coltivando?
Oggi sono al lavoro su un nuovo progetto a cui tengo enormemente: il mio quarto libro. Sarà una raccolta di testimonianze sulla resilienza, nella quale racconterò le cadute, le ombre e le rinascite di alcune figure speciali.
Vorrei che queste pagine fossero una carezza e, allo stesso tempo, una guida: un invito sincero a non nascondersi. Ci sono storie che meritano di essere ascoltate proprio perché dimostrano che anche nei momenti più difficili può esserci la possibilità di ricominciare.
E poi ci sono altre novità in arrivo, che per ora custodisco con un po’ di scaramanzia!
Professionalmente, continuo a portare avanti un percorso costruito in oltre 22 anni di giornalismo. Collaboro con la Gazzetta di Parma e sono direttrice responsabile di Tuttosampdoria.it, dove coordino un gruppo di cinque persone tra redazione e gestione dei social.
Seguo da vicino l’universo blucerchiato: dalle conferenze stampa di mister Corradi alle partite casalinghe in tribuna stampa, passando per le trasferte e i principali eventi societari. Parallelamente, collaboro come opinionista sportiva per Sportitalia e ho partecipato ai collegamenti di RaiSport sul calciomercato insieme a Francesco Rocchi e Ciro Venerato.
Il mio legame con il calcio è passato anche dal campo: ho conseguito il patentino da allenatrice di calcio giovanile e ho allenato per due stagioni, prima del trasferimento dall’Emilia alla Liguria.
Il mio percorso professionale comprende inoltre la Federazione Italiana Vela, dove, dopo aver curato l’ufficio stampa, oggi ricopro il ruolo di coordinatrice degli Organi di Giustizia. In passato ho seguito gli uffici stampa della Federnuoto e della UISP, ho lavorato nella redazione di Telenord e ho scritto per i portali di Tuttosport e del Corriere dello Sport.
Strade diverse, esperienze differenti, ma una stessa voglia di continuare a imparare e a raccontare.

Quaranta giornaliste, una voce collettiva contro i pregiudizi
Quali sono i tuoi punti di riferimento nel giornalismo e nella televisione? E che cosa ti hanno insegnato le testimonianze raccolte in Non chiamateci quote rosa?
Se devo pensare a chi mi guida e mi ispira nel giornalismo e nel mondo della televisione, non riesco a fare un solo nome. Il mio vero punto di riferimento è una voce collettiva: quella delle 40 giornaliste che hanno avuto la forza e il coraggio di raccontarsi in Non chiamateci quote rosa.
Leggere le loro testimonianze è stato un viaggio emotivo profondo. Ascoltare i racconti di discriminazione, pregiudizi, sessismo e delle tante forme di violenza, spesso sottili e silenziose, affrontate durante la carriera mi ha colpito. Ma soprattutto mi ha mostrato che cosa significhi davvero la dignità.
Queste donne sono per me un faro per almeno tre ragioni.
Hanno trasformato la vulnerabilità in forza. Hanno scelto di non nascondere le proprie ferite, trasformando il dolore e le ingiustizie subite in uno strumento per proteggere e guidare chi verrà dopo di loro.
Rifiutano di essere liquidate come una quota. Ricordano che talento, competenza, passione e sensibilità non sono concessioni, ma valori da difendere a testa alta.
Ci insegnano il valore dell’empatia. Fare informazione non significa soltanto riportare fatti: significa anche saper ascoltare, cogliere la sofferenza altrui e dare voce a chi non riesce a farsi sentire, partendo anche dalle proprie esperienze.
Prenderle come modello significa scegliere di fare giornalismo e televisione con il cuore, rimanendo umani di fronte alle ingiustizie, rifiutando ogni forma di abuso e lavorando con la speranza concreta di costruire un mondo dell’informazione più giusto, rispettoso e libero per tutti.
Danilo Billi
